Le Fiabe - La Penna del Pavone

Quando Giulietta, la principessina, compì l'età giusta per andare sposa, il re suo padre, rifuggendo da scelte op­portunistiche, volle offrire indistinta­mente a tutti i suoi sudditi la possibi­lità di impalmarla. In tutta segretezza fece confezionare per essa un prezioso vestito di seta e quindi inviò in ogni angolo del regno i suoi messi perché diffondessero un bando col quale si prometteva la mano della principessa a chi per primo ne avesse indovinato il colore.

Molti furono i cavalieri accorsi, ma nessuno di essi fu in grado di indicare l'esatto colore del vestito. Stavano or­mai per scadere i termini concessi, quando una sera giunse a corte un uomo non più giovane, dallo sguardo torvo e sfuggente che un ampio cap­puccio mal celava, privo di scorta e di servi al seguito. L'atteggiamento arro­gante ed il passo sicuro ne tradivano la tracotanza. Non si inchinò neppure al cospetto del re.

"Il vestito è del colore della pulce", affermò laconico, destando stupore ed apprensione nel monarca che non aveva considerato l'eventualità di de­stinare la sua diletta figliola ad un uomo così anziano e dall'aspetto poco rassicurante. Comunque, fedele alla parola data, non gli rimase che invitar­lo a stabilire la data delle nozze.

"Non posso attendere", dichiarò l'uo­mo, irriverente. "La principessa verrà via con me, ora, e le nozze saranno celebrate nel mio castello".

A Giulietta non fu neppure concesso di prendere il corredo, né di accomia­tarsi dalle devote damigelle. L'uomo la fece montare in groppa al proprio destriero e, insieme, scomparvero nel­la notte per ignota destinazione.

Trascorsero i mesi e di Giulietta non si ebbe più alcuna notizia. Il re era dive­nuto triste e cupo. Si sentiva in colpa e si struggeva nel rimorso che alimenta­va in sempre più lunghi silenzi. Carlo, il giovane principe, soffriva nel vedere l'anziano genitore consumarsi lenta­mente, al punto che gli fu inevitabile prendere una drastica decisione.

"Padre", annunciò, "consentitemi di mettermi alla ricerca della mia sventu­rata sorella e vi giuro che percorrerò il regno in lungo ed in largo fino a quan­do non l'avrò ritrovata".

Il re gli sorrise, grato. "Dio ti benedi­ca, figliolo, e ti protegga lungo il cam­mino", gli disse.

Carlo partì solo. Vagò per mesi, per paesi e contrade, ovunque chiedendo, invano, di Giulietta, finché un giorno, attraversando un bosco, un canto me­sto e nostalgico attirò la sua attenzio­ne. Vi era alcunché di familiare in quelle note dolenti. Abbandonò il sen­tiero e, guidato dalla languida melo­dia, si aprì un varco fra i rovi fino a raggiungere una radura al centro della quale si ergeva un austero palazzo turrito. Al davanzale di una delle fine­stre, in atteggiamento malinconico e assorto, un'esile figura di donna che subito riconobbe.

"Giulietta", chiamò in preda ad un'emozione profonda e spronò il cavallo attraverso la radura, agitando le braccia.

"Carlo!" esultò, sorpresa e felice, la ragazza. "Dio sia lodato!" Appariva pallida, emaciata, come provata da una lunga sofferenza.

"Stai bene?" si informò Carlo, premu­roso, arrestando la cavalcatura sotto la finestra.

Ella annui. "Non sono ammalata", lo tranquillizzò. "È la solitudine che mi rattrista, e il desiderio di nostro padre, di te, di tutti voi".

"Ma perché non hai dato tue notizie?" la rimproverò dolcemente Carlo.

"Come potevo! ?" gemette lei, sconso­lata. "Mi è impedito qualsiasi contatto col mondo esterno. Sono prigionie­ra".

"Prigioniera!" si sorprese, risentito, il giovane principe; poi, in un impeto di fierezza, soggiunse minaccioso: "Ora sono qua io. Affronterò l'uomo che ti ha rapita e potrai tornare alla reggia con me. Nostro padre non riesce a darsi pace da quando sei scomparsa". Lei scosse il capo, mesta e rassegnata. "Non puoi far nulla, Carlo", gli disse. "Né l'intero esercito di nostro padre riuscirebbe a ridarmi la libertà. È un servo del demone, un mago, un essere spregevole e infido". Represse a stento il terrore che il solo pensiero di lui le incuteva. "Devi andar via, presto, pri­ma del suo ritorno", sollecitò. "Le sue assenze non sono mai prolungate. La sua sorveglianza è ininterrotta. Anche di notte, quando dorme, per il timore che io possa fuggire, posa il suo capo sul mio petto usandomi a guisa di guanciale".

