Le Fiabe - Tirisina Tirisinella

A sedici anni, Teresinella era di una bellezza delicata, seppure acerba, resa ancor più seducente da due grandi occhi neri e profondi in cui si fondevano arguzia, gioia di vivere e sensibilità d'animo. Unica figlia di contadini, i genitori avevano voluto sottrarla alla dura fatica dei campi, sognando per lei un mestiere decoroso ed una vita agiata. L'avevano così mandata in quel borgo popoloso, sede vescovile e stabile dimora di nobili e di antiche casate, dove avrebbe potuto apprendere, insieme con l'arte del cucito, i modi garbati ed il linguaggio erudito delle persone civili.

Santina, la sarta, un'affabile zitella di mezza età presso cui la ragazza svolgeva il suo apprendistato, le si era affezionata al punto che, più che come discepola, la teneva in casa come una propria figlia, coinvolgendola finanche nella conduzione familiare.

Nell'orticello antistante la casetta della sarta. Teresinella, oltre agli ortaggi ed alle piante aromatiche, aveva piantato fiori che curava amorevolmente, annaffiandoli ogni sera prima del calar del sole.

Di fronte, sul lato opposto della via, appena entro l'alto muro di pietra che cingeva il parco in cui si ergeva la dimora estiva del re, affacciavano sulla strada le balconate del vecchio padiglione di caccia in cui avevano trovato sistemazione, oltre che una fornitissima biblioteca, gli antichi cimeli di famiglia. Qui l'avvenente principe Bernardo aveva preso l'abitudine di trascorrere i lunghi pomeriggi di questa sua noiosa vacanza, consultando documenti e mappe al solo scopo di distrarsi dal pensiero della brillante vita mondana di città a cui era stato momentaneamente sottratto. Fu così che il giovane principe, avendo un giorno scorto la ragazza, spiandone quasi per gioco ogni sera le attenzioni per i suoi fiori, i movimenti aggraziati, finì con l'invaghirsene.

Una sera Bernardo, vedendo Teresinella sola in giardino, obbedendo ad un impulso repentino, uscì sul balcone e le rivolse queste parole: "Tirisina, Tirisinella, arracquala bona sa maioramella"[1]

La ragazza si infiammò in viso e, confusa, rientrò frettolosamente in casa dove riferì alla sarta le parole del principe.

Santina la invitò a non preoccuparsene. "È giovane", le disse, "ed ai giovani piace canzonare le ragazze".

"Ma mi mette a disagio", protestò Teresina. "Più di una volta l'ho sorpreso a spiarmi".

Santina sorrise, scettica e bonaria. "Quello ha le fanciulle più ricche e più belle del regno ai suoi piedi", argomentò, "come puoi credere che si interessi ad una misera sartina? Fai finta di nulla e vedrai che non sarai più importunata".

Il giorno successivo, però, il principe attese che Teresina uscisse in giardino e di nuovo le ripeté: "Tirisina, Tirisinella, arracquala bona sa maioramella".

La ragazza lasciò cadere l'annaffiatoio e corse, sconvolta, dalla sarta a cui chiese di provvedere ad annaffiare i fiori, in quanto lei per nessuna ragione sarebbe tornata in giardino.

"Ma non capisci che è proprio la tua timidezza a renderlo così ardito?" la rimproverò affettuosamente Santina. "La prossima volta che ti rivolgerà la parola, replicagli: Tu, figlio re re spensarato, conta quanta stelle 'ngielo stanno spase"[2].

Fu con imbarazzo e trepidazione insieme che la sera successiva Teresina si recò in giardino. Come il principe venne al balcone e le rivolse il solito, ironico, invito, lei, aggressiva, ripetette le parole suggeritele dalla sarta: "E tu, figlio re re spensarato, conta quanta stelle 'ngielo stanno spase".

Interdetto, il principe, si ritirò a rimuginare sulla sfrontatezza della ragazza ma, ben lungi dal sentirsene offeso, trovò che la sua audacia e la sua arguzia gliela rendevano più cara. Decise dunque che era giunto il momento di avvicinarla, di parlarle e, perché no, di palesarle i propri sentimenti. Andò dalla sarta e, senza preambolo alcuno, le chiese di consentirgli di frequentare la ragazza.

Santina si sentì raggelare il sangue nelle vene. Sapeva bene che la richiesta era una semplice formalità e che i desideri del principe sottintendevano in realtà ordini che in nessun modo andavano discussi, quindi, sebbene contrariata, si sforzò di apparire onorata ed entusiasta, ma non ebbe il coraggio di farne parola con Teresina. Quella sera stessa il principe bussò all'uscio di Santina. Teresinella che venne ad aprire ne fu sorpresa e turbata, comunque abbozzò un goffo inchino e, incapace di profferire parola, lo precedette fin nella saletta dove la sarta era ancora a lavoro.

"Ho saputo che siete un'impareggiabile maestra", esordì il principe rivolto a Santina; "così ho deciso di mettervi alla prova. Voglio che mi confezioniate mezza dozzina di camicie".

Santina, che si era prontamente levata in piedi, rimase col capo chino, in atteggiamento di deferenza. "Non sono che una modesta sarta di paese", si schermì, "e non dispongo di stoffe degne di voi".

"Le vostre stoffe andranno benissimo", assicurò il principe.,

Teresina lo guardò di sottecchi: era alto e forte, dal portamento fiero e dai lineamenti fini. Sentì il cuore impazzarle nel petto. Temendo di tradire la propria emozione, finse un sonno improvviso. "Col vostro permesso andrei a dormire", annunciò con un fil di voce e, con un leggero inchino, si accomiatò per ritirarsi nella stanza adiacente dove, senza neppure svestirsi, si rifugiò sotto le coltri, nel letto di Santina.

Il principe Bernardo apparve contrariato e deluso. "Perché mi sfugge?" domandò alla sarta.

"Vossignoria deve scusarla", si affrettò a giustificare la donna, mortificata. "È ancora una bambina. È timida. E poi vossignoria deve considerare che viene dalla campagna dove non ha avuto una buona educazione..."

Ma già il principe non l'ascoltava più. Scelse un lungo ago ed in punta di piedi si introdusse nella camera in cui si era ritirata Teresina. Silenziosamente scivolò sotto il letto e di lì cominciò a punzecchiarla.

Teresinella, che non osava mettere il capo fuori dalle coltri, equivocando la natura della molestia, prese a lamentarsi: "Signora maesta, signora maesta; Aulici e cimmici a lietto vuosto"[3].

Dalla stanza accanto la sarta, maternamente preoccupata ma incapace di opporsi alla irriguardosa invadenza del principe, puntualmente le raccomandava: "Cambia letto, figliola mia; cambia letto".

Alfine Teresinella accettò il consiglio e si trasferì in altro letto, ma anche qui la seguì il principe, strisciando sul pavimento, e continuò, con protervia, a punzecchiarla.

"Signora maesta, signora maesta; Aulici e cimmici a lietto vuosto", riprese lei a gemere, e di nuovo il consiglio della sarta fu di cambiare letto.

Ma anche nel terzo letto in cui la ragazza si distese prosegui il tormento lamentato.

Solo il giorno successivo Santina confidò a Teresinella i dispetti del principe e questa, risentita, umiliata, manifestò l'intenzione di tornarsene a casa e di non rimettere più piede nel borgo. La sarta, che alla ragazza era sinceramente affezionata, faticò non poco per rabbonirla e convincerla a restare. Non era che un capriccio da signore che non sarebbe durato a lungo, argomentò. Poi, di lì a qualche giorno, il re suo padre era atteso in paese e sarebbero cominciate le feste a palazzo. Il principe non avrebbe più avuto né tempo né voglia di tormentarla.

Nei giorni seguenti il principe tornò spesso a far visita alla sarta, non risparmiando languide occhiate e frasi allusive a Teresinella che si trincerava in un silenzio impacciato, finché, una sera in cui l'aveva seguita in giardino, all'improvviso le disse:

"Possibile che non ti sia accorta che mi sono innamorato di te!?"

Teresinella si senti avvampare. Vacillò e, per un attimo, temette che l'emozione e la gioia la facessero venir meno. Fu sul punto di cedere all'impulso di confessargli il suo amore, ma fu trattenuta dalla consapevolezza di non essere degna di lui, dall'amarezza generata dal sospetto che ancora una volta egli si stesse prendendo gioco di lei.

"Vossignoria ha semprevoglia di scherzare", profferì a mezza voce.

"No, Teresinella; questa volta sono sincero!" dichiarò lui. "La mia sola aspirazione è quella di conquistare il tuo cuore".

La ragazza non osò levare lo sguardo. "Solo l'uomo che mi sposerà avra il muo cuore", asserì.

Egli sorrise, sicuro di sé."Quell'uomo sarò io", affermò ed andò via lascíando chele sue parole risuonassero come una promessa.

Il re giunse a palazzo col suo seguito di nobili, cavalieri e belle dame. Le vie del borgo si animarono del passaggio di sontuose carrozze ad ogni ora del giorno e della notte, l'abituale quiete cedette agli schiamazzi di nobili rampolli e di soldati avvinazzati. A conferma dei sospetti di Teresina, il principe Bernardo non si fece più vedere. La ragazza aveva perso la sua abituale spensieratezza. Era triste, ora, e, sempre più spesso, appariva assente, col telaio abbandonato sul grembo e lo sguardo perduto oltre i vetri della finestra.

Santina, che ne aveva compreso il dramma, faceva finta di nulla. Solo una volta, nel tentativo di consolarla, le aveva detto: "Visto che avevo ragione? Col re a palazzo, quello scavezzacollo ha smesso di importunarti". Ma due lacrime erano spuntate negli occhi di Teresina, e lei non era più tornata sull'argomento.

Fu inaspettatamente, una sera, che il principe irruppe, raggiante, in casa della sarta. "È tutto pronto", annunciò. "Il re mio padre è d'accordo. Sarà una cerimonia semplice perché ragioni di stato non consentono di rendere di pubblico dominio il nostro matrimonio. È una questione di alleanze", spiegò. "Quelle vecchie cornacchie di corte, ministri e dignitari, si erano impegnati a darmi in sposa una melensa bigotta spagnola". Rise di gusto.

Teresinella non si alzò neppure. Travolta da quella valanga di parole, rimase immobile, il cucito fra le mani, intontita, trasognata, incapace di realizzare la benché minima emozione. Come in un sogno avvertiva l'eccitazione di Santina che si complimentava, rideva, piangeva, si agitava. Lei fissava il vuoto davanti a sé. Interpellata più volte, le parve di annuire. Poi, finalmente, Santina e il principe Bernardo uscirono, prendendo accordi, facendo progetti. E fu il silenzio, e nel silenzio i dubbi e l'angoscia di sempre tornarono ad assalirla. Un finto matrimonio, ecco cosa tramava! Una burla crudele di cui ridere con quelle pallide dame di città tutte cipria e svenevolezze. Come le odiava! E pianse, a lungo, sconsolata.

Alla vigilia delle nozze Santina aveva operato il miracolo. Era riuscita a cucire un abito stupendo e a mettere insieme un po' di corredo. Aveva finanche provveduto a noleggiare una carrozza. Teresina era stata triste tutto il tempo ed aveva sofferto non poco alla vista dei concitati preparativi. Meditava la vendetta, seppure da questa non riusciva a trarre sollievo alcuno. Non era l'ingenua ragazza che il bel principe credeva, e glielo avrebbe dimostrato rovinandogli la beffa che egli riteneva così ben concepita.

Aveva promesso di dare il suo cuore all'uomo che l'avrebbe sposata, ebbene avrebbe mantenuto la promessa. Si recò da un pasticciere e, in tutta segretezza, gli commissionò un cuore di zucchero ripieno di rosso rosolio.

