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L’orfanatrofio di Paternopoli “Ciro Mattia”

di Antonino Salerno

Antica casata era quella dei de Mattia. Proprietari terrieri, avevano dimora in una casa palaziata in via san Vito, in Paterno, il cui accesso è oggi costituito da un monumentale portone a volta, fiancheggiato da due colonne in pietra sormontate da capitelli, alle quali è anteposta una coppia di pilastrini ottagonali, anch'essi in pietra, deputati a fare da supporto alla catena, diritto concesso alle sole famiglie influenti. Inalterato si conserva il lungo androne a volta che immette all'ampio cortile interno, al cui centro troneggia una cisterna quadrangolare, dal quale si diparte una tripla rampa di scale che conduce a quello che fu il piano nobile.
Fu in questa casa che, il 31 marzo 1759, da Giuseppe de Mattia, nacque Ciro, al cui cognome fu omessa la preposizione distintiva "de". Compiuti gli studi superiori ed ammesso alla frequenza universitaria, nei termini prescritti e senza alcuna difficoltà, conseguì il dottorato in giurisprudenza. Aperto uno studio legale nella capitale del Regno, iniziò ad esercitare con successo la professione forense a favore delle classi agiate e più in vista, senza richiederne compensi, ritenendosi appagato delle sole riconoscenza ed amicizia che queste gli dimostravano. Istruito, gioviale, cortese, non tardò ad essere accettato nei salotti nobiliari dell'epoca, conquistandosi benevolenza presso le alte cariche governative, il che lo indusse a trascurare l'attività professionale per dedicarsi esclusivamente alla vita mondana.
Di indole libertina e poco propenso ad adeguarsi alle regole di civile convivenza, era aduso corteggiare, senza riguardo alcuno, le signore dell'alta società, alimentando in tal modo pettegolezzi non sempre infondati. La sua smodata lussuria, priva di qualsivoglia remora, nel frequentare liberamente la casa del marchese Miranda, lo indusse a sedurne la deforme figlia Marianna.
Inorridì la casta nobiliare. Non ci si poteva macchiare impunemente di un atto sì infame e, quindi, da più parti si cominciò ad esercitare pressioni su di lui affinché si lavasse l'oltraggio arrecato al marchese con un matrimonio riparatore. Ma Ciro Mattia si mostrava irremovibile, addirittura irridente. Era impensabile che lui, giovane avvenente, dotato di cospicui mezzi economici, avvezzo ai piaceri della vita, legasse la propria esistenza ad una ragazza deforme. La marchesina Miranda era maggiorenne, consapevole delle proprie azioni e consenziente, pertanto nessun obbligo verso di lei poteva essergli attribuito.
Durarono più di un mese gli inutili tentativi di indurlo ad assolvere quello che da tutti gli veniva prospettato come un dovere morale, sino a che lo stesso Re Ferdinando Borbone volle di persona conoscerlo, ed alle osservazioni del Sig. Ciro, sempre informate alla legge, indispettito da tanta arroganza, rispondeva esservi legge per tutti; ma per lui la sua suprema volontà. In tal modo quel malaugurato conjugio si effettuiva .
Celebrate le nozze per imposizione reale, Ciro Mattia non rimase ancora a lungo a Napoli, dove erano venuti a mancare la fiducia, la stima e il rispetto nei suoi confronti. Si trasferì a Paterno con l'indesiderata consorte, stabilendo la propria dimora nel palazzo di famiglia in via San Vito.
Roso dal rancore per l'ingiustizia patita, insofferente della presenza della infelice moglie entro le mura domestiche, dilaniato dal sospetto di essere da tutti deriso, Ciro Mattia maturò via via un cieco risentimento verso la collettività. È sintomatico il fatto che, nell'aprile del 1787, essendo stato derubato di alcune lenzuola che custodiva in un cesto in casa, indirizzasse i suoi sospetti verso Domenico d'Amato, da cui era diviso da un astio profondo. Al fine di averne conferma, non esitò ad indagare presso le vicine di casa con petulante pervicacia e toni intimidatori, al punto che Caterina Zollo, Nicolina Strafezza, Giovanna Ragozzino, Teodora Pecce e Giuseppina di Stasio, esasperate, ricorsero al notaio Nicola d'Amato perché prendesse atto delle pressioni e delle minacce a cui Ciro Mattia le andava sottoponendo .
