Magia Terapeutica - Evocazioni

Sempre diffusa fu la piaga dei furterelli perpetrati in danno dei casolari più isolati. Pollame, frutta o più semplicemente fascine venivano sottratti nottetempo. Per individuarne gli autori, si era soliti far ricorso ad un individuo dotato di particolari facoltà medianiche il quale, seppure non fosse in grado di rivelare l'identità dell'autore del misfatto, aveva il potere di riproporre visivamente l'evento o frammenti di esso.

Così l'intera famiglia si riuniva, in una stanza totalmente immersa nel buio,intorno all'evocatore espressamente convocato. Questi versava qualche goccia d'olio di oliva sul palmo della mano destra e, sulle dita serrate e distese, disponeva un lume ad olio, orientandone la fiammella verso il palmo. Nel silenzio sacrale ognuno scrutava attentamente, interrogandolo, quasi trattenendo il respiro, il tremulo specchietto d'olio, ed ecco che la luce fievole, ondeggiante pei respiri che si facevano affannosi, cominciava ad animarlo di forme dapprima vaghe, poi sempre più definite e consistenti finché, sotto gli sguardi stupefatti, venivano a succedersi, a volte confuse, a volte di una nitidezza sconcertante, le sequenze degli eventi evocati, non di rado rivelatrici degli autori del misfatto.

Comunque non a tutti gli astanti era data facoltà di decifrare le immagini.

Magia Terapeutica - Rimedi Naturali

A differenza delle pratiche magiche, i rimedi naturali costituivano patrimonio comune e venivano adottati autonomamente, o dietro suggerimento di chi, avendone fatto ricorso, ne poteva testimoniare l'efficacia. Ciò non toglie che le guaritrici ne raccomandassero l'impiego a supporto del rito magico.

Stoppata (impacco a base di stoppa). Lussazioni, storte, gonfiori in genere venivano curati con impacchi di stoppa imbevuta di albume d'uovo di gallina.

Uoglio r'auliva (olio d'oliva). Virtù sia terapeutiche che magiche erano attri­buite all'olio di oliva. In terapia trova­va soprattutto impiego quale emol­liente nella cura delle scottature. Mescolato ad acqua e battuto fino ad assumere un colore biancastro, trovava applicazione come antinfiammatorio nei casi di arrossamento dei sederini dei bambini.

Piricino re cerasa (peduncolo di cilie­gia). Per guarire dalla tosse venivano ingeriti decotti ottenuti mediante l'ebollizione in acqua di peduncoli di ciliege.

Mele rape (miele d'api). Per le puntu­re di insetti era consigliato il ricorso al miele che, applicato sulla parte, riduceva il gonfiore e leniva il dolore.

Latte re ficuciello (latice di fico acer­bo). Il latice, di colore biancastro, ap­plicato sui porri per lunghi periodi, svolgeva una seppur lenta azione corrosiva che agiva in profondità, eliminando sin dalla radice il fastidioso inconveniente.

Maruca spogliata (lumaca senza guscio). Altro rimedio contro i porri era costituito dalla bava secreta dalla lumaca nei suoi spostamenti. Pertanto si consigliava il ricorso a tale gasteropode, obbligandolo a strisciare ripetutamente sulle verruche.

Ereva re muro (muraiola, detta anche parietaria e vetriola). Un ulteriore rimedio contro i porri era costituito da applicazioni di muraiola, opportunamente macerata fra pietra e pietra.

Cepolle e ramegne (cipolle e grami­gne). In presenza di deficienze renali si suggeriva di osservare una dieta a base di cipolle. Nei casi più gravi era opportuno il ricorso a decotti ottenuti mediante lunga ebollizione in acqua di piante di gramigna.

Scarcioffole e 'nzalata (carciofi e lattuga). Per la cura di affezioni epatiche era d'obbligo l'assunzione prolungata di decotti a base di carciofi. L'alternativa era costituita da decotti di lattuga. A tal fine le foglie venivano essiccate per poterne disporre anche nel periodo invernale.

Ruta. Perla cura delle affezioni gastrointestinali veniva prescritta l'assunzione di decotti ottenuti facendo bollire in acqua foglie di ruta.

Ereva re cerzolla (Camedrio, quercia nana). Anche in passato le inappetenze infantili furono motivo di cruccio per madri apprensive. Come stimolanti dell'appetito venivano preparate bevande di gusto particolarmente amaro, facendo bollire in acqua foglie di quercia nana.

Papagno (papavero). L'acqua re papagno, ossia decotto dalle proprietà soporifere ottenuto mediante l'ebollizione in acqua di fiori di papavero, era il rimedio suggerito contro l'insonnia.

Ereva re sbario (da sbaria', traducibile col termine "dissolvere"). Per curare le infezioni cutanee era d'obbligo il ricorso all'ereva re sbario. Questa, macerata con una pietra levigata fino ad ottenerne una poltiglia omogenea, veniva applicata sulla parte infetta. Erano sufficienti quattro o cinque ore per registrare i primi miglioramenti. Mediante l'ebollizione di tale erba si realizzavano pure decotti indicati nella cura delle coliti.