Come convenuto, la mattina successiva, testimoni la sarta ed un amico del principe, si recarono in una chiesetta di campagna ove il prete celebrò una frettolosa cerimonia, dichiarandoli marito e moglie.

Teresinella aveva celato sotto il corpetto il cuore di zucchero, ma non gioiva al pensiero dello scherzo che stava per fare al principe. Ne era sinceramente innamorata, anche se non osava confessarlo neppure a se stessa.

In carrozze separate, fecero ritorno al borgo per incontrarsi in casa della sarta. Qui il principe Bernardo prese Teresinella in disparte e l'attirò a sé, mala ragazza si divincolò, lo respinse e, beffarda, stava per dirgli: "Era il mio cuore che ti avevo promesso, eccotelo!" quando questi, vintane la fiacca resistenza, la strinse appassionatamente fra le sue forti braccia e con un lungo bacio le smorzò le parole sulla bocca. Nell'abbraccio possente il cuore di zucchero si ruppe ed il rosolio tinse di rosso l'abito di Teresinella che, estasiata, stordita, gli si abbandonò fra le braccia in una sorta di totale remissione.

Il principe, sentendola esanime e scorgendo la macchia che le si allargava sul petto, la credette morta. "Mio Dio, cosa ho fatto!" gemette. Sconvolto, l'adagiò piano, con delicatezza, sul pavimento e quindi le si chinò sopra per berne il sangue. "Come sei dolce, Teresinella!" sospirò; poi, pazzo di dolore, trasse dal fianco il pugnale per darsi, a sua volta, la morte.

Teresinella riapri gli occhi, inorridì. "No, amore, non farlo!" lo fermò.

L'angoscia di lei dissipò le tenebre del terribile equivoco. Il pugno di Bernardo levato si schiuse lasciando cadere il pugnale, mentre un tepore vitale gli rifluì nelle vene. Compresi di una stessa tenerezza, si abbracciarono e, finalmente felici, fusero i loro destini.


[1]Teresina, Teresinella, annaffiala con cura codesta pianticella di maggiorana.

[2]Letteralmente: "Tu, figlio di re senza preoccupazioni, conta quante stelle in cielo sono sparse". Ciò a significare che se aveva tempo da buttar via, meglio avrebbe fatto ad impiegarlo a contare le stelle del firmamento.

[3]"Signora maestra, signora maestra; (ci sono) pulci e cimici nel letto vostro".

Le Fiabe - La Storia di Saverio

Aveva diciotto anni Saverio quando suo padre morì, lasciandogli la madre da mantenere, ma non l'ombra di un carlino. Di lavoro non ce n'era per via della carestia che aveva impoverito come non mai quelle contrade, così a lui non rimase che mettersi in cammino verso terre lontane che si diceva fossero tuttora prospere.

Aveva vagato a lungo, fino a perdere la conta dei giorni, ed anche la speranza cominciava a vacillare. Quel giorno poi, spossato dalla calura e dalla pol­vere che stagnava nell'aria, si sentiva addirittura svilito, svuotato, del tutto indifferente a ciò che la sorte gli riser­vava. La strada era deserta e insicura. Gli avevano detto che la zona era infestata dai briganti e lui, ridotto ormai in cenci, si era sorpreso a considerare con amara soddisfazione la fortuna del proprio miserevole stato che lo preservava dal pericolo di aggressioni. Esausto, si era lasciato cadere sul ci­glio della via all'ombra di un olmo, quando udì avvicinarsi un solitario rumore di zoccoli. Sollevò appena il capo ed in fondo alla strada scorse avanzarsi un uomo a cavallo. L'abbi­gliamento era curato e le bisacce ai lati della sella apparivano rigonfie. Lui sì avrebbe dovuto temere i briganti, ma non sembrava darsene pensiero!

L'uomo gli fu dappresso. Aveva un'espressione tranquilla e soddisfat­ta, le palpebre appesantite dalla sonnolenza che gli procurava la calura.

Saverio era stanco, affamato, e dalla disperazione trasse l'ardire di rivol­gergli la parola:

"Sapreste indicarmi la via per il villag­gio più vicino?" gli chiese.

L'uomo arrestò la cavalcatura. "Dove sei diretto, ragazzo?" si informò in tono benevolo.

"Non ho alcuna meta", confessò Saverio. "Per l'immediato non cerco che un luogo in cui riposare e un tozzo di pane di cui sfamarmi. Poi un padrone, se la fortuna vorrà concedermene uno".

L'uomo smontò di sella col volto aperto ad un accattivante sorriso. "Sei for­tunato, ragazzo", gli disse. "Si dà il caso che io sia in cerca di qualcuno che badi alla masseria ed alle terre. Se pensi che possa interessarti, la paga è buona". Esitò un istante, quasi a valutare l'affidabilità del giovane, poi soggiunse: "Fra un anno, però, dopo la mietitura, dovresti impegnarti a sbri­gare per me una faccenda su cui ti ragguaglierò al momento opportuno. Se accetti, puoi seguirmi sin da ora al podere".

Saverío fu felice della proposta e nep­pure per un istante pensò di rifiutare. Gli afferrò d'istinto la mano libera dalle briglie e gliela baciò a lungo, in segno di gratitudine e di devozione. "Baderò alle vostre terre come se fossero mie", promise, "e mi impegno sin d'ora a portare a termine l'incarico che vi sta a cuore, qualunque esso sia". Non tardarono a raggiungere la masseria, una imponente costruzione in pietra col tetto d'embrici e stalle annesse destinate al ricovero degli animali. Anche il terreno intorno appariva ben curato, sebbene arso dalla lunga siccità.

"Qui sarai solo", avvertì don Menico, ché era questo il nome del massaro, "perché il precedente garzone mi ha lasciato. Il tuo compito è di badare al bestiame, in quanto per l'aratura ed i raccolti provvedo con manodopera giornaliera".

"Andate pure sicuro, don Menico", lo tranquillizzò Saverio. "Accudirò le bestie in modo di cui non avrete a lamentarvi".

Il lavoro non mancava, ma neppure a Saverio difettava la voglia di lavorare. Grato della fortuna toccatagli, e nell'intento di dimostrarsi degno della fiducia accordatagli, si alzava ogni mattina all'alba, ancor prima che i galli cantassero, per distribuire il foraggio, mungere le vacche il cui latte utilizzava poi, nel corso della giornata, per la lavorazione di formaggi, ritirare dai pollai le uova che, settimanalmente, alla vigilia del giorno di mercato, un uomo di fiducia del massaro passava a prelevare.

Le visite di don Menico erano rare e mai gli veniva chiesto di rendere conto del proprio operato; piuttosto era lui che, per orgoglio e per scrupolo, spontaneamente esponeva in un dettagliato resoconto la situazione, senza che tuttavia il massaro vi mostrasse un eccessivo interesse. La paga era buona e gli veniva corrisposta puntualmente, tanto che gli riusciva, tutte le volte che ne aveva l'opportunità, di mandare un po' di soldi alla madre lontana.

Un anno passò in fretta. Dalle Puglie vennero i mietitori ed i campi di grano furono tutti mietuti. Don Menico si presentò un mattino alla masseria con la giumenta bardata di tutto punto, pronta ad affrontare un lungo viaggio. "Saverio, è giunto il momento di mantenere il tuo impegno", gli ricordò.

"Sono pronto, don Menico", assicurò Saverio. "Ditemi cosa debbo fare".

"Saprai tutto al momento opportuno", tagliò corto il massaro. "Per ora non hai che da sellare l'asino e prelevare provviste sufficienti per tre o quattro giorni. Porta anche un coltello ben affilato, di quelli che si usano per scotennare i maiali".

Saverio, incalzato dall'urgenza che traspirava dal tono più che dalle parole dell'uomo, si affrettò a predisporre ogni cosa e, meno di un'ora dopo, era già in cammino, seguendo, a dorso d'asino, il padrone che cavalcava la giumenta.

Viaggiarono tre giorni e tre notti, concedendosi solo qualche ora di riposo, per sentieri impervi e deserti. Man mano che procedevano, don Menico appariva sempre più allegro, eccitato, loquace, senza mai tuttavia far cenno allo scopo del loro viaggio. Tale riservatezza rendeva curioso e inquieto Saverio che però non osava porre domande.

Quando don Menico arrestò di colpo la giumenta e ne scese per legarla ad un cespuglio, Saverio comprese che erano giunti alla fine del viaggio. La ripida parete di una montagna, la cui vetta forava le nubi, sbarrava loro il passo. "Pranziamo", disse don Menico. Si era fatto all'improvviso serio, addirittura cupo.

Saverio trasse dalla bisaccia pane, formaggio ed una fiasca di vino. Sedette nell'erba di fronte al massaro, ma non toccò cibo. L'impazienza lo rendeva nervoso.

Don Menico, invece, mangiò piano, in silenzio e, quando ebbe consumato il suo pasto: "Ammazza l'asino", gli ordinò.

"Perché mai!?" si stupì Saverio.

"Sta' ai patti",impose il massaro severo. "Tu non hai che da obbedire!"

"Ma , don Menico, come potrò tornare senza una cavalcatura?" protestò debolmente il garzone.

"Fa' come ti dico", si spazientì don Menico. La sua abituale bonomia era scomparsa per far luogo ad una feroce determinazione. Saverio ne ebbe paura. Prese il coltello ed affondò la lama nel cuore della bestia che stramazzò al suolo.

"Ora scuoialo", ordinò don Menico che se ne stava ad osservare immobile, senza tradire emozione alcuna .

Il garzone, ormai rassegnato, praticò un taglio profondo lungo l'addome dell'animale e lo svuotò delle interiora.

"Bene", approvò don Menico. "Adesso entraci e porta con te il coltello".

"Ma don Menico . . . ! " provò a protestare, spaventato e confuso, Saverio, ma il massaro lo afferrò per i risvolti della giacca e lo spinse a viva forza nel ventre dell'asino.

Nauseato, tremante, il giovane si rannicchiò nel tiepido involucro, raccomandandosi alla pietà di Santi

donne. Don Menico ricucì in fretta la grossa ferita. "Ora ascolta", gli disse, e la voce si era fatta di nuovo amichevole, suadente. "Fra poco scenderanno le aquile e ghermiranno la carcassa per portarla fin sulla vetta dove hanno i nidi. Fai attenzione a non tradire la tua presenza però, a non spaventarle, altrimenti lascerebbero la preda e ti sfracelleresti al suolo. Una volta su, lacera la pelle col coltello e delle pietre preziose che vedrai sparse intorno butta giù le più grosse".

Poi fu il silenzio, interminabile, estenuante, angoscioso, finché Saverio percepì un frenetico coro di strida, un batter d'ali convulso e bruscamente si sentì strappato da terra e sollevato in volo. Trattenne il respiro fino a quando non avvertì di nuovo sotto di sé il rassicurante contatto col suolo. Semiasfissiato, insofferente, vibrò un colpo deciso col coltello e si aprì un varco nel ventre dell'asino. Fu fuori, madido di sudore misto a sangue rappreso. Respirò a pieni polmoni l'aria frizzante. Una vegetazione fitta e rigogliosa ricopriva la vetta. Disseminati, ovunque, luccicavano diamanti e rubini.

Guardò verso il basso e vi scorse la minuscola figura di don Menico agitarsi, sollecitarlo, imprecare. Un odio profondo lo investì per quell'uomo che lo aveva condannato ad un oscuro destino. II pugno chiuso, fendendo l'aria con un ampio gesto del braccio, gli indirizzò un osceno messaggio, quindi gli volse le spalle e si addentrò nel bosco. Era poco esteso. Al centro di esso abeti secolari si specchiavano in un laghetto dalle acque limpide e fresche. In breve raggiunse l'opposto versante del monte. Anche qui le pareti a picco non gli concedevano alcuna possibilità di scampo.