Nonostante la forzata relegazione nel tedioso paese natio, nonostante la repulsione per il legame coniugale impostogli ed il conseguente stato di tensione in cui versava, non rinunciò alle sue abitudini libertine, cercando incessantemente conforto fra le braccia di donne compiacenti. Dell'infausto matrimonio si aspettava, quantomeno, di essere ripagato con una discendenza a cui delegare le proprie aspirazioni infrante. Ma pure questa aspettativa fu vanificata dalla tara materna. Tutta la numerosa prole risultò di salute cagionevole, tanto che nessuno dei figli gli sopravvisse.
La delusione, l'amarezza, la lacerante conflittualità domestica, la vita sregolata in cui aveva cercato invano di sfuggire alla propria disperazione finirono col minarne progressivamente la salute, sicché, all'età di soli quarantatre anni, permanendo nell'avversione per la moglie, colpevole della sua emarginazione sociale, si avviò a concludere la propria infelice esistenza.
Già l'estate cedeva, quel 20 agosto 1802, alle insidie dell'autunno, allorché Ciro Mattia fece chiamare al proprio capezzale il notaio Francesco Amato, al quale, in presenza di testimoni, dettò le sue ultime volontà. Ispirato più da un desiderio di vendetta che dall'aspirazione al riscatto da una vita dissoluta, indicò come destinatario sopra tutt'i suoi beni stabili e mobili il Pio Albergo de' Poveri della Città di Napoli, con condizione e patto che debba esso Reale Albergo costituire in questa Terra di Paterno un Orfanatrofio per educazione e mantenimento non solo delle zitelle e ragazzi di questa Terra di Paterno, ma benanche quelli della Diocesi di Frigento in tutto riservata la regola ed il metodo tenuto in detto Reale Albergo. Comunque, Lega a sua Signora zia Donna Giovanna Mattia l'usufrutto, ed abitazione di tutta la casa sua, giardino, cantina, centemolo, magazzino, ed ogni altro che forma, e costituisce l'intera casa ... e come ché per effetto di questo legato non si puote mandare in esecuzione la disposizione ereditaria fatta, se non seguita la morte di detta sua legataria. Chiudeva il dettato specificando che quant'istrumenti ha tenuto con D.a Marianna Miranda sua moglie tutti revoca, e vuole se le dia solamente quello che de Jure le spetta .
Informate di ciò, le di lui sorelle Donna Tommasina e Donna Mariantonia, e la moglie Donna Marianna Miranda convocarono d'urgenza il notaio perché annullasse la disposizione testamentaria. Il pubblico ufficiale se ne dichiarò disponibile ove ci fosse stato un ripensamento del donante; ma, nonostante le suppliche e le minacce delle congiunte, nonostante le pressioni a cui fu sottoposto da parte di amici accorsi al suo capezzale, il moribondo si mostrò irremovibile .
Ciro Mattia esalò l'ultimo respiro il 22 agosto 1802. Vincenzo Jorio, quale esecutore testamentario limitatamente alle rendite ed ai raccolti dell'intero anno 1802, in osservanza della volontà del testatore, gli organizzò una cerimonia funebre degna del suo rango.
Comunque, le sorelle e la moglie non si erano rassegnate alla perdita dell'eredità, sicché alcuni giorni dopo il funerale, allo scopo di invalidare il testamento, convocarono in casa propria un certo numero di persone, fra cui il sacerdote di Castelfranci Don Samuele Tecce, perché testimoniassero che al momento del trapasso Ciro Mattia aveva espresso l'intenzione di modificare la destinazione dei suoi beni a favore dei propri congiunti. Ma i fratelli D. Pasquale, e D. Giuseppe Mele, Mastro Pasquale Forino scandalizati del falzo che volevasi impiantare, riluttarono intervenirvi, e scapparono di casa, vanificando anche questo estremo tentativo di porre rimedio all'insana disposizione del loro congiunto .
