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Le Fiabe - Tirisina Tirisinella

A sedici anni, Teresinella era di una bellezza delicata, seppure acerba, resa ancor più seducente da due grandi occhi neri e profondi in cui si fondevano arguzia, gioia di vivere e sensibilità d'animo. Unica figlia di contadini, i genitori avevano voluto sottrarla alla dura fatica dei campi, sognando per lei un mestiere decoroso ed una vita agiata. L'avevano così mandata in quel borgo popoloso, sede vescovile e stabile dimora di nobili e di antiche casate, dove avrebbe potuto apprendere, insieme con l'arte del cucito, i modi garbati ed il linguaggio erudito delle persone civili.

Santina, la sarta, un'affabile zitella di mezza età presso cui la ragazza svolgeva il suo apprendistato, le si era affezionata al punto che, più che come discepola, la teneva in casa come una propria figlia, coinvolgendola finanche nella conduzione familiare.

Nell'orticello antistante la casetta della sarta. Teresinella, oltre agli ortaggi ed alle piante aromatiche, aveva piantato fiori che curava amorevolmente, annaffiandoli ogni sera prima del calar del sole.

Di fronte, sul lato opposto della via, appena entro l'alto muro di pietra che cingeva il parco in cui si ergeva la dimora estiva del re, affacciavano sulla strada le balconate del vecchio padiglione di caccia in cui avevano trovato sistemazione, oltre che una fornitissima biblioteca, gli antichi cimeli di famiglia. Qui l'avvenente principe Bernardo aveva preso l'abitudine di trascorrere i lunghi pomeriggi di questa sua noiosa vacanza, consultando documenti e mappe al solo scopo di distrarsi dal pensiero della brillante vita mondana di città a cui era stato momentaneamente sottratto. Fu così che il giovane principe, avendo un giorno scorto la ragazza, spiandone quasi per gioco ogni sera le attenzioni per i suoi fiori, i movimenti aggraziati, finì con l'invaghirsene.

Una sera Bernardo, vedendo Teresinella sola in giardino, obbedendo ad un impulso repentino, uscì sul balcone e le rivolse queste parole: "Tirisina, Tirisinella, arracquala bona sa maioramella"[1]

La ragazza si infiammò in viso e, confusa, rientrò frettolosamente in casa dove riferì alla sarta le parole del principe.

Santina la invitò a non preoccuparsene. "È giovane", le disse, "ed ai giovani piace canzonare le ragazze".

"Ma mi mette a disagio", protestò Teresina. "Più di una volta l'ho sorpreso a spiarmi".

Santina sorrise, scettica e bonaria. "Quello ha le fanciulle più ricche e più belle del regno ai suoi piedi", argomentò, "come puoi credere che si interessi ad una misera sartina? Fai finta di nulla e vedrai che non sarai più importunata".

Il giorno successivo, però, il principe attese che Teresina uscisse in giardino e di nuovo le ripeté: "Tirisina, Tirisinella, arracquala bona sa maioramella".

La ragazza lasciò cadere l'annaffiatoio e corse, sconvolta, dalla sarta a cui chiese di provvedere ad annaffiare i fiori, in quanto lei per nessuna ragione sarebbe tornata in giardino.

"Ma non capisci che è proprio la tua timidezza a renderlo così ardito?" la rimproverò affettuosamente Santina. "La prossima volta che ti rivolgerà la parola, replicagli: Tu, figlio re re spensarato, conta quanta stelle 'ngielo stanno spase"[2].

Fu con imbarazzo e trepidazione insieme che la sera successiva Teresina si recò in giardino. Come il principe venne al balcone e le rivolse il solito, ironico, invito, lei, aggressiva, ripetette le parole suggeritele dalla sarta: "E tu, figlio re re spensarato, conta quanta stelle 'ngielo stanno spase".

Interdetto, il principe, si ritirò a rimuginare sulla sfrontatezza della ragazza ma, ben lungi dal sentirsene offeso, trovò che la sua audacia e la sua arguzia gliela rendevano più cara. Decise dunque che era giunto il momento di avvicinarla, di parlarle e, perché no, di palesarle i propri sentimenti. Andò dalla sarta e, senza preambolo alcuno, le chiese di consentirgli di frequentare la ragazza.

Santina si sentì raggelare il sangue nelle vene. Sapeva bene che la richiesta era una semplice formalità e che i desideri del principe sottintendevano in realtà ordini che in nessun modo andavano discussi, quindi, sebbene contrariata, si sforzò di apparire onorata ed entusiasta, ma non ebbe il coraggio di farne parola con Teresina. Quella sera stessa il principe bussò all'uscio di Santina. Teresinella che venne ad aprire ne fu sorpresa e turbata, comunque abbozzò un goffo inchino e, incapace di profferire parola, lo precedette fin nella saletta dove la sarta era ancora a lavoro.