Affamato, tornò nel bosco per cercarvi qualche bacca. Una catasta di legna, disposta in maniera ordinata, attirò la sua attenzione. Si bloccò, guardingo, imponendosi di non cedere a facili entusiasmi. Si guardò intorno e non tardò ad individuare un sentiero che fendeva i cespugli. Lo seguì, trepido, e dopo un breve tragitto si ritrovò presso l'ampio ingresso di una grotta.

"C'è qualcuno?" chiamò. II cuore gli batteva all'impazzata, gonfio di trepidazione e di speranza. Non ottenne risposta.

"C'è qualcuno?" ripetè e ancora soltanto la sua voce rimbalzò, amplificata e remota, entro la cavità sotterranea. Si fece coraggio ed entrò. Alla vista che gradatamente si assuefaceva alla densa penombra in cui era immersa la vasta caverna si offrirono via via un tavolo enorme, un'unica sedia di eguale proporzione, un letto ampio come una piazza e, strano a credersi, in un angolo in fondo, una quantità d'ali che per grandezza superavano quelle della più grossa delle aquile. La curiosità ebbe il sopravvento sul timore e sullo sconcerto. Aprì una credenza che sembrava una torre e scoprì che era colma di ogni ben di Dio: prosciutti, formaggi, frutta secca e pagnotte di tali dimensioni che ognuna di esse sarebbe stata sufficiente a sfamare un'intera famiglia per un mese.

Non vinse la tentazione. Con insolita voracità mangiò di tutto e alfine, sfinito e satollo, si abbandonò ad un sonno profondo.

Lo destò il tonfo di passi pesanti. Dischiuse gli occhi e si vide sovrastare dalla gigantesca figura di un uomo, dai lunghi capelli incolti e dalla folta barba, che con la testa sfiorava la volta dell'antro. Con raccapriccio si rese subito conto che corrispondeva alle intese descrizioni degli orchi e si sentì perduto.

"Quel massaro", ringhiò, inferocito, il gigante, "ci ha provato ancora una volta! E tu, stupido ragazzo, farai la fine degli altri: ti darò in pasto alle aquile".

Saverio si appiattì, tremante, contro la parete di roccia. "Non ho fatto nulla, signore!" piagnucolò. "Vi giuro che non ho toccato neppure una delle vostre pietre".

L'orco scosse il capo, dubbioso. "Non ti ha mandato il massaro!?" tuonò.

"Certo, è stato don Menico", ammise il giovane; "ma io mi son guardato bene dal soddisfare la sua cupidigia". L'orco lo fissò, incerto, poi sbottò in una fragorosa risata che fece tremare l'intera caverna. "L'hai gabbato, dunque!" commentò visibilmente soddisfatto.

"Questo mi rallegra, ragazzo". Indugiò a riflettere, gongolante, quin­di decise: "Se hai detto il vero potrai avere salva la vita, ma dovrai restare qui a sorvegliare le mie ricchezze". E, ridacchiando, usci a controllare che nulla mancasse.

Iniziarono per Saverio giorni lunghi, monotoni e tristi. In passato non aveva chiesto altro dalla vita che di potersi sfamare, ma ora si rendeva conto che ciò non gli bastava. Trascorreva tutto il tempo, seduto sul ciglio del precipi­zio, a scrutare l'orizzonte irraggiungi­bile, a pensare a sua madre, a strugger­si di nostalgia.

Ogni mattina il gigante, servendosi dello speciale collante contenuto in un'ampolla custodita in una fessura della roccia, si attaccava alle spalle un paio d'ali e spiccava il volo per terre lontane. A tener compagnia a Saverio restavano solo i volteggi delle aquile e il fugace passaggio di dodici colombe bianche che, nelle ore più calde, pla­navano verso il laghetto per ripartirne quando il sole volgeva al tramonto.

L'orco non faceva ritorno che a sera e, dopo aver mangiato e abbondantemente bevuto, si lasciava cadere sul letto dove si addormentava quasi subi­to, ma con gli occhi spalancati per non essere sorpreso nel sonno.

Un giorno in cui Saverio, per sfuggire al suo tormento più che all'afosa calura pomeridiana, si era inoltrato nel bosco, fu raggiunto dal garrulo suono di risa argentine. Incuriosito, con cautela avanzò verso il luogo da cui proveniva, finché non si ritrovò nei pressi del

laghetto da dove si fermò a spiare, protetto dai cespugli. Dodici giovani fanciulle sguazzavano nell'acqua, si rincorrevano, avvolgevano di spruzzi iridescenti le agili membra, ridevano spensierate e felici. Avevano tutte la pelle candida come latte, gli occhi del colore del cielo e fluenti chime d'oro. Erano bellissime!

Rimase a contemplarle, incantato, fin quando, ignude e madide, non tornarono a riva per indossare ognuna la propria immacolata camicia che, per magia, le mutava in colombe che pren­devano il volo.

Quella notte Saverio non dormi. La visione delle fanciulle gli tenne com­pagnia nella lunga veglia fino a che, in un agitato alternarsi di sentimenti con­trastanti, non giunse a maturare un temerario proposito che gli restituì concretezza e determinazione: una di esse sarebbe diventata sua sposa!

Il mattino appresso, come l'orco si fu allontanato, andò ad appostarsi pres­so lo specchio d'acqua ed attese, col cuore in tumulto, che le colombe, rias­sunto l'aspetto umano, si immergessero. Quando fu certo di poter passare inosservato, scivolò carponi fra l'erba alta e si appropriò di una delle camicie.

Finito il bagno, una dopo l'altra le fanciulle riguadagnarono la riva ed indossarono la magica casacca, meno l'ultima che non ritrovò il proprio indumento. Era snella ed aveva la grazia di una cerbiatta, e come tale si guardò intorno sorpresa, disorientata, impaurita.

"Di che volete che si accorga. Sarà asciutta e stirata al suo ritorno", argomentò Livia, seccata.

Convinta, anche se mal volentieri, la donna prelevò l'indumento che con­segnò alla nuora. Questa si affrettò ad indossarlo e, mutatasi in colomba, attraverso la finestra spalancata volò via. Al suo ritorno, Saverio quasi impazzì dal dolore. Inveì contro l'anziana madre, pianse, si disperò ed alfine si rinchiuse nella propria camera dove ri­mase due giorni e due notti, senza toccar cibo e senza dare risposta a chiunque cercasse di strapparlo alla sua muta angoscia. La sua Livia era tornata là dove l'orco l'aveva tenuta segregata insieme alle compagne tuttora prigioniere, tutte nobili fanciulle rapite in giovane età. Il castello dell'albero del sole, lo aveva chiamato Livia una volta; ma dove questo castello fosse nessuno lo sapeva. Tuttavia la vita, senza la sua amata sposa, non aveva più alcun senso per lui e la sola alternativa al lasciarsi morire era di mettersi in cammino alla ricerca di lei. Parti all'alba, senza neppure salutare la madre, a piedi e con indosso i vecchi abiti da garzone. Vagò per mesi, dormendo nei fienili, rubando il poco cibo di cui necessitava, dovunque chiedendo del castello dell'albero del sole di cui nessuno, però, aveva mai inteso parlare.

Un giorno il caso volle che, nell'attra­versare un bosco, si imbattesse in due ladri sul punto di venire alle mani per controversie sorte nella spartizione dell'ultimo bottino. Costoro, come lo videro, lo invitarono a far da giudice nella loro vertenza, assicurando che si sarebbero attenuti alle sue decisioni. La difficoltà era costituita dal fatto che gli oggetti rubati fossero tre, indivisibili, e ciascuno dotato di proprietà magiche peculiari. Glieli mostrarono: un borsellino capace di soddisfare qualsiasi richiesta di danaro; un paio di stivali che, calzati, consentivano spostamenti alla velocità del pensiero; un cappotto che, indossato, rendeva invisibili.

Uno dei due ladri proponeva: "Lui rinunci al borsellino e agli stivali ed io gli lascio il cappotto che gli consente di introdursi, non visto, in qualsiasi casa, anche la più protetta".

L'altro sosteneva: "Son disposto a cedere gli stivali, il cui possesso permette di sfuggire anche agli inseguitori più scaltri ed ostinati, e, sebbene di valore inferiore, mi contento del borsellino e del cappotto"

"Se volete che esprima un giudizio equo, dovete darmi la possibilità di controllare le effettive proprietà degli oggetti", sostenne Saverio.

"E' giusto", convennero i due ladri egli consegnarono il borsellino.

Saverio espresse a voce alta il desiderio: "Voglio cento ducati"; allentò quindi i lacci che ne garantivano la chiusura e costatò che l'oggetto aveva effettivamente prodotto la somma ri­chiesta.

Fu poi la volta degli stivali, che Saverio calzò. "Sulla montagna", ordinò, e fu sulla montagna; "nel bosco", indicò per ritrovarsi nel punto di partenza.

"Non resta che provare il cappotto", disse e lo indossò. "Mi vedete?" chiese poi.

"Certo che no!" affermò il ladro che rivendicava per sé borsellino e stivali. "Uno che non riesci a vedere, come lo prendi?" argomentò a sostegno delle proprie ragioni.

"Appunto", confermò Saverío e, avvalendosi del potere degli stivali, si trasferì lontano alla velocità del pensiero, lasciando privi della loro refurtiva gli incauti briganti.

Trascorse i giorni che seguirono a spostarsi da un capo all'altro del mondo alla ricerca di Livia finché una notte, nel suo peregrinare, non scorse un lumícino brillare sulla sommità di un monte, ed il cuore gli si aprì alla speranza. Vi si trasferì avvalendosi della facoltà degli stivali e si ritrovò presso un imponente palazzo che non rivelava ingresso alcuno. Una sola finestra, in alto, era illuminata e chiusa.

Mentre indugiava, indeciso sul da farsi, una folata di vento di scirocco lo investì e fece tintinnare i vetri della finestra che fu aperta e richiusa da una fugace figura umana. Qualcuno dunque vegliava all'interno e Saverio sperò di poterne ricavare indicazioni utili su come raggiungere il castello dell'albero del sole. Raccolse da terra dei sassolini e li lanciò contro i vetri. Una vecchietta carica di anni, rinsecchita, minuta, si affacciò.

"Cosa cerchi, ragazzo, in questo luogo ostile?" domandò con voce tremula e chioccia.

"Vorrei solo delle informazioni, buo­na donna", la tranquillizzò Saverio. "Vi prego di lasciarmi entrare".

"Non è possibile. Questo palazzo non ha porte", gli fece notare la vecchina. "A me non occorrono porte", disse Saverio e, per provarle che non mentiva, mercé gli stivali si trasferì all'interno, nell'unica sala ampia e disadorna che impegnava l'intera superficie del maniero.

La donna lo considerò, sorpresa e preoccupata. "Non puoi restare qui: è pericoloso", avvisò, tradendo nella voce ansia ed urgenza per un pericolo incombente.

"Non mi scacciate, vi prego", implorò Saverio. "È tanto che sono alla ricerca del castello dell'albero del sole in cui la mia sposa è stata imprigionata".

Lei scosse la testa. "Non ne ho mai sentito parlare", disse, ma poi, impietosita, soggiunse: "I miei figli, forse. Loro percorrono il mondo in lungo e in largo e possono averne avuto notizia. Ma sono bizzosi, irrequieti, selvaggi e godono a far del male". Esitò, amareggiata. "Sono la madre dei sette venti", chiarì, "e se dovessero scoprirti qui, nella loro dimora, si infurierebbero al punto da scatenarti addosso la più violenta delle tempeste".