Il 3 settembre 1802, il Pio Albergo dei Poveri sottoscrisse l'atto di accettazione dell'eredità, per cui, al fine di invalidare il testamento, alle diseredate congiunte non rimase altra possibilità che sostenere la tesi dell'infermità mentale del donante, e su questa aprire una vertenza giudiziaria.
Pure altra violenza venne ad essere consumata nei confronti di Ciro Mattia. Nei mesi a seguire, si videro in paese i familiari del sacrestano Pasquale Natale, già sospettato di furti di arredi sacri, sfoggiare vesti guarnite con i preziosi castori che ne avevano ornato l'abito indossato al momento della tumulazione .
Si protrasse la disputa intorno all'eredità di Ciro Mattia, impelagata nei meandri giudiziari, finché, prospettandosi la disponibilità da parte del Pio Albergo a pervenire ad un accordo, furono convocate in Napoli le parti. Ma D. Tomasina e D. Mariantonia, germane sorelle di Mattia di questa suddetta terra di Paterno, impossibilitate a presenziare alle fasi dibattimentali, in quanto inabilitate dal sesso femineo e dalla cura di loro rispettive famiglie, il 9 aprile 1906 delegarono i propri mariti Don Luigi d'Amato e Don Domenico de Sica a rappresentarle nella vertenza con il Reale Pio Collegio de Poveri della città di Napoli, relativamente all'eredità ed al mal ordinato testamento fece il di loro comune fratello germano D. Ciro Mattia .
Come previsto, fra gli eredi legitimi del fu Ciro ed il grande Albergo si pose fine ad ogni lite con transazione in cui intervenne per parte del pio luogo il marchese Puoti, e fu stipulato in Napoli nel dì 6 maggio 1806 per Not: Giannini di Napoli .
In virtù dell'accordo intercorso fra le parti, l'ente assistenziale dovette cedere alle eredi il palazzo in via San Vito, in Paterno, in quanto, in seguito, non risulterà compreso fra i beni destinati alla fondazione dell'orfanatrofio.
Comunque, il Pio Albergo si trovò difronte ad insormontabili difficoltà, non essendo sufficienti le rendite annue di ducati 2.000 alla realizzazione di un orfanatrofio al servizio di un'intera Diocesi. Quindi, con Regio Rescritto del 27 agosto 1810, cedette l'eredità di Ciro Mattia all'Amministrazione di Beneficenza della Provincia di Avellino, in cambio di 250 ducati annui, finalizzati sia ad ammortizzare le spese giudiziarie sostenute nella controversia con le eredi Mattia, sia per il mantenimento di orfani di Paterno, che tuttavia non furono mai ammessi in quell'Istituto.
La parte restante delle entrate, pari a 1.750 ducati annui, l'Amministrazione di Beneficenza, salvo qualche saltuaria elemosina a beneficio dei poveri del comune di Paterno, le destinò ad imprecisate spese amministrative ed assistenziali, assegnando, per ultimo, un cospicuo vitalizio ad un cieco di Lapio che si sosteneva fosse congiunto del defunto Ciro Mattia.
Questo stato di cose si protrasse fino al 1850 allorché, il 29 agosto, il parroco di Paterno, Ferdinando Famiglietti, unitamente al sindaco Serafino de Antonellis e al Giudice del Circondario Carlo Trapassi, presentò al Re Ferdinando II una petizione perché si convogliasse l'eredità di Ciro Mattia verso la sua originaria destinazione. Della soluzione del problema si incaricò il Vescovo di Avellino il quale, d'intesa con l'Intendente Provinciale, costituì un'apposita commissione che, però, per incapacità o per indolenza, si limitò ad amministrare i fondi disponibili senza compiere alcun passo concreto.
Si dovette attendere il 1860 perché il Comune di Paterno facesse istanza che la sua (cioè dei beni) Amministrazione si liberasse della ingerenza clericale, e che il progettato Orfanatrofio si commutasse in opere di maggiore utilità, e di più facile esecuzione. Il Consiglio Provinciale ... appoggiava le premure predette. In fatti il Luogotenente del Re in queste Provincie Meridionali giusta i decreti del 28 ottobre 1860 e 17 febbraio 1861, dispose che della eredità Ciro Mattia non più prendesse cura Monsignore Vescovo; ma la Commissione di Beneficenza sotto la dipendenza del Consiglio degli Ospizi .