"Ci deve pur essere un modo, ci sarà pur qualcosa che posa vincerlo", si ostinò Carlo, pervaso da rabbia impo­tente.

Giulietta annui. "Non so chi siano, né in qual maniera possano nuocergli. Sono sei fratelli e li teme più della morte. Costoro possedevano una pen­na di pavone ed egli, con uno strata­gemma, gliela portò via. Deve essere un amuleto portentoso, dal momento che non se ne separa mai e, addirittu­ra, quando dorme, la custodisce serra­ta fra le gambe nel timore che io stessa possa sottrargliela".

"Chiunque essi siano, dovunque essi vivano, io li troverò", promise Carlo. "Abbi fiducia in me". Con questo giu­ramento, spronò la cavalcatura per far ritorno alla reggia.

Ascoltato il resoconto di Carlo, senza alcun indugio il re sguinzagliò per il regno cavalieri e fidi servitori alla ri­cerca dei sei fratelli, un tempo posses­sori della penna del pavone, e, di lì a pochi giorni, questi furono condotti al suo cospetto.

"È a voi che fu sottratta la penna del pavone?" interrogò.

"A noi, maestà", confermò il primo dei fratelli a nome di tutti.

"Siete disposti a rischiare le vostre vite per recuperarla?" domandò ancora il re.

Colui che aveva precedentemente par­lato si fece interprete della determina­zione di tutti: "Diteci, di grazia, dove è custodita perché ci sia data la possi­bilità di rientrarne in possesso".

"Chi rubò la penna rapì pure mia figlia", li informò il re. "Prima di auto­rizzarvi all'impresa voglio essere certo che questa non possa comportare con­seguenze spiacevoli perla principessa. Pertanto dovete convincermi delle vostre capacità".

"Io sono in grado di captare il più piccolo dei rumori a mille miglia di distanza", affermò il primo dei fratelli. "Io sono capace di spogliare dell'ar­matura la più vigile delle vostre guar­die, senza destarne il benché minimo sospetto", assicurò il secondo.

"Io posso far spuntare dal nulla una foresta estesa ed impenetrabile", si vantò il terzo.

"Ed io un lago profondo", gli fece eco il quarto.

"Quanto a me, riesco a generare una montagna di sapone", asserì il quinto. "Nessuno è più abile di me nel tiro con l'arco", garantì il sesto dei fratelli. "Pos­so infilzare una mosca alla distanza di un miglio".

Il re parve soddisfatto. In breve fornì loro le informazioni ricevute e promi­se onori e ricchezze se avessero porta­to a termine con successo l'impresa.

Espletati frettolosi preparativi, già al­l'alba, guidati da Carlo, i sei fratelli si misero in cammino. Cavalcarono due giorni e sostarono, alfine, ai margini del bosco dove, a notte, il primogenito accostò l'orecchio al suolo ed avvertì il respiro profondo e regolare del mago immerso nel sonno.

"Ora dorme", comunicò agli altri.

Come convenuto, il secondo dei fra­telli scomparve nella fitta vegetazione.

Protetto dalle tenebre, sgusciò fino all'ingresso del castello, ne forzò la serratura e, rapido e silenzioso, si por­tò nella camera da letto. Qui, senza destarla, trasse Giulietta dal disotto della testa del mago, recuperò la pen­na del pavone e, veloce, fece ritorno al luogo in cui gli altri erano in trepida attesa.

"Giulietta", chiamò Carlo, sottovoce. La principessa aprì gli occhi, insonno­lita, sorpresa.

"Non dir nulla", le impose il fratello. "Sei libera, ma dobbiamo fuggire".

La issò in groppa al proprio cavallo e tutti, preoccupandosi di non fare ec­cessivo rumore, presero la strada del ritorno.

Non avevano percorso che poche mi­glia, quando un urlo di rabbia, possen­te, feroce, disumano, echeggiò nel­l'aria. Compresero di essere stati sco­perti e forzarono l'andatura.

Il mago, pazzo di furore, si precipitò fuori dal castello, annusò l'aria e, com­piendo balzi caprini sulle tracce dei fuggitivi, non tardò ad avvistarli.

Fu Giulietta a scorgerlo per prima e ad indicarlo agli altri. Senza esitare, il terzogenito, col semplice gesto della mano, disseminò di alberi, di arbusti e di rovi il cammino alle loro spalle, ma il mago, senza difficoltà, superò l'osta­colo e di nuovo fu dappresso.