"A voi non rifiuteranno una risposta", insistette Saverio, per nulla impressionato. "Interrogateli per me, vene prego. Io mi nasconderò e per nessuna ragione rivelerò la mia presenza"

"È inutile", obiettò lei, sfiduciata, ma Saverio si affrettò ad indossare il cappotto e scomparve alla vista.

Ponente fu il primo a rincasare. Alitò lieve per la sala. "Sento una presenza estranea", soffiò poi, sospettoso.

"Mano", lo rassicurò la madre. "Piuttosto, dimmi, sai dove si trova il castello dell'albero del sole?"

"Mai sentito parlare di un simile luogo", sbuffò Ponente sgarbato e si chetò nel sonno.

Fu poi la volta della Beneventana[1], ma neppure questo vento seppe dir nulla del misterioso castello, né seppe darne notizia Levantino[2].

Per ultima rientrò la più indisciplinata, la più infida delle figlie, la Voria[3], che al pari degli altri sibilò: "Sento una presenza estranea".

"Chi vuoi che osi violare la nostra dimora?" provò a tranquillizzarla la madre.

"Taci, vecchia", ruggì quella, gelida, e prese a vorticare furiosa fino a strappare il cappotto di dosso a Saverio che ricomparve, terrorizzato e tremante.

"Nessuno è in casa! ?" ghignò, selvaggia, la Voria e si avventò sul giovane. "Ferma, non farlo!" si oppose la vecchia madre, appellandosi ad un residuo di quell'autorità da tempo perduta. Poi, in tono conciliante, spiegò: "È un innocuo innamorato alla ricerca della sposa rapita, prigioniera in un castello chiamato dell'albero del sole". "Un nemico dell'orco, dunque! " commentò la Voria attenuando il suo gelido soffio. "La sono anch'io", confidò compiaciuta, "e tutti i giorni mi diverto a sconvolgergli gli orti ed a sentirlo imprecare". Rise di una gioia malvagia.

"Mi ci puoi portare?" interrogò, trepidante, Saverio.

"Domani, all'alba", promise la Voria; "sempre se riuscirai a tenermi dietro". Esplose in una risata beffarda e, frusciando, si ritirò in un cantuccio a dormire.

Saverio attese l'alba, impaziente, senza poter chiudere occhio, e quando la Voria si accinse a lasciare il palazzo lo trovò già pronto.

"In che direzione dobbiamo muoverci?" si informò il giovane, smanioso di iniziare il viaggio.

"Verso i monti", rise la Voria, ironica, e sibilò fuori della finestra.

Saverio raggiunse i monti alla velocità del pensiero e li attese. "Ed ora?" domandò quando il vento, ululando, lo raggiunse.

La Voria fu sorpresa, masi astenne da qualsiasi commento. "Al lago", rispose. Saverio la precedette e aspettò ritto sulla riva ghiaiosa. Qui la Voria si concesse una breve sosta in cui increspò la superficie delle acque.

"Vola oltre quei monti", gli disse poi, "e la valle, e poi ancora verso il sole. Là è ciò che cerchi".

Il giovane seguì le indicazioni ed il castello dell'albero del sole gli apparve, immerso in una fitta vegetazione, in cima ad una vetta, circondato da rigogliosi giardini. Era privo di porte, forse per preservare da eventuali pericoli le fanciulle che lo abitavano. Un vecchio giardiniere coglieva frutti succosi e maturi da rami carichi che il peso piegava fino a sfiorare il suolo.

Saverio indossò il cappotto ed avanzò fin sotto la finestra da dove proveniva, allegro e squillante, un vociare femmi­nile. Finalmente avrebbe rivisto la sua amata Livia, pensava, e la gioia e l'emo­zione gli gonfiavano il petto. Occorreva agire con prudenza, però. Innanzitutto doveva evitare il ricorso agli stivali: introdursi in casa senza sapere dove posarsi poteva risultargli fatale, rischiando di rivelare la propria presenza.

Era immerso in tali riflessioni, quando la soluzione gli si propose sotto forma di un paniere che venne calato dalla finestra. II giardiniere lo colmò di frut­ta ed egli vi si attaccò un attimo prima che venisse ritirato.

Pesava il paniere. La fanciulla che si era incaricata del suo recupero chia­mò in aiuto le compagne. Faticarono non poco, ma alfine Saverio fu tratto su. Fra le altre, scorse Livia e dovette farsi forza per non correrle incontro e stringerla fra le braccia.

Era l'ora del pranzo e le ragazze sedet­tero intorno alla tavola già imbandita. Saverio ricordò di non aver toccato cibo da più di un giorno ed i morsi della fame, che le emozioni delle ulti­me ore gli avevano fatto ignorare, si fecero d'un tratto insostenibili. Di soppiatto, sottrasse un pezzo di pane all'una, una porzione di carne all'altra, un sorso di vino, una frutta.

Delle misteriose sparizioni le ragazze non tardarono ad accusarsi l'un l'altra, ma senza animosità, come in un gioco, con la chiassosa giovialità propria dell'età giovanile. Saverio ridacchiava di­vertito, pur continuando a divorare Livia con gli occhi.

Finito il pasto, le fanciulle si ritiraro­no, ciascuna nella propria camera, per il consueto riposo pomeridiano che si concedevano prima del bagno nelle acque del laghetto sulla vicina montagna dove l'orco aveva la sua dimora. Saverio seguì Livia e, quando questa si fu coricata ed ebbe spento il lume, piano, le strappò le coltri di dosso. Livia, paziente, le tirò su, ma Saverio ancora le fece scivolare sul pavimento. Allora la ragazza si rizzò a sedere sul letto e riaccese il lume. "Chi c'è?" interrogò allarmata.

II giovane si liberò del cappotto, le apparve. "Saverio", lei esultò, stupita, e gli buttò le braccia al collo.

"Sono venuto per portarti via", le disse Saverio commosso, stringendola teneramente a sé; ma lei non l'ascoltò, si sciolse dall'abbraccio e, eccitata e felice, corse fuori e chiamò a raccolta le compagne per mostrare loro il suo sposo.

Quando si esaurì la sorpresa, e la com­mozione, e le vivaci manifestazioni di compiacimento e di gioia cedettero ad una sottile apprensione, Saverio an­nunciò che avrebbe ucciso il gigante e ridato loro la libertà.

"Impossibile", obiettarono le ragazze sgomente.

"Nessuna creatura umana può vincer­lo e la sua vendetta sarebbe terribile", ammonì qualcuna.

"Dorme con gli occhi spalancati e ve­glia sul suo stesso sonno", rammentò un'altra.

"Conosco bene l'orco, la sua dimora e le sue abitudini", assicurò Saverio. "Amo Livia e per nessuna ragione vor­rei la sua morte. Vi chiedo solo di indossare le vostre camicie e di rag­giungermi all'ingresso della grotta. Al resto provvederò io".

Più che le sue pacate argomentazioni, fu la fiducia che Livia mostrava di avere in lui, o forse soltanto un biso­gno di speranza a lungo represso, a vincere la loro riluttanza. Si mutarono in colombe e, silenziose come non mai, si levarono in volo.

Saverio le precedette sulla vetta della montagna che ben conosceva, indossò il cappotto e, attento ad evitare il ben­ché minimo rumore, si introdusse nel­la grotta.

L'orco dormiva supino, gli occhi sbar­rati, vigili e minacciosi, luccicanti nella penombra. Il respiro profondo gli gon­fiava il possente torace, si traduceva in un rantolo cavernoso.

Per amore di Livia Saverio vinse il terrore che gli paralizzava le membra. Si arrampicò sul letto, levò alto il coltello che un tempo era servito a sventrare l'asino e vibrò un colpo deciso che trafisse il cuore del gigante. Questi sussultò, un estremo lampo di vita gli illuminò lo sguardo, un fiotto di san­gue gli sgorgò dalle labbra che rimasero mute.

Vincendo la ripugnanza e l'orrore, Saverio recise l'enorme testa e, afferratala per i capelli, la trascinò, sangui­nante, fuori della caverna per mostrarla come prova del suo trionfo.

Indicibile fu la gioia delle colombe che intrecciarono voli di danza, presto interrotti dalla consapevolezza che la proprietà magica delle camicie non sarebbe sopravvissuta a lungo alla scomparsa dell'artefice della magia. Planarono a valle.

Il giovane si trasferì nella città più vicina ove, sfruttando le illimitate capacità del borsellino, acquistò carrozze, cavalli ed abiti principeschi.

Non poca meraviglia destò per le contrade il passaggio del fastoso cor­teo in testa al quale cavalcava, impettito, Saverio, pregustandola felicità e gli onori che l'impresa compiuta gli avrebbe riservato.


[1]Vento di Nord‑Est, così detto in quanto proveniente dalla direzione in cui trovasi la città di Benevento.

[2]Vento che spira da Est.

[3]Borea, gelido vento del Nord.

Le Fiabe - La Penna del Pavone

Quando Giulietta, la principessina, compì l'età giusta per andare sposa, il re suo padre, rifuggendo da scelte op­portunistiche, volle offrire indistinta­mente a tutti i suoi sudditi la possibi­lità di impalmarla. In tutta segretezza fece confezionare per essa un prezioso vestito di seta e quindi inviò in ogni angolo del regno i suoi messi perché diffondessero un bando col quale si prometteva la mano della principessa a chi per primo ne avesse indovinato il colore.

Molti furono i cavalieri accorsi, ma nessuno di essi fu in grado di indicare l'esatto colore del vestito. Stavano or­mai per scadere i termini concessi, quando una sera giunse a corte un uomo non più giovane, dallo sguardo torvo e sfuggente che un ampio cap­puccio mal celava, privo di scorta e di servi al seguito. L'atteggiamento arro­gante ed il passo sicuro ne tradivano la tracotanza. Non si inchinò neppure al cospetto del re.

"Il vestito è del colore della pulce", affermò laconico, destando stupore ed apprensione nel monarca che non aveva considerato l'eventualità di de­stinare la sua diletta figliola ad un uomo così anziano e dall'aspetto poco rassicurante. Comunque, fedele alla parola data, non gli rimase che invitar­lo a stabilire la data delle nozze.

"Non posso attendere", dichiarò l'uo­mo, irriverente. "La principessa verrà via con me, ora, e le nozze saranno celebrate nel mio castello".

A Giulietta non fu neppure concesso di prendere il corredo, né di accomia­tarsi dalle devote damigelle. L'uomo la fece montare in groppa al proprio destriero e, insieme, scomparvero nel­la notte per ignota destinazione.

Trascorsero i mesi e di Giulietta non si ebbe più alcuna notizia. Il re era dive­nuto triste e cupo. Si sentiva in colpa e si struggeva nel rimorso che alimenta­va in sempre più lunghi silenzi. Carlo, il giovane principe, soffriva nel vedere l'anziano genitore consumarsi lenta­mente, al punto che gli fu inevitabile prendere una drastica decisione.

"Padre", annunciò, "consentitemi di mettermi alla ricerca della mia sventu­rata sorella e vi giuro che percorrerò il regno in lungo ed in largo fino a quan­do non l'avrò ritrovata".

Il re gli sorrise, grato. "Dio ti benedi­ca, figliolo, e ti protegga lungo il cam­mino", gli disse.

Carlo partì solo. Vagò per mesi, per paesi e contrade, ovunque chiedendo, invano, di Giulietta, finché un giorno, attraversando un bosco, un canto me­sto e nostalgico attirò la sua attenzio­ne. Vi era alcunché di familiare in quelle note dolenti. Abbandonò il sen­tiero e, guidato dalla languida melo­dia, si aprì un varco fra i rovi fino a raggiungere una radura al centro della quale si ergeva un austero palazzo turrito. Al davanzale di una delle fine­stre, in atteggiamento malinconico e assorto, un'esile figura di donna che subito riconobbe.