Senza ulteriore indugio, in quello stesso anno 1861, il decurionato di Paterno produsse istanza al Consiglio degli Ospizi perché l'annoso problema si avviasse a soluzione, affidando nel contempo l'incarico a Federico Roca, ingegnere dell'Intendenza di Principato Ultra, di effettuare un sopralluogo in Paterno per esaminare se alcuni ruderi di fabbrica cominciata per cimitero potevano addirsi ad orfanatrofio, e progettare uno stabilimento per tale uso utilizzandosi quelle fabbriche ancora. Stabilimento prescritto dal fu Ciro Mattia a spese della sua eredità. La visita, però, non avvenne in quanto l'ingegnere Roca fu scoraggiato dal compierla per il morbo asiatico che infettava questa provincia .
Intanto, da alcuni anni, i de Jorio si erano trasferiti dalla loro dimora in via della Dogana, a ridosso della Porta di Sopra, nel palazzo in via San Vito che era appartenuto a Ciro Mattia. Ne avevano effettuato la ristrutturazione ed avevano impiantato una stamperia in uno dei locali a piano terra.
Il 3 agosto 1862, fu pubblicata la legge sulle Opere Pie, in virtù della quale, con maggiori attribuzioni, alla Commissione di Beneficenza subentrò la Congregazione di Carità operante a livello locale, di cui era Presidente Giuseppe de Jorio. Era, costui, figlio di Filippo, che era stato membro della Società Economica, Sindaco di Paterno nel 1832 e deputato nel 1848, e quindi nipote di Giuseppe che, nel 1820, aveva ricoperto la carica di ufficiale dei militi di Paterno ed era stato a capo dei gruppi della Carboneria del Circondario di Sant'Angelo dei Lombardi.
Giuseppe de Jorio fu eletto sindaco nel 1863 e, nello stesso anno, per effetto del decreto emesso il 13 dicembre, Paterno assunse la denominazione di Paternopoli. Il neosindaco, rivestendo contemporaneamente la carica di Presidente della Congregazione di Carità, si ritrovò investito dell'autorità necessaria per portare a compimento l'istituzione dell'orfanatrofio da intitolare a Ciro Mattia. Se ne individuò la possibile sede in un edificio in muratura, prospiciente l'antica torre aragonese, di proprietà di Luigi Marrelli, e se ne inoltrò alla Deputazione Provinciale istanza di autorizzazione all'acquisto.
In attesa del benestare, della cui concessione si erano ottenute assicurazioni verbali, la Congregazione di Carità deliberò di avanzare richiesta al Gonfaloniere di Firenze, onde da quella scuola normale avere una Direttrice e qualche Maestra .
Ma la Deputazione Provinciale, con nota del 28 marzo 1865, in ordine all'attuazione dell'Orfanatrofio Ciro Mattia, invitò la Congregazione di Carità a formarne il Regolamento organico, per indi ottenersi il Decreto di autorizzazione all'indicata istituzione, e del Regolamento istesso , adempimento che si compì con sollecitudine.
Tuttavia, ancora il 16 novembre 1865, il Prefetto della Provincia ordinò alla Congregazione di Carità la modifica del Regolamento, mediante la soppressione di alcuni articoli, proponendone un novello schema di art. n° 81. Perché ne prenda scienza, e lo approvi .
Adeguatasi alla richiesta, con decreto del Re Vittorio Emanuele II, dato a Firenze il dì 28 gennaio 1866, la Congregazione di Carità di Paternopoli fu autorizzata a fare acquisto nell'interesse del predetto Orfanatrofio, della casa di proprietà di Don Luigi Marrelli. Si potette finalmente procedere alla compera dell'edificio, pagandone un prezzo di ducati 2.030,67, pari a lire 8.630,35, di cui solo lire 7.650 furono corrisposte al proprietario della casa in quanto la differenza, come da accordo, fu devoluta ai suoi creditori .