Ortica. Contro le infezioni cutanee del cuoio capelluto, causa della caduta di capelli, si ricorreva a ripetuti lavaggi con acqua in cui erano state lasciate a bollire foglie di ortica.

Frunne re ciento nierivi (piantaggine, arnoglossa). Lo caraugno (pustola in­fetta) veniva curato con frunne re ciento nierivi (letteralmente: foglie dai cento nervi). Una di queste foglie, disposta cruda sulla pustola e trattenutavi con una stretta fasciatura, dispiegava le sue proprietà corrosive fino ad intaccare la membrana epidermica, sì da consentire la totale fuoruscita del pus.

Mareva (malva). Perla cura degli ascessi gengivali si lasciavano cuocere in poca acqua foglie di malva (mareva cotta), applicandole quindi, ancor calde, a diretto contatto della parte infiammata. Tali impacchi favorivano la suppurazione dell'ascesso.

Sagnà (salassare). Il salasso non fu mai praticato dalle guaritrici. Esso costituiva il primo intervento in caso di improvviso malessere, con perdita di coscienza (scangia'), e veniva effettuato da uomini, detti `pratici', i quali eseguivano l'incisione, semplicemente, senza l'ausilio di un rituale magico.L'arte di incidere non aveva alcunché di arcano, ma era considerato un rimedio di emergenza che serviva ad allentare la pressione arteriosa, spesso imputabile alle abbondanti libagioni. La pratica cadde in disuso nel secolo scorso, sostituita dall'impiego di sanguette (sanguisughe) che, applicate sul corpo del paziente, riducevano la pressione sanguigna evitando il ricorso al salasso.

Acqua re lupini (acqua di lupini). Si attribuivano all'acqua, in cui fossero stati messi in ammollo i lupini essiccati allo scopo di renderli commestibili, proprietà concimanti tali da favorire un rapido sviluppo delle piante.Da ciò invalse l'uso di suggerire ad un bambino, non sufficientemente sviluppato per la sua età, di farse biniri' co' l'acqua re lupini (farsi benedire con acqua di lupini). Tuttavia sembra che la pratica non abbia mai goduto di credibilità e che, di conseguenza, non abbia mai trovato reale applicazione, restando l'espressione puramente canzonatoria.

Magia Terapeutica - Lo Tace (Deperimento organico accompagnato da svogliatezza e inappetenza. Malattia propria dell'età infantile)

Rito 1

Sebbene il male si manifestasse con maggior frequenza nella prima infanzia, gli adulti non potevano esserne considerati del tutto immuni.

La responsabilità del tace veniva attribuita all'umidità contenuta negli indumenti, talvolta indossati senza essere stati preventivamente passati col ferro da stiro caldo. Per questa ragione, la biancheria messa ad asciugare all'aperto veniva ritirata prima del tramonto, onde evitare che si impregnasse degli umori della sera.

Per stabilire se il piccolo paziente fosse realmente affetto da tace, la guaritrice doveva riscontrargli un lieve affossamento in corrispondenza della prima vertebra cervicale ed un abbassamento del coccige.

La cura si sviluppava in tre fasi successive.

La prima sera veniva applicato sull'addome del bambino un impacco (stoppata), da tenersi per l'intera notte, costituito da un grosso batuffolo di stoppa di canapa imbevuto di albume d'uova di gallina.

La seconda sera, e per l'intera notte, gli impacchi erano due: il primo costituito da stoppa imbevuta di tuorli d'uova di gallina da applicare sull'addome, il secondo da stoppa imbevuta di albume d'uova di gallina da applicare sul coccige.

La terza sera, ed ancora per l'intera notte, un unico impacco, costituito da stoppa imbevuta di albume d'uova di gallina, doveva cingere l'addome, i fianchi e il dorso del piccolo paziente.

Era opportuno che tutti gli impacchi fossero esternamente protetti da foglie di vite di uva fragola, il che limitava l'efficacia della terapia al solo periodo compreso fra la primavera e l'autunno inoltrato.

Rito 2

Altra cura per questo male si ispirava prevalentemente alla tradizione magica. Qui la guaritrice intingeva il pollice della mano destra in olio di oliva e, esercitando con esso una leggera pressione, scorreva l'intera colonna vertebrale dalla cervice sino alle vertebre coccigee, pronunciando la seguente formula:

Sto figlio tene lo tace:

a la mamma e a lo padre'nge ne rispiace.

Pe' coppa se n'è trasuto

e pe' sotta se n'è assuto.

Questo figlio è affetto da tace:

alla mamma ed al papà ciò dispiace.

(Il male) dal disopra si è insediato

e per disotto è uscito.

Il paziente veniva sottoposto al rito terapeutico, la mattina allo spuntar del sole e la sera al calare di esso, per sette giorni consecutivi.