"Giulietta", chiamò in preda ad un'emozione profonda e spronò il cavallo attraverso la radura, agitando le braccia.

"Carlo!" esultò, sorpresa e felice, la ragazza. "Dio sia lodato!" Appariva pallida, emaciata, come provata da una lunga sofferenza.

"Stai bene?" si informò Carlo, premu­roso, arrestando la cavalcatura sotto la finestra.

Ella annui. "Non sono ammalata", lo tranquillizzò. "È la solitudine che mi rattrista, e il desiderio di nostro padre, di te, di tutti voi".

"Ma perché non hai dato tue notizie?" la rimproverò dolcemente Carlo.

"Come potevo! ?" gemette lei, sconso­lata. "Mi è impedito qualsiasi contatto col mondo esterno. Sono prigionie­ra".

"Prigioniera!" si sorprese, risentito, il giovane principe; poi, in un impeto di fierezza, soggiunse minaccioso: "Ora sono qua io. Affronterò l'uomo che ti ha rapita e potrai tornare alla reggia con me. Nostro padre non riesce a darsi pace da quando sei scomparsa". Lei scosse il capo, mesta e rassegnata. "Non puoi far nulla, Carlo", gli disse. "Né l'intero esercito di nostro padre riuscirebbe a ridarmi la libertà. È un servo del demone, un mago, un essere spregevole e infido". Represse a stento il terrore che il solo pensiero di lui le incuteva. "Devi andar via, presto, pri­ma del suo ritorno", sollecitò. "Le sue assenze non sono mai prolungate. La sua sorveglianza è ininterrotta. Anche di notte, quando dorme, per il timore che io possa fuggire, posa il suo capo sul mio petto usandomi a guisa di guanciale".

"Ci deve pur essere un modo, ci sarà pur qualcosa che posa vincerlo", si ostinò Carlo, pervaso da rabbia impo­tente.

Giulietta annui. "Non so chi siano, né in qual maniera possano nuocergli. Sono sei fratelli e li teme più della morte. Costoro possedevano una pen­na di pavone ed egli, con uno strata­gemma, gliela portò via. Deve essere un amuleto portentoso, dal momento che non se ne separa mai e, addirittu­ra, quando dorme, la custodisce serra­ta fra le gambe nel timore che io stessa possa sottrargliela".

"Chiunque essi siano, dovunque essi vivano, io li troverò", promise Carlo. "Abbi fiducia in me". Con questo giu­ramento, spronò la cavalcatura per far ritorno alla reggia.

Ascoltato il resoconto di Carlo, senza alcun indugio il re sguinzagliò per il regno cavalieri e fidi servitori alla ri­cerca dei sei fratelli, un tempo posses­sori della penna del pavone, e, di lì a pochi giorni, questi furono condotti al suo cospetto.

"È a voi che fu sottratta la penna del pavone?" interrogò.

"A noi, maestà", confermò il primo dei fratelli a nome di tutti.

"Siete disposti a rischiare le vostre vite per recuperarla?" domandò ancora il re.

Colui che aveva precedentemente par­lato si fece interprete della determina­zione di tutti: "Diteci, di grazia, dove è custodita perché ci sia data la possi­bilità di rientrarne in possesso".

"Chi rubò la penna rapì pure mia figlia", li informò il re. "Prima di auto­rizzarvi all'impresa voglio essere certo che questa non possa comportare con­seguenze spiacevoli perla principessa. Pertanto dovete convincermi delle vostre capacità".

"Io sono in grado di captare il più piccolo dei rumori a mille miglia di distanza", affermò il primo dei fratelli. "Io sono capace di spogliare dell'ar­matura la più vigile delle vostre guar­die, senza destarne il benché minimo sospetto", assicurò il secondo.

"Io posso far spuntare dal nulla una foresta estesa ed impenetrabile", si vantò il terzo.

"Ed io un lago profondo", gli fece eco il quarto.

"Quanto a me, riesco a generare una montagna di sapone", asserì il quinto. "Nessuno è più abile di me nel tiro con l'arco", garantì il sesto dei fratelli. "Pos­so infilzare una mosca alla distanza di un miglio".

Il re parve soddisfatto. In breve fornì loro le informazioni ricevute e promi­se onori e ricchezze se avessero porta­to a termine con successo l'impresa.

Espletati frettolosi preparativi, già al­l'alba, guidati da Carlo, i sei fratelli si misero in cammino. Cavalcarono due giorni e sostarono, alfine, ai margini del bosco dove, a notte, il primogenito accostò l'orecchio al suolo ed avvertì il respiro profondo e regolare del mago immerso nel sonno.

"Ora dorme", comunicò agli altri.

Come convenuto, il secondo dei fra­telli scomparve nella fitta vegetazione.

Protetto dalle tenebre, sgusciò fino all'ingresso del castello, ne forzò la serratura e, rapido e silenzioso, si por­tò nella camera da letto. Qui, senza destarla, trasse Giulietta dal disotto della testa del mago, recuperò la pen­na del pavone e, veloce, fece ritorno al luogo in cui gli altri erano in trepida attesa.

"Giulietta", chiamò Carlo, sottovoce. La principessa aprì gli occhi, insonno­lita, sorpresa.

"Non dir nulla", le impose il fratello. "Sei libera, ma dobbiamo fuggire".

La issò in groppa al proprio cavallo e tutti, preoccupandosi di non fare ec­cessivo rumore, presero la strada del ritorno.

Non avevano percorso che poche mi­glia, quando un urlo di rabbia, possen­te, feroce, disumano, echeggiò nel­l'aria. Compresero di essere stati sco­perti e forzarono l'andatura.

Il mago, pazzo di furore, si precipitò fuori dal castello, annusò l'aria e, com­piendo balzi caprini sulle tracce dei fuggitivi, non tardò ad avvistarli.

Fu Giulietta a scorgerlo per prima e ad indicarlo agli altri. Senza esitare, il terzogenito, col semplice gesto della mano, disseminò di alberi, di arbusti e di rovi il cammino alle loro spalle, ma il mago, senza difficoltà, superò l'osta­colo e di nuovo fu dappresso.

Il quarto dei fratelli, allora, interpose fra loro e l'inseguitore un lago enorme e profondo, ma il mago, nella sua inarrestabile corsa, fendette le acque. Fu la volta del quinto fratello che gli sbarrò il passo con una sdrucciolevole montagna di sapone. Il mago vi si avventò, ma alle dita sfuggiva la presa nell'impasto viscido e molliccio della ripida parete. Si arrampicava e scivolava, quindi si arrampicava di nuovo e ancora scivolava; e quando, alfine, con rabbioso accanimento, riuscì a guadagnarne la vetta, vi dovette sostare, ritto, esausto, ansante.

L'ultimo dei fratelli fu pronto ad approfittare di questa forzata immobilità. Tese l'arco, prese con cura la mira e scoccò un dardo che andò a conficcarsi fra gli occhi della malvagia creatura, uccidendola sul colpo.

Trionfale fu l'accoglienza a corte e grande la gioia per il ritorno della principessa. Ai giovani fratelli, in un impeto di gratitudine, il re offrì in sposa Giulietta, destando imbarazzo fra gli astanti. Erano in sei gli artefici della sua liberazione e l'impulsività del re rischiava di innescare pericolosi antagonismi. Con prontezza di spirito, Carlo intervenne:

"È giusto che a sposare mia sorella sia Filippo, il secondogenito", egli decretò. "È lui che in questa impresa ha corso i maggiori rischi. Da parte mia, come dono di nozze e in segno di riconoscenza, rinuncio, a suo favore, al mio diritto al trono".

Fu così che, alla morte dell'anziano re, Filippo, sposo di Giulietta, assunse la corona. Dalla loro unione erano già nati tre figli, l'ultimo dei quali, Marco, gli era forse il più caro, tanto che gli sarebbe piaciuto designarlo come suo successore, anche se doveva riconoscere che Tommaso, il secondogenito, era saggio ed accorto, più che gli altri attento al benessere dei sudditi.

Solo il primogenito era fonte di qualche preoccupazione. Era ambizioso, Bruno, e questo poteva anche non costituire un elemento negativo per un aspirante al trono, mala sua condotta non sempre era stata irreprensibile. Ragazzate, certo, ma che non giovavano all'immagine del probabile futuro sovrano.

La penna del pavone era rimasta a lui e non se ne era mai separato. L'aveva con sé anche quel giorno in cui, mentre cacciava, si allontanò dal gruppo inseguendo un cinghiale. L'affanno della preda esausta, l'eccitazione per l'imminente cattura lo resero imprudente al punto da indurlo a saltare una siepe irta di pruni. Il cavallo inciampò e rovinò al suolo, spezzandosi una gamba. Nella caduta, re Filippo picchiò il capo e ne rimase intontito. Si rialzò ma vagò alcune ore in stato confusionale, fino a quando non fu soccorso da alcuni pastori che lo ricondussero a valle.

Soltanto alla reggia si accorse di aver smarrito il prezioso amuleto e fu tale il dispiacere che se ne ammalò. Giacque a letto tre giorni, fabbricitante, e alfine, incapace di rassegnarsi, convocò al proprio capezzale i tre figli.

"È superfluo che vi rammenti cosa rappresenta per la nostra famiglia la penna del pavone", esordì con voce stentata che tradiva emozione ed angoscia. "Troppi sacrifici e dolori è costato preservarla ed ora, per un banale incidente di caccia, c'è il rischio che vada definitivamente perduta. Non posso fidarmi di alcuno, perciò dovete essere voi a mettervi alla sua ricerca. Io vi giuro sul mio onore che chi di voi riuscirà a recuperarla sarà designato mio successore al trono".

I principi, preoccupati dello stato di salute del genitore più che stimolati dalla prospettiva della ricompensa, partirono senza indugio. Si separarono nella zona in cui aveva avuto luogo la battuta di caccia e, per ognuno, iniziò una meticolosa quanto febbrile ricerca. Percorsero valli e pendii esplorarono gole scure e picchi arsi dal sole, guadarono torrenti, violarono la natura intricata e selvaggia di ripidi scoscendimenti. Un giorno e una notte trascorsero per anfratti e per forre e, finalmente, toccò a Marco la ventura di rinvenire la penna impigliata in un pruno dove l'aveva sospinta il vento. La recuperò e, felice, spronò il cavallo alla volta dei fratelli per annunciare il fortunato ritrovamento. Incontrò Bruno per primo e, raggiante, gli mostrò l'amuleto.

"Puoi essere soddisfatto", commentò quello, livido di gelosia. "La corona sarà tua, a dispetto del mio diritto di primogenitura".

"Sei ingiusto a preoccuparti della corona", lo rimproverò Marco. "Ciò che più urge ora è ridare la salute a nostro padre".

Ma Bruno non era nello stato d'animo di commiserare altri se non se stesso. Si sentiva tradito dal re e dal destino; sentiva di essere vittima di una cospirazione. Un sordo rancore gli insorse dentro, gli ottenebrò la mente. Travolto da un folle impulso di odio e di furore, estrasse il pugnale e trafisse il giovane fratello. Scavò quindi una buca ai piedi di un albero e ve lo seppellì, non prima però di essersi impossessato della penna.

Tornò solo alla reggia e consegnò l'amuleto al genitore che pianse di gratitudine e di gioia. Solo due giorni più tardi rientrò Tommaso, e di Marco non seppe dir nulla.

Passò una settimana ancora ed il re, impensierito, inviò un drappello di militi alla ricerca del figlio, ma questi fecero ritorno avendone ritrovato la sola cavalcatura.