L'Istituto, che assunse come insegnanti alcune suore di Ivrea soggette alla regola delle Figlie della Carità, iniziò la sua attività in quello stesso anno 1866. Il relativo regolamento prevedeva che dovesse ospitare, per iscopo di provvedere allo immegliamento morale intellettuale, e fisico per ora delle sole fanciulle dell'antica Diocesi di Frigento e propriamente dei Comuni di Frigento, Sturno, Rocca San Felice, Villamaina, Gesualdo, Grottaminarda, Mirabella, Taurasi, Fontanarosa, Paternopoli, Sant'Angelo all'Esca, e San Mango. L'ospitalità sarebbe stata gratuita, fino al compimento del 18° anno di età, per le ragazze in stato di indigenza, orfane di almeno uno dei genitori. Potevano, comunque, essere ammesse all'Istituto, previo pagamento di una retta mensile di lire venticinque e cinquanta centesimi, fanciulle abbienti, di età non inferiore ai sei anni, con l'obbligo di essere dotate, a spesa delle rispettive famiglie, di:
Un comò con armadio di noce a modello – Due sorelle possono averne uno solo.
Un letto di ferro a capezziere spezzato, con lettiera dipinta verde a modello.
Un Crocefisso.
Due sedie ed un poggia piede.
Un cuscinetto da lavoro con forbici, ed altri arnesi.
Due bicchieri uno da vino, e l'altro da acqua.
Una posata di argento o di plac-fonde: un coltello a punta spezzata.
Una tazza di terraglia da caffè.
Un così detto sciacqua bocca di cristallo.
Un bacile di ottone.
Una calamariera.
Quattro spazzole, una per capelli, una per pettini, una per denti, una per abiti.
Due materassi e due cuscini.
Due coverte – Una imbottita, una bianca.
Un covertino, e sopra coverta di panno verde orlato di nastro di seta di colore scarlatto.
Due abiti di uniforme, di merinos di francia di colore verde con cintura di seta rossa a modello – Uno di essi sarà foderato a lana, da servire per l'inverno.
Due pellegrine, una di lana nera per l'inverno, un'altra bianca per l'està.
Due altri abiti giornalieri, uno per l'està, ed un altro per l'inverno a piacere.
Due paja di scarpe.
Una paglia all'Italiana di color marrò montata con nastro colore blù.
In oltre avranno una quantità di lenzuola, foderi di cuscini, camice, campanelle, fazzoletti da naso e da collo, cuffiette da notte, calzoni bianchi, sottanini, calzette, salviette, tovaglie, grembiali, corsè e camicini a discrezione delle famiglie, non meno però di sei per ciascuna biancheria.
Ben più modesto era il corredo delle orfane, in quanto a carico dell'Istituto. Esso consisteva di tre camice di tela, tre paia di calze bianche di cotone, due paja di scarpe, due vesti di cotone turchino, due fazzoletti da naso, due altri per collo, due antesini – Un pettine ed una mantellina di lana per l'inverno.
Ciascuna orfana avrà il proprio letto, il quale sarà lungo palmi sette, largo palmi tre, sostenuto da due sgabelli di ferro. Avrà un pagliariccio, un guanciale di lana o stoppa, una manta bianca per l'inverno, un covertino di tela color verde per l'està, e quattro lenzuola anche di tela.
Avranno in oltre due salviette, una posata, ed un bicchiere di latta o zinco.
Anche nella refezione, pur consumando i pasti nella stessa sala da pranzo, era prevista disparità di trattamento fra le orfane e le educande. Mentre per le prime la colazione della mattina consisteva in tre once (circa 90 grammi) di pane, alle seconde ne venivano somministrate due once e mezza ed una frutta. La frutta, che concludeva sia i pasti principali che le cene delle educande, alle orfane era concessa solo il giovedì e in occasione di solenni festività. Nei pasti delle educande, sia meridiani che serotini, era presente la carne o il formaggio, in luogo di un solo uovo servito alle orfane. Riso, legumi o pasta costituivano per tutte la prima portata del mezzodì, ma il piatto dolce, la domenica e il giovedì, era riservato alle sole educande.
Per tutte nel periodo invernale, anticipata di un'ora e mezza in quello estivo in cui si concedevano tre ore di sonno dopo il pasto principale, la giornata iniziava alle 6,30 del mattino.
Si dedicava la prima mezz'ora alla pulizia della camera, a cui seguiva un quarto d'ora di oratorio.