Magia Terapeutica - La Saiatica (La Sciatica)

Per nessuna ragione, pena la cecità, la formula per la passata (cura) della sciatica poteva essere rivelata.

Perché la cura risultasse più efficace, era indispensabile che il paziente non fosse stato precedentemente sottoposto ad alcuna terapia.

La guaritrice accertava preventivamente la presenza del male il quale poteva svilupparsi all'interno, a contatto cioè delle ossa, nel qual caso i risultati potevano essere non del tutto soddisfacenti; oppure manifestarsi in superficie, rivelando al tatto una serie di gibbosità appena accennate che dall'anca si propagavano giù per la coscia e la gamba.

Un unguento costituiva elemento indispensabile al compimento del rito. Per la sua preparazione la guaritrice ricercava tredici viscoli (lombrichi) e tredici purcielli sarevatichi (letteralmente: maialetti selvatici = isopodi del genere Porcellio Laevis, comunemente detto porcellino di terra) che, lavati, venivano messi a friggere, vivi, in olio d'oliva fin quando non risultavano ben arrosolati e considerevolmente ridotti di volume.

L'unguento veniva quindi versato in una boccetta e serbato per la terapia che richiedeva almeno sette sedute, in giorni successivi o anche ad intervalli di dieci o dodici ore l'una dall'altra.

La cura, che poteva indifferentemente essere iniziata in periodo di crescenza, cioè in fase di luna crescente, comunque andava conclusa in periodo di mancanza, cioè in fase di luna calante. La guaritrice faceva distendere il paziente sul letto e ne metteva a nudo l'anca e la coscia, quindi, lasciate cadere sul palmo della mano alcune gocce del contenuto della boccetta, massaggiava ripetutamente, rigorosamente dall'anca in giù, la parte dolorante.

Ultimata tale operazione, la guaritrice pronunciava, per ventuno volte (tre volte sette), la seguente formula, contemporaneamente imponendo più volte, a partire dall'anca fin giù alla caviglia, una serie di Croci col pollice della mano destra:

Saiatica, stetica, stateca,

vatte otta a mare!

La carne umana mai operane.

Sciatica, antiestetica, immobilizzatrice,

vai a buttarti a mare!

La carne umana mai più manipolare.

In caso di persistenza del male la cura poteva essere protratta fino a nove, quindici ed anche ventuno sedute, comunque sempre per un numero dispari di volte, avendo l'accortezza di operare l'ultima seduta in periodo di mancanza.

Magia Terapeutica - Risibbola (Infiammazione muscolare con manifesto gonfiore ed arrossamento cutaneo)

Rito 1

La guaritrice si muniva di una penna di gallina, preferibilmente nera, che intingeva in olio di oliva, e con essa, tracciando ripetutamente il segno della Croce, ungeva la parte malata, contemporaneamente recitando:

Gesù Cristo cammennanno eva,

na ronna pe' dananti la trovavo.

"Ronna addò vai?"

"Io non so' donna, so' la risibbola

ca me metto 'nguollo a li cristiani

e re fazzo arraggià coma no cane'.

"Piglio no bastone e te voglio abbastona !

"Non m'abbastona' ca no segreto te voglio 'mbara':

Penna re iallina e uoglio r'auliva,

tu, risibbola, vavattenne via'.

Gesù Cristo era in cammino,

si imbatté in una donna.

"Donna, dove vai?"

"Io non sono donna, sono la risibbola

che mi attacco alla carne delle persone e

le faccio impazzire come un cane".

"Prendo un bastone perché voglio bastonarti!"

"Non bastonarmi ché un segreto voglio confidarti:

Penna di gallina ed olio d'oliva,

tu, risibbola, vattene via".

Il rito andava ripetuto tre volte: una prima allo spuntar del sole, una seconda al calar di esso, e la terza, infine, il giorno successivo, allo spuntar del sole.

Rito 2

Altro rito per la passata della risibbola ne riduceva la triplicazione dell'esecuzione mediante l'impiego contemporaneo di tre penne di gallina nera. Con esse, intinte in olio d'oliva, la guaritrice spennellava la parte dolorante del paziente, mentre recitava:

Gesù cammenanno eva;

yrovavo na femmena pe' 'nnanti.

"Che cosa vai facenno?"

"lo me chiamo Risibbea,

me metto int'a la carne umana,

fazzo allucca' coma no cane".

Gesù rispunnio: "lo te piglio a bastonate". '

"Non me ne vavo nì a bastonate nì co' nienti,

me ne vavo co' tre penne re iallina neora

e co' uoglio r'auliva".

Gesù era in cammino,

si imbatté in una donna.

"Cosa vai facendo?"

"Io mi chiamo Risibbea,

mi introduco nella carne umana

faccio urlare come un cane".

Gesù rispose: "Ti prendo a bastonate".

"Non me ne vado con le bastonate né con altro,

me ne vado solo con tre penne di gallina nera

e con olio d'oliva".