"Sarà stato sbranato dai lupi", insinuò Bruno, e nessuno osò contraddirlo in quanto già da tempo un simile sospetto si era insediato nell'animo di ognuno.

Trascorsero alcuni anni. Re Filippo invecchiava. Al rammarico di non aver potuto dare una degna sepoltura al suo figlio prediletto si aggiungeva il cruccio per l'impegno assunto che avrebbe portato sul trono quel suo primogenito ambiguo e violento.

La regina Giulietta morì in primavera. In quella stessa stagione, un giovane pastorello che, al seguito del suo gregge, aveva raggiunto i pascoli montani, rinvenne un grosso fungo ai piedi di un albero. Lo estirpò, augurandosi che fosse mangereccio, e si avvide che, attaccato alle radici, era venuto su un osso lungo e cavo, adatto a ricavarne uno zufolo.

Per giorni lavorò di coltello e, alfine, lo strumento fu pronto. Lo portò alla bocca e vi soffiò per modularne le note ma, stranamente, ne venne fuori un canto lamentoso:

"Sonatore, bel sonatore, sona no poco chiù forte. Fratimo me rivo la morte, senza corpa né raggione, pe' la penna re pavone"[1].

Non poco fu lo stupore del pastorello che, pur perplesso e intimorito, provò e riprovò, ottenendone sempre la stessa nenia angosciante. Poi l'orgoglio di possedere un siffatto zufolo vinse ogni timore, e il giovincello prese a spostarsi di contrada in contrada per far mostra del prodigio.

Fu così che si trovò a passare nei pressi della reggia dove fu udito dal re che, incuriosito anche per l'esplicito riferimento al proprio amuleto, volle che fosse condotto alla sua presenza.

Più volte il pastorello, inorgoglito, dette dimostrazione delle capacità del suo zufolo e il re, che in quei versi avvertiva un confuso messaggio di cui gli sfuggiva il senso, fece chiamare i propri figli perché assistessero all'arcano. "Sonatore, bel sonatore, sona no poco chiù forte. Fratimo me rivo la morte, senza corpa né raggione, pe' la penna re pavone".

La nenia si diffondeva, straziante, per le sale mute del palazzo. Anche Tommaso fu colto da un profondo turbamento. Richiese al pastorello lo strumento e lo accostò alle labbra. Docile ne scaturì il canto:

"Sonatore, bel sonatore, sona no poco chiù forte. Lo frate nuosto[2] me rivo la morte, senza corpa né raggione, pe' la penna re pavone".

Sguardi di sospetto, occhiate di incredulo stupore investirono Bruno. Questi, visibilmente contrariato, si rivolse al pastorello in tono minaccioso. "Qual'è il trucco?" lo interrogò. "Signore, non c'è nessun trucco", balbettò il ragazzotto spaventato. "Provate voi stesso".

"Non mi sottopongo a simili farse", si rifiutò Bruno indignato e fece per uscire, ma il padre lo fermò.

"Prova", gli impose in tono perentorio.

Riluttante, il principe prese lo zufolo dalle mani di Tommaso e lo portò alla bocca. Il canto si levò stridulo, vibrante di sdegno:

"Sonatore, bel sonatore, sona no poco chiù forte. Tu, frate mio, me risti la morte[3], senza corpa né raggione, pe' la penna re pavone".

Questa volta il messaggio era inequivocabile. La prova definitiva del misfatto la fornirono i miseri resti di Marco riesumati dalla buca scavata ai piedi dell'albero, ed il malvagio Bruno fu rinchiuso nella cella più buia dei sotterranei del palazzo.

Re Filippo abdicò in favore del figlio Tommaso. Questi, alla morte del padre, volle chela penna del pavone, che tanto dolore e lutto aveva causato, fosse sepolta con lui e così sottratta per sempre alla follia degli uomini.



 

[1]Suonatore, bel suonatore, / suona un po' più forte. /Mio fratello mi dette la morte, / senza (una mia) colpa né motivo, / per la penna del pavone

[2]Nostro fratello.

[3]Tu, fratello mio, mi desti la morte.

Le Fiabe - Pellecchione

Quando sua madre morì, Graziella aveva diciassette anni.

Era stata una donna minuta, sua madre, e malaticcia, tanto che destava meraviglia che avesse messo al mondo una figlia, oltretutto bella e in salute. La sua era stata una lunga agonia e, quando alfine aveva sentito che la vita stava per sfuggirle, consapevole di lasciare un marito ancora giovane, spinta dall'assurda illusione di poter così continuare a restargli vicina, lo aveva chiamato a sé per raccomandargli di sposare esclusivamente la donna che fosse stata in grado di calzare le sue scarpette, quelle che si era fatte confezionare per il giorno della Pasqua a cui non sarebbe arrivata.

Trascorso l'anno di osservanza del lutto, come il costume del tempo imponeva, l'uomo si era messo alla ricerca della donna ai cui piedi si fossero adattate le scarpe; ma dopo vani tentativi condotti per contrade lontane, sfiduciato, si era rintanato in casa, rifiutandosi di vedere sinanche gli amici.

Ormai trascorreva i suoi giorni chiuso in un assorto mutismo. A volte Graziella lo sorprendeva, immobile, a considerare con risentimento quelle minuscole scarpine contro cui si infrangeva ogni sua legittima aspirazione ad una nuova compagna che ridesse senso alla sua esistenza. La ragazza allora si provava a parlargli, a scuoterlo, ma egli rimaneva irraggiungibile, estraneato nel suo assillo.

Un dì che Graziella, dovendo uscire, inavvertitamente aveva calzato le scarpe della madre, per l'uomo, ormai ossessionato dal pensiero di una nuova sposa, fu quello un segno del destino. Si levò in piedi, folgorato, eccitato, e la rincorse fin sulla soglia dell'uscio. "Hai messo le scarpe di tua madre", le fece notare.

Lei si guardò i piedi, mortificata, timorosa di avergli involontariamente arrecato altro dolore. "Scusami, papà. Non me ne ero resa conto". Fece per sfilarle, ma quello la fermò.

"Tienile pure", la esortò. "Ormai ti appartengono perché sarai tu la mia sposa".

Graziella rimase allibita. La follia di suo padre non aveva più limiti. Disperata, corse presso la tomba della madre e qui, fra le lacrime, le mosse un accorato rimprovero: "Maleretta, mamma, ca le risti so consiglio; come no padre se po'sposa' na figlia!?[1]

Una voce stanca e amareggiata si levò dalle viscere della terra. "Non piangere, Graziella", le disse. "Per il tuo consenso alle nozze, chiedi che ti faccia confezionare un vestito ricoperto di campanellini d'oro".

Rasserenata, Graziella tornò a casa e pose al padre la propria condizione. Sebbene l'uomo non disponesse dei mezzi necessari, accettò. La sua smania ossessiva lo aveva reso disposto a tutto pur di raggiungere il suo scopo. Si appartò in un boschetto di noccioli e, attesa la mezzanotte, invocò il diavolo.

Questi gli si manifestò fra esalazioni di zolfo e saettanti lingue di fuoco. "So bene cosa vuoi dame", dichiarò prima ancora che l'uomo potesse profferire parola; "ma cosa sei disposto a darmi in cambio?"

"La mia anima", propose quello senza esitare.

L'apparizione si dissolse, lasciando al suo posto un abito vaporoso, guarnito di campanelli d'oro che la luna accendeva di riflessi e l'alitare del vento animava di armoniosi tintinnii.

Esultante, l'uomo corse ad offrirlo alla figlia. Graziella, sconvolta, attese il giorno per tornare presso la tomba della madre dove, come la prima volta, pianse:

"Maleretta, mamma, ca le risti so consiglio; come no padre se po' sposa' na figlia!?"

"Chiedi un nuovo vestito", suggerì la voce dall'oltretomba, "che sia intessuto di raggi di sole e di luna".

Neppure questa nuova richiesta impensierì il folle padre che promise di soddisfarla quella stessa notte. Evocò il diavolo e questi gli chiese quale prezzo fosse stato disposto a pagare.

"Avrai l'anima della mia sposa", egli assicurò, ed in cambio ottenne un meraviglioso vestito che, pur essendo del pallido candore della luna, irradiava la luce calda e dorata del sole.

Non rassegnata, Graziella, per la terza volta, si recò a lamentarsi sulla tomba della madre:

"Maleretta, mamma, ca le risti so consiglio; come no padre se po' sposa' na figlia!?"

"Figlia mia", la voce le giunse addolorata e fioca, soffocata da un'angoscia profonda più che dallo spesso strato di zolle, "dal momento che tuo padre non desiste dal suo folle proposito, non ti rimane che chiedergli un vestito fatto di pelle d'asino, che aderisca perfettamente al tuo corpo. C'è da sperare che, una volta che l'avrai indossato, trovandoti repellente, riesca a rinsavire".

Ma invano, il giorno successivo, indossato il grottesco costume, cercò nello sguardo del genitore un segno di repulsa. Tornò allora sulla tomba della madre:

"Maleretta, mamma, ca le risti so consiglio; come no padre se po' sposa' na figlia!?"

Un profondo sospiro venne fuori dal tumulo. "Fingi di acconsentire alle nozze", consigliò poi la voce, distante, stremata. "Durante il festino nuziale fa' in modo che beva abbondantemente, sì da renderlo meno vigile e sospettoso, quindi fuggi lontana, dove non gli sia più possibile trovarti".

Rientrata a casa, Graziella concesse al padre di fissare la data delle nozze. L'uomo ne fu felice. Pur nell'impossibilità di ottenere la consacrazione del vincolo da parte della Chiesa, non volle rinunciare a che la cerimonia assumesse il carattere fastoso e solenne che si addiceva a simile circostanza. Diramò gli inviti e, quando finalmente giunse il giorno in cui concretizzare l'unione, sgozzò polli e conigli e sturò la botte più grossa della cantina.

Graziella indossò per l'occasione un vestitino semplice, da lei stessa cucito, e, sebbene sollecitata, si rifiutò di calzare le scarpe della madre. Comunque, a tavola, pur preoccupandosi che il bicchiere di suo padre fosse sempre colmo di vino, finse un insolito buonumore, mostrandosi partecipe dell'allegria generale. Alfine, secondo tradizione, ballò con lo sposo e con gli invitati sino a notte inoltrata.

Quando tutti gli ospiti ebbero finalmente lasciato la casa, suo padre, brillo e malfermo, si ritirò in camera da letto. Graziella non lo seguì.

"Vieni", chiamò egli, impaziente.

"Non posso lasciare tutto questo disordine", si giustificò lei. "Dammi almeno il tempo di sciacquare i piatti". Il padre zittì, ma rimase in attesa, tendendo l'orecchio ad ogni rumore. Graziella si affrettò a riporre le sue cose in una sacca e si vestì della pelle d'asino. Legò poi per i piedi una coppia di colombi che lasciò a sguazzare nella tinozza allo scopo di far credere che fosse intenta a riasciacquare; quindi, furtivamente, si allontanò nella notte.

Camminò giorni e giorni, ovunque destando pietà e ripugnanza ed ottenendone di che sopravvivere, finché il suo casuale girovagare non la portò presso il palazzo del re. Col cuore colmo di speranza, pensò che lì suo padre non l'avrebbe cercata, così decise di offrire al monarca i propri servigi in cambio di cibo e di un tetto.

Era disgustosa nell'aspetto ed emanava un fetore nauseabondo tale che, benché assunta per carità cristiana, fu destinata alla cura dei porci, e come alloggio le fu assegnato un tetro ed angusto ripostiglio seminterrato, a tergo delle cucine. Nessuno si preoccupò di chiederle di dove venisse o come si chiamasse, e malignamente le fu affibbiato il nomignolo di Pellecchione[2].