"Ho saputo che siete un'impareggiabile maestra", esordì il principe rivolto a Santina; "così ho deciso di mettervi alla prova. Voglio che mi confezioniate mezza dozzina di camicie".

Santina, che si era prontamente levata in piedi, rimase col capo chino, in atteggiamento di deferenza. "Non sono che una modesta sarta di paese", si schermì, "e non dispongo di stoffe degne di voi".

"Le vostre stoffe andranno benissimo", assicurò il principe.,

Teresina lo guardò di sottecchi: era alto e forte, dal portamento fiero e dai lineamenti fini. Sentì il cuore impazzarle nel petto. Temendo di tradire la propria emozione, finse un sonno improvviso. "Col vostro permesso andrei a dormire", annunciò con un fil di voce e, con un leggero inchino, si accomiatò per ritirarsi nella stanza adiacente dove, senza neppure svestirsi, si rifugiò sotto le coltri, nel letto di Santina.

Il principe Bernardo apparve contrariato e deluso. "Perché mi sfugge?" domandò alla sarta.

"Vossignoria deve scusarla", si affrettò a giustificare la donna, mortificata. "È ancora una bambina. È timida. E poi vossignoria deve considerare che viene dalla campagna dove non ha avuto una buona educazione..."

Ma già il principe non l'ascoltava più. Scelse un lungo ago ed in punta di piedi si introdusse nella camera in cui si era ritirata Teresina. Silenziosamente scivolò sotto il letto e di lì cominciò a punzecchiarla.

Teresinella, che non osava mettere il capo fuori dalle coltri, equivocando la natura della molestia, prese a lamentarsi: "Signora maesta, signora maesta; Aulici e cimmici a lietto vuosto"[3].

Dalla stanza accanto la sarta, maternamente preoccupata ma incapace di opporsi alla irriguardosa invadenza del principe, puntualmente le raccomandava: "Cambia letto, figliola mia; cambia letto".

Alfine Teresinella accettò il consiglio e si trasferì in altro letto, ma anche qui la seguì il principe, strisciando sul pavimento, e continuò, con protervia, a punzecchiarla.

"Signora maesta, signora maesta; Aulici e cimmici a lietto vuosto", riprese lei a gemere, e di nuovo il consiglio della sarta fu di cambiare letto.

Ma anche nel terzo letto in cui la ragazza si distese prosegui il tormento lamentato.

Solo il giorno successivo Santina confidò a Teresinella i dispetti del principe e questa, risentita, umiliata, manifestò l'intenzione di tornarsene a casa e di non rimettere più piede nel borgo. La sarta, che alla ragazza era sinceramente affezionata, faticò non poco per rabbonirla e convincerla a restare. Non era che un capriccio da signore che non sarebbe durato a lungo, argomentò. Poi, di lì a qualche giorno, il re suo padre era atteso in paese e sarebbero cominciate le feste a palazzo. Il principe non avrebbe più avuto né tempo né voglia di tormentarla.

Nei giorni seguenti il principe tornò spesso a far visita alla sarta, non risparmiando languide occhiate e frasi allusive a Teresinella che si trincerava in un silenzio impacciato, finché, una sera in cui l'aveva seguita in giardino, all'improvviso le disse:

"Possibile che non ti sia accorta che mi sono innamorato di te!?"

Teresinella si senti avvampare. Vacillò e, per un attimo, temette che l'emozione e la gioia la facessero venir meno. Fu sul punto di cedere all'impulso di confessargli il suo amore, ma fu trattenuta dalla consapevolezza di non essere degna di lui, dall'amarezza generata dal sospetto che ancora una volta egli si stesse prendendo gioco di lei.

"Vossignoria ha semprevoglia di scherzare", profferì a mezza voce.

"No, Teresinella; questa volta sono sincero!" dichiarò lui. "La mia sola aspirazione è quella di conquistare il tuo cuore".

La ragazza non osò levare lo sguardo. "Solo l'uomo che mi sposerà avra il muo cuore", asserì.

Egli sorrise, sicuro di sé."Quell'uomo sarò io", affermò ed andò via lascíando chele sue parole risuonassero come una promessa.

Il re giunse a palazzo col suo seguito di nobili, cavalieri e belle dame. Le vie del borgo si animarono del passaggio di sontuose carrozze ad ogni ora del giorno e della notte, l'abituale quiete cedette agli schiamazzi di nobili rampolli e di soldati avvinazzati. A conferma dei sospetti di Teresina, il principe Bernardo non si fece più vedere. La ragazza aveva perso la sua abituale spensieratezza. Era triste, ora, e, sempre più spesso, appariva assente, col telaio abbandonato sul grembo e lo sguardo perduto oltre i vetri della finestra.