Dalle sette e un quarto alle nove e un quarto si era impegnate nell'apprendimento della lettura e della scrittura e, nel successivo quarto d'ora, veniva consumata la prima colazione.
Dalle 9,30 alle 11,30 era prevista scuola di lavoro, seguita da un quarto d'ora di ricreazione.
Il pranzo durava dalle undici e tre quarti a mezzogiorno e mezzo, dopo di che era concessa un'ora di ricreazione prima di riprendere la scuola di lettura e di scrittura a cui faceva seguito, per un'ora e mezza, quella dedicata ai lavori donneschi.
Dalle 4,30 alle 6 era consentita una nuova pausa ricreativa, quindi un quarto d'ora di oratorio precedeva la cena e, dopo un'ora ancora di ricreazione, alle otto, o alle dieci d'estate, si andava a dormire.
Differenziavano anche i programmi scolastici per le due tipologie di alunne. Mentre comune a tutte era l'insegnamento della Religione, della lingua italiana, dell'aritmetica, della calligrafia e del galateo, le orfane dovevano essere istruite in tutt'i lavori donneschi, che si addicono alla loro condizione, e che devono formare il principale mezzo di loro sussistenza quando usciranno dall'Orfanatrofio. Per le educande, invece, a cui era impartito anche l'insegnamento della lingua francese, si perseguiva la coltura della mente e del cuore con l'insegnamento delle gentili arti donnesche a seconda l'età e sviluppo delle medesime.
Nonostante l'impegno profuso, ancora nel 1875 non si erano realizzati appieno gli ambiziosi intenti della Congregazione di Carità, e ciò soprattutto a causa della deficienza di spazi utili. In particolare, erano insufficienti i locali in cui veniva impartito l'insegnamento, e l'area antistante l'Istituto, in cui avrebbe dovuto aver luogo la ricreazione nei periodi primaverile ed estivo, restava tuttora ingombra dei resti dell'antica torre.
Una parziale soluzione si tentò il 9 dicembre 1875 allorché, sotto la presidenza di Achille de Renzi, si deliberò l'acquisto, peraltro non effettuato, dal signor Luigi Marrelli di una casa, consistente in due vani sovrapposti, sita in via Torre ed adiacente all'Orfanatrofio .
La necessità di rivalutare l'educandato intitolato a Ciro Mattia, che ormai appariva avviato ad inesorabile declino, indusse la Congregazione di Carità a stipulare, in data 31 maggio 1883, un capitolato con le Suore delle Sacre Vittime di Castellammare di Stabia, a cui fu affidato il compito di accudire le orfane, nonché la gestione dell'asilo infantile e l'insegnamento nella scuola comunale .
Si erano trascurati, invece, interventi di ristrutturazione, indispensabili data la vetustà dell'edificio. Fu solo nel 1894 che, giudicate ormai improcrastinabili, per le necessarie riparazioni si dovette sospendere l'attività dell'Orfanatrofio e le ragazze furono momentaneamente ospitate in analogo Istituto di Mirabella .
Restava irrisolto il recupero dello spazio antistante l'edificio, ingombro delle macerie della torre. La Congregazione di Carità, il 14 marzo 1896, sollecitò al Comune la cessione del suolo demaniale su cui insisteva il rudere e, ottenutane il 26 aprile la disponibilità da parte del Sindaco, il 16 gennaio 1897 indisse la gara di appalto per la demolizione dei resti dell'antica struttura che, per l'inadeguatezza dei prezzi previsti dal relativo progetto redatto nel lontano 7 ottobre 1880, andò deserta .
Si proposero per l'esecuzione dei lavori i muratori di Paternopoli Michele Izzo e Nunzio Battista, richiedendone la maggiorazione di lire 500 del costo indicato in progetto. La Congregazione, accogliendone la proposta, il 14 maggio 1897 concesse loro l'appalto, con l'obbligo di demolire la torre e di realizzare in suo luogo un giardino entro il termine improrogabile di quattro mesi.
Ma il 26 agosto successivo, la Giunta Provinciale Amministrativa sollevò obiezioni sulla legittimità dell'accordo, per cui l'ente locale, nella seduta del 28 settembre, pervenne alla decisione di far redigere all'ingegnere Tito Scorvina un nuovo progetto.