Il quarto dei fratelli, allora, interpose fra loro e l'inseguitore un lago enorme e profondo, ma il mago, nella sua inarrestabile corsa, fendette le acque. Fu la volta del quinto fratello che gli sbarrò il passo con una sdrucciolevole montagna di sapone. Il mago vi si avventò, ma alle dita sfuggiva la presa nell'impasto viscido e molliccio della ripida parete. Si arrampicava e scivolava, quindi si arrampicava di nuovo e ancora scivolava; e quando, alfine, con rabbioso accanimento, riuscì a guadagnarne la vetta, vi dovette sostare, ritto, esausto, ansante.

L'ultimo dei fratelli fu pronto ad approfittare di questa forzata immobilità. Tese l'arco, prese con cura la mira e scoccò un dardo che andò a conficcarsi fra gli occhi della malvagia creatura, uccidendola sul colpo.

Trionfale fu l'accoglienza a corte e grande la gioia per il ritorno della principessa. Ai giovani fratelli, in un impeto di gratitudine, il re offrì in sposa Giulietta, destando imbarazzo fra gli astanti. Erano in sei gli artefici della sua liberazione e l'impulsività del re rischiava di innescare pericolosi antagonismi. Con prontezza di spirito, Carlo intervenne:

"È giusto che a sposare mia sorella sia Filippo, il secondogenito", egli decretò. "È lui che in questa impresa ha corso i maggiori rischi. Da parte mia, come dono di nozze e in segno di riconoscenza, rinuncio, a suo favore, al mio diritto al trono".

Fu così che, alla morte dell'anziano re, Filippo, sposo di Giulietta, assunse la corona. Dalla loro unione erano già nati tre figli, l'ultimo dei quali, Marco, gli era forse il più caro, tanto che gli sarebbe piaciuto designarlo come suo successore, anche se doveva riconoscere che Tommaso, il secondogenito, era saggio ed accorto, più che gli altri attento al benessere dei sudditi.

Solo il primogenito era fonte di qualche preoccupazione. Era ambizioso, Bruno, e questo poteva anche non costituire un elemento negativo per un aspirante al trono, mala sua condotta non sempre era stata irreprensibile. Ragazzate, certo, ma che non giovavano all'immagine del probabile futuro sovrano.

La penna del pavone era rimasta a lui e non se ne era mai separato. L'aveva con sé anche quel giorno in cui, mentre cacciava, si allontanò dal gruppo inseguendo un cinghiale. L'affanno della preda esausta, l'eccitazione per l'imminente cattura lo resero imprudente al punto da indurlo a saltare una siepe irta di pruni. Il cavallo inciampò e rovinò al suolo, spezzandosi una gamba. Nella caduta, re Filippo picchiò il capo e ne rimase intontito. Si rialzò ma vagò alcune ore in stato confusionale, fino a quando non fu soccorso da alcuni pastori che lo ricondussero a valle.

Soltanto alla reggia si accorse di aver smarrito il prezioso amuleto e fu tale il dispiacere che se ne ammalò. Giacque a letto tre giorni, fabbricitante, e alfine, incapace di rassegnarsi, convocò al proprio capezzale i tre figli.

"È superfluo che vi rammenti cosa rappresenta per la nostra famiglia la penna del pavone", esordì con voce stentata che tradiva emozione ed angoscia. "Troppi sacrifici e dolori è costato preservarla ed ora, per un banale incidente di caccia, c'è il rischio che vada definitivamente perduta. Non posso fidarmi di alcuno, perciò dovete essere voi a mettervi alla sua ricerca. Io vi giuro sul mio onore che chi di voi riuscirà a recuperarla sarà designato mio successore al trono".

I principi, preoccupati dello stato di salute del genitore più che stimolati dalla prospettiva della ricompensa, partirono senza indugio. Si separarono nella zona in cui aveva avuto luogo la battuta di caccia e, per ognuno, iniziò una meticolosa quanto febbrile ricerca. Percorsero valli e pendii esplorarono gole scure e picchi arsi dal sole, guadarono torrenti, violarono la natura intricata e selvaggia di ripidi scoscendimenti. Un giorno e una notte trascorsero per anfratti e per forre e, finalmente, toccò a Marco la ventura di rinvenire la penna impigliata in un pruno dove l'aveva sospinta il vento. La recuperò e, felice, spronò il cavallo alla volta dei fratelli per annunciare il fortunato ritrovamento. Incontrò Bruno per primo e, raggiante, gli mostrò l'amuleto.

"Puoi essere soddisfatto", commentò quello, livido di gelosia. "La corona sarà tua, a dispetto del mio diritto di primogenitura".

"Sei ingiusto a preoccuparti della corona", lo rimproverò Marco. "Ciò che più urge ora è ridare la salute a nostro padre".