Pellecchione trascorreva tutto il tempo fra il porcile e la sua stanza, senza mai separarsi dalla sacca in cui custodiva i preziosi vestiti, nel timore che qualcuno vi potesse frugare. Era evitata da tutti. Solo l'anziana cuoca, ormai esonerata dalle sue mansioni, non disdegnava la sua compagnia. Così, talvolta, quando l'intero palazzo era immerso nel sonno, la laida guardiana di porci si intratteneva in cucina con lei che si aggirava fino a notte fonda fra i fornelli spenti, a rimpiangere i tempi della sua giovinezza.

Dalla cuoca seppe del ballo che di lì a pochi giorni il re avrebbe dato a palazzo. Era giovane, Pellecchione, e, come a tutti i giovani, le piaceva ballare; così non seppe resistere alla tentazione e, quando fu il momento, dismessa la pelle d'asino, indossò la veste guarnita di campanelli d'oro e si presentò a corte.

Ammirata per la sua bellezza, contesa da nobili e cavalieri, ballò quasi esclusivamente col giovane principe che, al momento del commiato, le prese la mano e le infilò al dito un anello tempestato di diamanti. "Questo per ricordarti di non mancare al ballo del prossimo mese", le sussurrò in un orecchio.

Puntuale, il mese successivo Graziella si presentò a corte con indosso il vestito intessuto di raggi di sole e di luna. Era stupenda ed il principe non ebbe occhi che per lei. Ballarono insieme tutta la sera, senza nulla concedere alle torve occhiate di invidia ed agli acidi commenti delle damigelle e delle loro madri. Al termine della festa, il principe le mise al polso un bracciale d'oro con rubini incastonati. "Perché tu sappia che io sarò qui ad attenderti impaziente", le disse.

Ma Graziella non tornò più ai balli di corte. Si era innamorata del principe e ciò la faceva soffrire. Non era che una guardiana di porci ed i suoi sentimenti non potevano che offendere il giovane. La sola consolazione che si concedeva era ascoltare dalla vecchia cuoca i ricordi dell'infanzia di lui.

Molti mesi passarono e circolò la voce che il principe era intenzionato a prendere moglie, e a tal fine le nobili fanciulle del regno venivano convocate a corte perché egli potesse operare la sua scelta. Pellecchione ne provò un gran dolore, ma realisticamente dovette convenire che era assurda l'illusione che egli potesse restare per sempre vincolato al ricordo di una sconosciuta che aveva danzato fra le sue braccia. Ormai non le restava che disfarsi di quei pegni della sua ammirazione che aveva gelosamente custodito, se non altro per evitare che il loro possesso perpetuasse in lei sentimenti e sogni impossibili.

Rifletté a lungo ed alfine escogitò un sistema di restituzione che le consentisse di serbare l'anonimato. Preparò una torta, che guarnì con ricami di creme e fragole, ed in essa introdusse 1' anello.

"La offriresti al principe?" chiese all'anziana cuoca. "Puoi dirgli di averla preparata con le tue mani e son certa che te ne sarà grato".

La donna accettò, entusiasta dell'opportunità che le si offriva di ben figurare. Dispose il dolce su di un vassoio e, appena fu giorno, si recò a farne omaggio al giovane.

"Ottima! " si complimentò questi dopo averla assaggiata. Affondò di nuovo il coltello per servirsi di una abbondante porzione e l'anello, fortuitamente liberato dall'impasto, rotolò tintinnando sul vassoio. Lo riconobbe. Il cuore gli pulsò in gola, gonfio di trepidazione e di speranza.

"Sei sicura di aver preparato tu sola questa torta?" indagò.

"Con queste mie stesse mani, signore" assicurò la donna.

"Nessun'altra ti ha aiutata?" egli insistette.

"Nessuna, lo giuro", sostenne la cuoca. "Chi volete che consideri più una povera vecchia quale io sono!" Non senza disagio, timorosa di tradirsi, si allontanò dopo un rapido inchino, lasciandolo a meditare in uno stato di incomprensione e di turbamento.

Passò una settimana e Pellecchione preparò una seconda torta in cui inserì il bracciale, incaricando nuovamente la cuoca di farne omaggio al principe.

Questi, quasi l'aspettasse, non mostrò compiacimento né gratitudine, ma solo una sorta di ansia irrazionale che lo spinse ad affondare le mani nella soffice sfoglia, ad abbrancare e strizzare le creme con gesti impazienti, fino a trarre fuori il bracciale.

"Ora mi dirai la verità", ingiunse, severo.

"Signore, non c'è nessuna verità che io vi nasconda", protestò debolmente la donna.

Il principe dovette fare uno sforzo per conservare la calma. "Ascoltami", disse; "ho rispetto per la tua età e riconoscenza per i lunghi anni prestati al nostro servizio, ma ti giuro che se non mi riveli il nome della fanciulla che ha preparato le due torte finirai i tuoi giorni nelle segrete del castello in compagnia di topi e scarafaggi".

La donna, spaventata più che dal senso delle minacce dalla determinazione che gli si leggeva sul viso, cadde in ginocchio. "Perdonatemi, signore", supplicò in lacrime. "Lungi da me l'intenzione di recarvi danno od offesa. È Pellecchione l'artefice dei dolci, ma temendo un vostro rifiuto ha pregato me della consegna e della innocente menzogna".

"Pellecchione? La vecchia addetta al porcile?" stupì il giovane e, senza attendere risposta, si allontanò deciso, seguito dallo sguardo interdetto della cuoca tuttora genuflessa.

Pellecchione era intenta a governare i porci, col suo inseparabile sacco in spalla. Il principe l'afferrò per una mano e, trascinandosela dietro, raggiunse, irrompendovi, gli appartamenti del re.

"Padre", annunciò, "ho scelto la donna che sarà la mia sposa".

"Me ne compiaccio, figliolo", si complimentò il re in tono bonario, sebbene interrotto in una importante riunione coi propri consiglieri. "Qual'è il nome della fortunata?"

"Pellecchione, padre", rispose egli serio, e spinse in avanti la sgradevole vecchia, intimidita e confusa.

Lo stupore del re si incrinò di un riso convulso, scettico eppure isterico. I presenti ammutolirono incerti, prima di accomunarsi all'ilarità del sovrano. Poi il monarca ritrovò la sua abituale compostezza, non disgiunta da un piglio severo.

"È di cattivo gusto prendersi gioco di questa povera disgraziata", ammoni il figlio.

"No, padre; sono sincero", dichiarò il principe; quindi si genuflesse di fronte a Pellecchione. "So che non sei ciò che vuoi apparire, anche se ne ignoro il motivo", esordì. "Sappi che il mio cuore ti appartiene sin dalla sera del nostro primo ballo. Rivela a tutti le tue reali sembianze, te ne supplico, e ridona la serenità a questo tuo umile servitore che comunque ti prenderà in sposa, anche se vorrai continuare ad essere Pellecchione".

Commossa, la vecchia guardiana di porci, fra lo sconcerto e il silenzio generale, si ritirò dietro un paravento dove smise la pelle d'asino per indossare il vestito intessuto di raggi di sole e di luna. Ricomparve nella sua stupenda bellezza e, sotto lo sguardo ammirato dei consiglieri e del re, si rifugiò fra le braccia del principe.

Si sposarono e chi li conobbe sostenne che mai vi fu al mondo coppia più felice.


[1]Maledetta, mamma, che gli desti quel consiglio; come può un padre sposare la propria figlia!?

[2]Termine spregiativo di pellecchia, intesa come pelle vecchia e rugosa.

Le Fiabe - Il Mortaio D'Oro

In un remoto villaggio fra i monti viveva un tempo un contadino che, vedovo, condivideva con l'unica figlia il duro lavoro dei campi.

Donata, era questo il nome della ragazza, sebbene ventenne nonché di gradevole aspetto e di pronta intelligenza, non aveva trovato marito in quanto il padre non possedeva abbastanza per costituirle una dote.

Un giorno, all'alba, il brav'uomo, mentre era intento a dissodare le zolle del suo piccolo podere, mise allo scoperto un oggetto che luccicò al sole nascente e che, prontamente ripulito, risultò essere un mortaio d'oro. Eccitato, felice, interruppe il lavoro e si affrettò a far ritorno al villaggio per mostrarlo alla figlia.

Donata se lo rigirò perplessa fra le mani. "È d'oro massiccio", convenne, "ma credo sia di scarsa utilità. Nessuno qui ha abbastanza soldi per poterlo comprare e se proviamo a venderlo in città c'è il rischio che ci accusino di averlo rubato".

Il buon uomo, che aveva costruito tanti sogni su quell'improvvisa fortuna, controvoglia dovette ammettere che sua figlia aveva ragione. Stette a pensarci un po' su, poi alfine decise: "Lo porterò in dono al re. Nella sua magnanimità non mancherà di ricompensarmi generosamente, così, finalmente, riuscirò a realizzarti il corredo e la dote".

Donata scosse il capo dubbiosa. "Sono sicura che il re non ti darà alcuna ricompensa", avvertì. "Piuttosto ti dirà: Il mortaio è raro e bello, ma, villano, dov'è il pestello?"

L'uomo si mostrò profondamente seccato dalla saccenteria e dalle continue obiezioni che gli muoveva la figlia. "Che sai tu dire?" la rimbeccò. "Un re non può essere che giusto e buono, altrimenti non sarebbe re".

Fu così che, fermo nella propria decisione, il giorno successivo, di buon'ora, si mise in cammino alla volta della città. Era l'imbrunire quando bussò alla porta del palazzo reale e, informate le guardie circa il prezioso rinvenimento, fu ammesso al cospetto del re.

Il sovrano, sprofondato in atteggiamento pensoso fra i cuscini di velluto del trono, lo degnò appena di uno sguardo. Soggezionato, profondendosi in inchini goffi e scomposti, il povero contadino pose ai suoi piedi il mortaio senza profferire parola. Il re lo prese, lo rigirò a lungo fra le mani, lo considerò ammirato ma alfine, in tono di rimprovero, disse: "Il mortaio è raro e bello, ma, villano, dov'è il pestello?" Sorpreso, l'uomo, scordando il contegno ossequioso cui era tenuto, si drizzò nella persona menandosi nel contempo una sonora pacca sull'anca. "Che cretino sono stato!" sbottò. "Avrei fatto meglio a dare ascolto a mia figlia".

Il re inarcò le sopracciglia. "Tua figlia cosa suggeriva?" si informò.

"Vostra maestà non la tenga per offesa", si affrettò a chiarire il contadino, mordendosi le labbra e maledicendo fra sé la propria impulsività. "Mia figlia aveva previsto che vostra maestà avrebbe pronunciato le esatte parole testè dette".

"Si diletta forse di magia nera?" indagò il re sospettoso. "Assolutamente no, maestà", respinse con forza il contadino e si segnò il petto e la fronte con la croce. "Mia figlia è devota alla Vergine e non manca di ascoltare messa ogni domenica. Solo è una ragazza saggia".

Se è saggia come tu dici", replicò il re, "ordinale di comparire alla mia presenza, ma faccia in modo che non venga né di notte né di giorno, né a piedi né a cavallo, né nuda né vestita, né digiuna né sazia. Ora va e non provare ad ingannarmi perché la mia collera ti raggiungerebbe ovunque, anche ai confini del mondo".

Il pover'uomo rifece a ritroso il cammino nella notte, maledicendo la propria ingenuità e raccomandandosi a tutti i Santi del Paradiso. Paventava l'ira del re e già si figurava fustigato e rinchiuso in una putrida cella, punito per la propria arroganza. A rendere più gravoso il suo sconforto era il pensiero di aver ridotto Donata in miseria, in quanto il re non avrebbe mancato di confiscargli il podere.