Santina, che ne aveva compreso il dramma, faceva finta di nulla. Solo una volta, nel tentativo di consolarla, le aveva detto: "Visto che avevo ragione? Col re a palazzo, quello scavezzacollo ha smesso di importunarti". Ma due lacrime erano spuntate negli occhi di Teresina, e lei non era più tornata sull'argomento.

Fu inaspettatamente, una sera, che il principe irruppe, raggiante, in casa della sarta. "È tutto pronto", annunciò. "Il re mio padre è d'accordo. Sarà una cerimonia semplice perché ragioni di stato non consentono di rendere di pubblico dominio il nostro matrimonio. È una questione di alleanze", spiegò. "Quelle vecchie cornacchie di corte, ministri e dignitari, si erano impegnati a darmi in sposa una melensa bigotta spagnola". Rise di gusto.

Teresinella non si alzò neppure. Travolta da quella valanga di parole, rimase immobile, il cucito fra le mani, intontita, trasognata, incapace di realizzare la benché minima emozione. Come in un sogno avvertiva l'eccitazione di Santina che si complimentava, rideva, piangeva, si agitava. Lei fissava il vuoto davanti a sé. Interpellata più volte, le parve di annuire. Poi, finalmente, Santina e il principe Bernardo uscirono, prendendo accordi, facendo progetti. E fu il silenzio, e nel silenzio i dubbi e l'angoscia di sempre tornarono ad assalirla. Un finto matrimonio, ecco cosa tramava! Una burla crudele di cui ridere con quelle pallide dame di città tutte cipria e svenevolezze. Come le odiava! E pianse, a lungo, sconsolata.

Alla vigilia delle nozze Santina aveva operato il miracolo. Era riuscita a cucire un abito stupendo e a mettere insieme un po' di corredo. Aveva finanche provveduto a noleggiare una carrozza. Teresina era stata triste tutto il tempo ed aveva sofferto non poco alla vista dei concitati preparativi. Meditava la vendetta, seppure da questa non riusciva a trarre sollievo alcuno. Non era l'ingenua ragazza che il bel principe credeva, e glielo avrebbe dimostrato rovinandogli la beffa che egli riteneva così ben concepita.

Aveva promesso di dare il suo cuore all'uomo che l'avrebbe sposata, ebbene avrebbe mantenuto la promessa. Si recò da un pasticciere e, in tutta segretezza, gli commissionò un cuore di zucchero ripieno di rosso rosolio.

Come convenuto, la mattina successiva, testimoni la sarta ed un amico del principe, si recarono in una chiesetta di campagna ove il prete celebrò una frettolosa cerimonia, dichiarandoli marito e moglie.

Teresinella aveva celato sotto il corpetto il cuore di zucchero, ma non gioiva al pensiero dello scherzo che stava per fare al principe. Ne era sinceramente innamorata, anche se non osava confessarlo neppure a se stessa.

In carrozze separate, fecero ritorno al borgo per incontrarsi in casa della sarta. Qui il principe Bernardo prese Teresinella in disparte e l'attirò a sé, mala ragazza si divincolò, lo respinse e, beffarda, stava per dirgli: "Era il mio cuore che ti avevo promesso, eccotelo!" quando questi, vintane la fiacca resistenza, la strinse appassionatamente fra le sue forti braccia e con un lungo bacio le smorzò le parole sulla bocca. Nell'abbraccio possente il cuore di zucchero si ruppe ed il rosolio tinse di rosso l'abito di Teresinella che, estasiata, stordita, gli si abbandonò fra le braccia in una sorta di totale remissione.

Il principe, sentendola esanime e scorgendo la macchia che le si allargava sul petto, la credette morta. "Mio Dio, cosa ho fatto!" gemette. Sconvolto, l'adagiò piano, con delicatezza, sul pavimento e quindi le si chinò sopra per berne il sangue. "Come sei dolce, Teresinella!" sospirò; poi, pazzo di dolore, trasse dal fianco il pugnale per darsi, a sua volta, la morte.

Teresinella riapri gli occhi, inorridì. "No, amore, non farlo!" lo fermò.

L'angoscia di lei dissipò le tenebre del terribile equivoco. Il pugno di Bernardo levato si schiuse lasciando cadere il pugnale, mentre un tepore vitale gli rifluì nelle vene. Compresi di una stessa tenerezza, si abbracciarono e, finalmente felici, fusero i loro destini.


[1]Teresina, Teresinella, annaffiala con cura codesta pianticella di maggiorana.

[2]Letteralmente: "Tu, figlio di re senza preoccupazioni, conta quante stelle in cielo sono sparse". Ciò a significare che se aveva tempo da buttar via, meglio avrebbe fatto ad impiegarlo a contare le stelle del firmamento.

[3]"Signora maestra, signora maestra; (ci sono) pulci e cimici nel letto vostro".