Perdurando, intanto, la chiusura dell'Orfanatrofio per la ristrutturazione in atto, la Congregazione risolse il contratto con le suore di Castellammare e ne stipulò uno con le Suore Betlemite, con l'intesa che avrebbero dovuto iniziare la loro opera a decorrere dal 7 novembre 1898 .
Fra la redazione del progetto e le lungaggini burocratiche dovevano trascorrere ancora dieci anni. Infatti, solo il 17 novembre 1908, il Sotto Prefetto del Circondario comunicò che il Genio Civile autorizzava il risanamento dello spazio antistante l'Orfanatrofio "Ciro Mattia", operazione a cui però si dovette soprassedere, non avendo reperito un sito idoneo ove smaltire il copioso materiale di risulta .
Il primo conflitto mondiale, le acuite difficoltà economiche che ne conseguirono, le turbolenze politiche che agitavano gli animi fecero accantonare le questioni inerenti l'Orfanatrofio, finché, il 15 maggio 1926, la Congregazione di Carità ne deliberò la cessione in perpetuo alle Suore Betlemite, decisione respinta dagli organi di controllo in quanto tale ordine monastico non era costituito in ente morale .
Alla Congregazione di Carità, disciolta nell'anno 1939, si sostituì l'Ente Comunale di Assistenza (ECA), fra le cui competenze ricadde la gestione dell'Orfanatrofio "Ciro Mattia" che però, allora, ospitava soltanto otto ragazze .
Un nuovo conflitto bellico sconvolse l'Italia. L'ECA sospese ogni attività e l'Orfanatrofio "Ciro Mattia", lasciato privo di risorse, si avviò verso un definitivo decadimento, fino a cessare del tutto, all'insorgere della seconda metà del XX secolo, la propria funzione assistenziale, per trasformarsi in asilo a pagamento, gestito dalle Suore Betlemite.

Riferimenti:

  • Giuseppe de Jorio: Premessa al regolamento dell'orfanatrofio "Ciro Mattia" – Paternopoli, li 29 dicembre 1866
  • Archivio di Stato di Avellino – Protocolli notarili, Distretto di Sant'Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli – Fasc. 1922.
  • Da copia del testamento di Ciro Mattia, redatto dal notaio Francesco Amato il 20 agosto 1802.
  • Archivio di Stato di Avellino – Protocolli notarili, Distretto di Sant'Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli – Fasc. 1924.
  • Ibidem.
  • Un Irpino: Uno scandalo in Irpinia nell'epoca borbonica, in Paternopoli (Avellino) – Avellino 1966.
  • Archivio di Stato di Avellino – Protocolli notarili, Distretto di Sant'Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli – Fasc. 1926.
  • Giuseppe de Jorio: Op. cit.
  • Ibidem.
  • Archivio di Stato di Avellino – Prefettura, Inventario 2 – Busta 630 – Fasc. 12364.
  • Deliberato della Congregazione per l'attuazione dell'Orfanatrofio – Seduta del 6 marzo 1865.
  • Congregazione di Carità di Paternopoli – Seduta del dì 19 maggio 1865.
  • Congregazione di Carità di Paternopoli – Seduta de' 30 novembre 1865.
  • Archivio Municipale di Paternopoli – Registro delle deliberazioni della Congrega di Carità dal 1861 al 1883.
  • Archivio di Stato di Avellino – Prefettura, Inventario 6 – Busta 408 – Fasc. 5661.
  • Archivio Municipale di Paternopoli – Registro delle deliberazioni della Congrega di Carità dall'anno 1883 all'anno 1897.
  • Archivio Municipale di Paternopoli – Registro delle deliberazioni della Congrega di Carità dall'anno 1886 all'anno 1897.
  • Archivio Municipale di Paternopoli – Registro delle deliberazioni della Congrega di Carità dall'anno 1897 all'anno 1909.
  • Archivio Municipale di Paternopoli – Registro delle deliberazioni della Congrega di Carità dall'anno 1921 all'anno 1939.
  • Archivio Municipale di Paternopoli – Registro delle deliberazioni del Presidente dell'Ente Comunale di Assistenza di Paternopoli.