Giunse a casa a mattino inoltrato. A Donata che lo aveva atteso in ansia, senza chiudere occhio, non dette il tempo di parlare. Si accasciò esausto su di una sedia e cominciò a gemere ed a lamentarsi: "Poveri noi. Le disgrazie mele vado proprio a cercare. Ti avessi dato retta, figlia mia!"

Donata tirò fuori dalla credenza pane e formaggio. "Non c'è ragione di crucciarsi", lo rincuorò. "Io sulla ricompensa non ci ho mai contato. Poveri eravamo e poveri siamo rimasti".

"È successo di peggio", gemette il po­ver'uomo, visibilmente sconvolto.

Donata si fece seria, apprensiva. "Ti hanno accusato di furto?" interrogò allarmata. "Ti hanno depredato? Qual­cuno ti ha minacciato?"

L'uomo scosse il capo sconsolato e, tutto d'un fiato, riferì alla figlia l'assur­da richiesta del re. La ragazza rifletté un istante, poi, rasserenata dall'intui­zione di una possibile soluzione, esor­tò il padre a consumare il suo frugale pasto ed a recuperare almeno in parte il sonno perduto.

Impiegò l'intera giornata nella ricerca di una robusta capra e di una rete da pescatore, quindi, serbata una casta­gna nel pugno, si denudò, si avvolse nalla rete e, montata in groppa alla capra, parti alla volta della città che annottava.

Raggiunse la reggia che l'aurora schia­riva l'orizzonte. Le guardie, sebbene insonnolite, non potettero che apprez­zare l'insolita apparizione e, tutte, le si fecero intorno, ammiccando, ammi­randola, interrogandola premurose, ma alla richiesta di ammetterla alla presenza del re decisamente si opposero. "Ho assoluta urgenza di vederlo", so­stenne lei caparbia, alzando il tono della voce.

"Sua maestà sta riposando e non può essere disturbata", tentavano di spie­gare gli armigeri; ma la ragazza non intendeva ragioni.

"Debbo conferire col re", cominciò ad urlare con voce stridula, spronan­do la capra nell'intento di aprirsi un varco.

"Zitta, sciagurata", raccomandavano quelli. "Ci rincrescerebbe che una siffatta figliola finisse ad invecchiare nei sotterranei del castello".

"Lasciatemi passare", continuava ad insistere lei. "E' di vitale importanza che conferisca subito col re".

Dei lumi si accesero nella reggia. Scalpiccii e voci concitate fiorirono ovunque. Tutto quel trambusto finì col destare il sovrano che, furente, venne alla finestra. Come lo vide, Do­nata gli si rivolse direttamente:

"Sono Donata, sire", gli gridò, "la fi­glia del villico che vi ha fatto dono del mortaio d'oro".

Alla vista delle fattezze armoniche del­la ragazza, che la rete da pescatore mal celava, l'ira del re sbollì per cedere il posto all'ammirazione. Tuttavia il tono della voce si conservò autoritario: "Ti avevo fatto chiedere di comparire al mio cospetto non di giorno, ma nep­pure di notte", le ricordò.

"Vi pare che sia già giorno, sire?" domandò lei di rimando, per nulla intimidita.

"No, non posso affermare che sia già giorno", convenne il re.

"E ritenete che sia ancora notte?" in­calzò lei.

"No, neppure questo posso afferma­re", ammise il re. "Comunque avevo chiesto che venissi non a piedi, ma neppure a cavallo".

"Come potete vedere, sire, sono in groppa ad una capra; ma non si può dire chela cavalchi in quanto ho i piedi al suolo, né che cammini, in quanto mi lascio portare da essa", argomentò Donata.

"Può darsi che tu abbia ragione", concesse il re; "ma ti vedo coperta, e l'ordine era di presentarti non vestita né nuda".

"Vostra maestà ritiene una rete da pescatore sufficiente a vestire un corpo?" interrogò Donata.

"In effetti non basta", concordò il re. "E nel contempo dovete ammettere che nuda non sono in quanto indosso questo seppur singolare vestito".

Il monarca annuì. Donata dischiuse il pugno e si affrettò a mangiare la castagna che aveva serbato sino ad allora. "E dell'ultima condizione cosa puoi dirmi?" domandò il re che, smesso l'iniziale piglio austero, appariva ormai divertito.

"Come vostra maestà ha potuto costatare", fece notare Donata, "ho appena finito di mangiare una castagna, quindi digiuna non sono. Peraltro, sebbene la povera gente come me sia avvezza a contentarsi del poco cibo lasciato da censi e gabelle, non può bastare una sola castagna a saziarmi". Il re, sedotto dall'arguzia oltre che dalla bellezza di Donata, ordinò alle guardie di introdurla al proprio cospetto. "Sei saggia ed astuta", riconobbe ammirato, "pertanto sarai la mia sposa. Però", avvertì, "ricorda che mai, e per nessuna ragione, dovrai interferire col mio operato".

Le nozze furono solenni e fastose, e per Donata ebbe inizio una vita da favola.

Passarono i mesi e venne il tempo della vendemmia. Un povero contadino, venuto in città per la fiera col suo carico d'uva, nell'intento di arrotondare i suoi miseri proventi, dette a nolo la propria asina incinta ad un commerciante del luogo perché ne trainasse il carro fino ad un paese vicino. Il caso volle che durante il tragitto l'asina partorisse ed il commerciante, adducendo a pretesto la circostanza che l'evento si fosse verificato fra le stanghe del suo carro, rivendicò il possesso del puledro. La questione fu sottoposta al giudizio del re il quale, ascoltate le ragioni dell'uno e dell'altro, ritenne valida la tesi del commerciante.

Il contadino era disperato. Tutta la giornata si aggirò, dolente, nei pressi della reggia. Non riusciva a rassegnarsi all'ingiustizia patita, né aveva il coraggio di tornare al suo villaggio dove la moglie non avrebbe inteso ragioni. Fu così che Donata, durante la sua passeggiata vespertina, lo sorprese in lacrime ai margini del parco ed apprese quanto era accaduto. Sebbene memore dell'impegno assunto col proprio sposo, impietosita, non potette esimersi dal consigliargli un espediente che forse gli avrebbe consentito di rientrare in possesso del puledro, raccomandandogli però di non rivelare ad alcuno l'origine del suggerimento. Rincuorato, il contadino, fece solenne promessa e, il mattino successivo, come dettogli, si portò nel giardino del re e prese a trascinare nel prato una lunga rete da pesca.

Quando, poco più tardi, il monarca si destò e venne alla finestra, scorgendo lo impegnato in tale strana attività, lo interpellò incuriosito: "Cos'è che stai facendo, villano?"

"Come vostra maestà illustrissima può vedere, sto pescando", rispose il con­tadino senza fermarsi.

"Da quando il prato dà pesci?" inter­rogò il re divertito.

"Da quando i carri mettono al mondo asinelli", fu la pronta risposta.

Il re ne fu irritato. Chi poteva aver suggerito a quel rozzo villico ignoran­te una tale messinscena allo scopo di contestare il giudizio con cui, il giorno innanzi, aveva chiuso la vertenza che lo aveva visto contrapposto ad un onesto e rispettato commerciante del luo­go? Qualcuno osava criticare la sua imparzialità, screditare l'amministra­zione della giustizia, seminare il dubbio e lo scontento fra i sudditi. Tali dissensi andavano stroncati sul nasce­re se non si voleva incorrere nel peri­colo dell'anarchia.

In preda a queste tumultuose conside­razioni, non esitò ad ordinare alle guar­die di trascinare l'uomo al suo cospetto. "Son disposto a perdonare la tua arroganza", promise, "ed anche a farti rendere il puledro, purché tu mi faccia il nome di colui che ti ha consigliato un tale stratagemma".

"Nessuno mi ha consigliato, maestà", farfugliò il contadino, tremante.

"Se ti ostini a tacere", minacciò il re, "ti farò decapitare e confischerò tutti i tuoi beni".

Il contadino sbiancò in viso. Nono­stante il terrore gli fiaccasse le mem­bra, non intendeva mancare alla promessa fatta. "Lo giuro, maestà; nessu­no mi ha consigliato", insistette.

Il re si levò in piedi, furente. "Conse­gnatelo all'inquisitore perché lo faccia confessare", urlò. "E se nonostante le torture si ostina a tacere, affidatelo al boia affinché venga giustiziato sulla pubblica piazza a mo' di esempio per tutti".

Il pover'uomo si senti venir meno. Le guardie lo afferrarono per le braccia, pronte a trascinarlo via. "Pietà", egli supplicò fra le lacrime, ma la rude inflessibilità degli armigeri lo convin­se che sarebbe stato inutile invocare clemenza. "Il consiglio mi è stato dato dalla regina, vostra consorte", confes­sò allora tutto d'un fiato.

Il re fu profondamente turbato da tale rivelazione. Fedele alla parola data, dispose che l'uomo fosse liberato e che il puledro gli venisse restituito, quindi ordinò che si convocasse d'urgenza la regina.

Donata non si mostrò affatto sorpresa dell'insolito invito a comparire dinan­zi al suo sposo nella sala delle udienze. Era consapevole di aver contravvenu­to alle regole, ma non ne era affatto pentita. Aveva agito di istinto, obbedendo al proprio senso di giustizia, ed era pronta a subirne le conseguenze. Il re appariva sinceramente rammaricato. Era innamorato della sua sposa, ma non poteva permettere che i senti­menti personali ostacolassero i suoi doveri di sovrano. Evitò di incrociarne lo sguardo. "Hai dimostrato di non essere alfine tanto saggia", esordì. "Sei venuta meno all'impegno di non interferire nel governo del regno, e ciò ti impone di lasciare la mia dimora. Comunque, pur se ti ho sposata senza che possedessi un abito da mettere in dosso, a riprova della mia magnanimità, ti consento di portare con te ciò che di più prezioso ritieni contenga questo palazzo".

"Non posso darvi torto, sire", convenne Donata. "Permettetemi solo di restare qui ancora una notte, in modo che possa vagliare, fra le tante cose a me care, ciò che maggiormente potrebbe consolarmi della perdita della mia privilegiata condizione".

II re annuì. "Ti concedo di pernottare a palazzo, ma esigo che alle prime luci dell'alba tu ne sia lontana".

Quella sera, a cena, Donata nascostamente versò una fiala di sonnifero nella coppa del vino del re e questi, dopo averne bevuto solo pochi sorsi, cadde in un sonno profondo. Lei dispose che si approntasse in tutta fretta un cocchio e vi fece caricare il re addormentato. Quindi salì a cassetta e, senza scorta, spronò i cavalli alla volta del villaggio natio, diretta alla casa paterna.

Qui giunta, con l'aiuto dell'anziano genitore, trasportò il suo sposo in quella che era stata la sua camera e ve lo adagiò sul letto.

Al mattino il monarca fu destato dal canto dei galli e dall'operoso risveglio della campagna. Sorpreso, disorientato, si rizzò a sedere sul misero letto di spoglie. "Dove sono?" interrogò.

Dalla penombra venne fuori Donata che lo aveva vegliato l'intera notte. "In casa mia", gli rispose. "In casa tua!?" si stupì il re. "E cosa ci faccio io in casa tua?"

"Perdonatemi, maestà", gli disse Donata. "Siete stato voi ad autorizzarmi a portare con me quanto di più prezioso ritenessi fosse a palazzo. E la cosa più preziosa, per me, siete voi".

Il re, commosso, l'abbracciò. "Donata", le disse, "sei una cara, saggia ragazza e qualsiasi uomo al mondo, persino il più potente dei re, non potrebbe che considerarsi fortunato di averti come sposa. Ti prometto che da oggi mai più prenderò una decisione senza averti prima interpellata".