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Folletti - Spiriti

Ci fu un tempo in cui gli spettri si manifestavano con una certa frequenza e le loro apparizioni formavano oggetto di rievocazioni e di racconti nelle sere di inverno, presso il fuoco del caminetto, o in quelle estive quando ci si accovacciava sulle soglie degli usci a smaltire la calura del giorno.

Ma non a tutti era dato di assistere a queste apparizioni spesso fugaci. Infatti, perché la visione si potesse realizzare, era indispensabile che il malcapitato avesse avuto parole mancanti a lo battezzo, cioè che, nel rito di purificazione dal peccato originale, il prete officiante o i padrini avessero inavvertitamente omesso di pronunciare qualcuna delle parole di cui il rito si compone.

Si ricorda che, per lungo tempo, a notte, sui tetti delle case che facevano da corona alla chiesetta di San Francesco, un gallo impettito si stagliava contro il cielo stellato. Molti di coloro che, protetti dalle tenebre, si appartavano sulle Toppole (cumuli di terra che caratterizzavano lo spazio demaniale oggi risanato in piazza Kennedy) per i loro bisogni fisiologici, potettero osservarlo. Ai primi tocchi della mezzanotte il gallo si dissolveva nel nulla.

In altro periodo, nottetempo, molti ebbero la disavventura di imbattersi in un focoso puledro che, scalpitando, percorreva quella che allora era via della Dogana.

Ancor oggi gli anziani ricordano che, da tempo immemorabile, nelle notti senza luna, un'ombra dai contorni vagamente umani si materializzava sulla carrabile che conduceva a Castiello (Castelfranci), e per un breve tratto precedeva il viandante, fin quasi alla fonte del Cupitiello, destando coi suoi passi strani echi sopiti, gemiti atavici, scricchiolii, gracidi tintinnii simili al rumore di vetri infranti.

Ma dove, sin dalla notte dei tempi, le anime in pena, con maggior frequenza manifestavano la loro presenza, era il tratto di strada compreso fra l'antica chiesa di Santa Maria a Canna, oggi solo un rudere, ed il profondo vallone sommerso da rovi che, dal lavatoio che lo sovrasta e lo alimenta, vien detto della Pescarella, là dove la tenebra è più fitta e la terra è satura delle ossa degli antichi popoli che l'abitarono.

Non poche furono le donne che, come d'abitudine, recatesi di notte a questo lavatoio per il bucato, intesero uno sciacquio, un battere ritmato di panni sulla pietra levigata dall'uso, poi silenzio, più nulla.

Qualcuna ebbe addirittura la sorte di scorgere, china sulle vasche, un'ombra subito dissolta nella tenebra. Invalse allora l'uso di recarsi ai pubblici lavatoi in gruppi di otto o dieci persone e di recitare orazioni a suffragio delle anime del purgatorio durante il bucato.

La gente evitava di uscire di notte, tuttavia non mancavano le bravate di giovani, più incoscienti che temerari, che talvolta si concludevano in maniera drammatica.

Tre amici scommisero di aver tanto fegato da recarsi a legare, a mezzanotte in punto, un fazzoletto al cancello dell'ingresso principale del cimitero. Si accingevano a compiere la loro impresa, quando un fragore di catene misto a gemiti si levò dalle tombe.

Presi dal panico i tre si dettero ad una fuga precipitosa e, sconvolti, tremanti, una volta in paese, insistentemente interrogati, non riuscirono che a farfugliare in frasi sconnesse il loro terrore. Un violento attacco di febbre colpì Francesco, uno dei tre, il quale giacque ammalato per quaranta giorni.

Già in passato un'analoga bravata si era conclusa tragicamente. Il giovane che, per scommessa, aveva scavalcato il muro di cinta del cimitero per legare ad una croce il proprio fazzoletto, era stato rinvenuto il giorno successivo, privo di vita, riverso sul tumulo madido di rugiada, gli occhi sbarrati, il volto stravolto e la bocca spalancata in uno spento grido di orrore.

Numerosi sono gli episodi di apparizioni tramandati, anche se, nell'intento forse di conferirvi freschezza, all'atto della narrazione le vicende venivano rivestite di attualità, sino al punto da indurre ad identificare i protagonisti negli ultimi relatori della lunga catena della tradizione orale.

Non sono neppure rari i casi in cui, per effetto di autosuggestione o per un fenomeno di immedesimazione, alcuni anziani riferiscano un evento come personale esperienza della propria fanciullezza.

Tali usurpazioni sono comprovate dal fatto che episodi di inequivocabile unicità per identità di particolari vengano ricordati come occorsi a persone diverse, molto spesso vissute in epoche diverse e in luoghi distanti fra loro. Oggi sono in molti a chiedersi se furono mai reali le apparizioni di cui si tramanda la memoria; ma cosa c'è di più reale di ciò in cui si crede fino ad esserne condizionati nei comportamenti, sia singoli che collettivi?

(c) PaternopoliOnLine