Ma Bruno non era nello stato d'animo di commiserare altri se non se stesso. Si sentiva tradito dal re e dal destino; sentiva di essere vittima di una cospirazione. Un sordo rancore gli insorse dentro, gli ottenebrò la mente. Travolto da un folle impulso di odio e di furore, estrasse il pugnale e trafisse il giovane fratello. Scavò quindi una buca ai piedi di un albero e ve lo seppellì, non prima però di essersi impossessato della penna.

Tornò solo alla reggia e consegnò l'amuleto al genitore che pianse di gratitudine e di gioia. Solo due giorni più tardi rientrò Tommaso, e di Marco non seppe dir nulla.

Passò una settimana ancora ed il re, impensierito, inviò un drappello di militi alla ricerca del figlio, ma questi fecero ritorno avendone ritrovato la sola cavalcatura.

"Sarà stato sbranato dai lupi", insinuò Bruno, e nessuno osò contraddirlo in quanto già da tempo un simile sospetto si era insediato nell'animo di ognuno.

Trascorsero alcuni anni. Re Filippo invecchiava. Al rammarico di non aver potuto dare una degna sepoltura al suo figlio prediletto si aggiungeva il cruccio per l'impegno assunto che avrebbe portato sul trono quel suo primogenito ambiguo e violento.

La regina Giulietta morì in primavera. In quella stessa stagione, un giovane pastorello che, al seguito del suo gregge, aveva raggiunto i pascoli montani, rinvenne un grosso fungo ai piedi di un albero. Lo estirpò, augurandosi che fosse mangereccio, e si avvide che, attaccato alle radici, era venuto su un osso lungo e cavo, adatto a ricavarne uno zufolo.

Per giorni lavorò di coltello e, alfine, lo strumento fu pronto. Lo portò alla bocca e vi soffiò per modularne le note ma, stranamente, ne venne fuori un canto lamentoso:

"Sonatore, bel sonatore, sona no poco chiù forte. Fratimo me rivo la morte, senza corpa né raggione, pe' la penna re pavone"[1].

Non poco fu lo stupore del pastorello che, pur perplesso e intimorito, provò e riprovò, ottenendone sempre la stessa nenia angosciante. Poi l'orgoglio di possedere un siffatto zufolo vinse ogni timore, e il giovincello prese a spostarsi di contrada in contrada per far mostra del prodigio.

Fu così che si trovò a passare nei pressi della reggia dove fu udito dal re che, incuriosito anche per l'esplicito riferimento al proprio amuleto, volle che fosse condotto alla sua presenza.

Più volte il pastorello, inorgoglito, dette dimostrazione delle capacità del suo zufolo e il re, che in quei versi avvertiva un confuso messaggio di cui gli sfuggiva il senso, fece chiamare i propri figli perché assistessero all'arcano. "Sonatore, bel sonatore, sona no poco chiù forte. Fratimo me rivo la morte, senza corpa né raggione, pe' la penna re pavone".

La nenia si diffondeva, straziante, per le sale mute del palazzo. Anche Tommaso fu colto da un profondo turbamento. Richiese al pastorello lo strumento e lo accostò alle labbra. Docile ne scaturì il canto:

"Sonatore, bel sonatore, sona no poco chiù forte. Lo frate nuosto[2] me rivo la morte, senza corpa né raggione, pe' la penna re pavone".

Sguardi di sospetto, occhiate di incredulo stupore investirono Bruno. Questi, visibilmente contrariato, si rivolse al pastorello in tono minaccioso. "Qual'è il trucco?" lo interrogò. "Signore, non c'è nessun trucco", balbettò il ragazzotto spaventato. "Provate voi stesso".

"Non mi sottopongo a simili farse", si rifiutò Bruno indignato e fece per uscire, ma il padre lo fermò.

"Prova", gli impose in tono perentorio.

Riluttante, il principe prese lo zufolo dalle mani di Tommaso e lo portò alla bocca. Il canto si levò stridulo, vibrante di sdegno:

"Sonatore, bel sonatore, sona no poco chiù forte. Tu, frate mio, me risti la morte[3], senza corpa né raggione, pe' la penna re pavone".

Questa volta il messaggio era inequivocabile. La prova definitiva del misfatto la fornirono i miseri resti di Marco riesumati dalla buca scavata ai piedi dell'albero, ed il malvagio Bruno fu rinchiuso nella cella più buia dei sotterranei del palazzo.

Re Filippo abdicò in favore del figlio Tommaso. Questi, alla morte del padre, volle chela penna del pavone, che tanto dolore e lutto aveva causato, fosse sepolta con lui e così sottratta per sempre alla follia degli uomini.



 

[1]Suonatore, bel suonatore, / suona un po' più forte. /Mio fratello mi dette la morte, / senza (una mia) colpa né motivo, / per la penna del pavone

[2]Nostro fratello.

[3]Tu, fratello mio, mi desti la morte.

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