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Le Fiabe - La Storia di Saverio

Aveva diciotto anni Saverio quando suo padre morì, lasciandogli la madre da mantenere, ma non l'ombra di un carlino. Di lavoro non ce n'era per via della carestia che aveva impoverito come non mai quelle contrade, così a lui non rimase che mettersi in cammino verso terre lontane che si diceva fossero tuttora prospere.

Aveva vagato a lungo, fino a perdere la conta dei giorni, ed anche la speranza cominciava a vacillare. Quel giorno poi, spossato dalla calura e dalla pol­vere che stagnava nell'aria, si sentiva addirittura svilito, svuotato, del tutto indifferente a ciò che la sorte gli riser­vava. La strada era deserta e insicura. Gli avevano detto che la zona era infestata dai briganti e lui, ridotto ormai in cenci, si era sorpreso a considerare con amara soddisfazione la fortuna del proprio miserevole stato che lo preservava dal pericolo di aggressioni. Esausto, si era lasciato cadere sul ci­glio della via all'ombra di un olmo, quando udì avvicinarsi un solitario rumore di zoccoli. Sollevò appena il capo ed in fondo alla strada scorse avanzarsi un uomo a cavallo. L'abbi­gliamento era curato e le bisacce ai lati della sella apparivano rigonfie. Lui sì avrebbe dovuto temere i briganti, ma non sembrava darsene pensiero!

L'uomo gli fu dappresso. Aveva un'espressione tranquilla e soddisfat­ta, le palpebre appesantite dalla sonnolenza che gli procurava la calura.

Saverio era stanco, affamato, e dalla disperazione trasse l'ardire di rivol­gergli la parola:

"Sapreste indicarmi la via per il villag­gio più vicino?" gli chiese.

L'uomo arrestò la cavalcatura. "Dove sei diretto, ragazzo?" si informò in tono benevolo.

"Non ho alcuna meta", confessò Saverio. "Per l'immediato non cerco che un luogo in cui riposare e un tozzo di pane di cui sfamarmi. Poi un padrone, se la fortuna vorrà concedermene uno".

L'uomo smontò di sella col volto aperto ad un accattivante sorriso. "Sei for­tunato, ragazzo", gli disse. "Si dà il caso che io sia in cerca di qualcuno che badi alla masseria ed alle terre. Se pensi che possa interessarti, la paga è buona". Esitò un istante, quasi a valutare l'affidabilità del giovane, poi soggiunse: "Fra un anno, però, dopo la mietitura, dovresti impegnarti a sbri­gare per me una faccenda su cui ti ragguaglierò al momento opportuno. Se accetti, puoi seguirmi sin da ora al podere".

Saverío fu felice della proposta e nep­pure per un istante pensò di rifiutare. Gli afferrò d'istinto la mano libera dalle briglie e gliela baciò a lungo, in segno di gratitudine e di devozione. "Baderò alle vostre terre come se fossero mie", promise, "e mi impegno sin d'ora a portare a termine l'incarico che vi sta a cuore, qualunque esso sia". Non tardarono a raggiungere la masseria, una imponente costruzione in pietra col tetto d'embrici e stalle annesse destinate al ricovero degli animali. Anche il terreno intorno appariva ben curato, sebbene arso dalla lunga siccità.

"Qui sarai solo", avvertì don Menico, ché era questo il nome del massaro, "perché il precedente garzone mi ha lasciato. Il tuo compito è di badare al bestiame, in quanto per l'aratura ed i raccolti provvedo con manodopera giornaliera".

"Andate pure sicuro, don Menico", lo tranquillizzò Saverio. "Accudirò le bestie in modo di cui non avrete a lamentarvi".

Il lavoro non mancava, ma neppure a Saverio difettava la voglia di lavorare. Grato della fortuna toccatagli, e nell'intento di dimostrarsi degno della fiducia accordatagli, si alzava ogni mattina all'alba, ancor prima che i galli cantassero, per distribuire il foraggio, mungere le vacche il cui latte utilizzava poi, nel corso della giornata, per la lavorazione di formaggi, ritirare dai pollai le uova che, settimanalmente, alla vigilia del giorno di mercato, un uomo di fiducia del massaro passava a prelevare.

Le visite di don Menico erano rare e mai gli veniva chiesto di rendere conto del proprio operato; piuttosto era lui che, per orgoglio e per scrupolo, spontaneamente esponeva in un dettagliato resoconto la situazione, senza che tuttavia il massaro vi mostrasse un eccessivo interesse. La paga era buona e gli veniva corrisposta puntualmente, tanto che gli riusciva, tutte le volte che ne aveva l'opportunità, di mandare un po' di soldi alla madre lontana.

Un anno passò in fretta. Dalle Puglie vennero i mietitori ed i campi di grano furono tutti mietuti. Don Menico si presentò un mattino alla masseria con la giumenta bardata di tutto punto, pronta ad affrontare un lungo viaggio. "Saverio, è giunto il momento di mantenere il tuo impegno", gli ricordò.

"Sono pronto, don Menico", assicurò Saverio. "Ditemi cosa debbo fare".

"Saprai tutto al momento opportuno", tagliò corto il massaro. "Per ora non hai che da sellare l'asino e prelevare provviste sufficienti per tre o quattro giorni. Porta anche un coltello ben affilato, di quelli che si usano per scotennare i maiali".

Saverio, incalzato dall'urgenza che traspirava dal tono più che dalle parole dell'uomo, si affrettò a predisporre ogni cosa e, meno di un'ora dopo, era già in cammino, seguendo, a dorso d'asino, il padrone che cavalcava la giumenta.

Viaggiarono tre giorni e tre notti, concedendosi solo qualche ora di riposo, per sentieri impervi e deserti. Man mano che procedevano, don Menico appariva sempre più allegro, eccitato, loquace, senza mai tuttavia far cenno allo scopo del loro viaggio. Tale riservatezza rendeva curioso e inquieto Saverio che però non osava porre domande.

Quando don Menico arrestò di colpo la giumenta e ne scese per legarla ad un cespuglio, Saverio comprese che erano giunti alla fine del viaggio. La ripida parete di una montagna, la cui vetta forava le nubi, sbarrava loro il passo. "Pranziamo", disse don Menico. Si era fatto all'improvviso serio, addirittura cupo.

Saverio trasse dalla bisaccia pane, formaggio ed una fiasca di vino. Sedette nell'erba di fronte al massaro, ma non toccò cibo. L'impazienza lo rendeva nervoso.

Don Menico, invece, mangiò piano, in silenzio e, quando ebbe consumato il suo pasto: "Ammazza l'asino", gli ordinò.

"Perché mai!?" si stupì Saverio.

"Sta' ai patti",impose il massaro severo. "Tu non hai che da obbedire!"

"Ma , don Menico, come potrò tornare senza una cavalcatura?" protestò debolmente il garzone.

"Fa' come ti dico", si spazientì don Menico. La sua abituale bonomia era scomparsa per far luogo ad una feroce determinazione. Saverio ne ebbe paura. Prese il coltello ed affondò la lama nel cuore della bestia che stramazzò al suolo.

"Ora scuoialo", ordinò don Menico che se ne stava ad osservare immobile, senza tradire emozione alcuna .

Il garzone, ormai rassegnato, praticò un taglio profondo lungo l'addome dell'animale e lo svuotò delle interiora.

"Bene", approvò don Menico. "Adesso entraci e porta con te il coltello".

"Ma don Menico . . . ! " provò a protestare, spaventato e confuso, Saverio, ma il massaro lo afferrò per i risvolti della giacca e lo spinse a viva forza nel ventre dell'asino.

Nauseato, tremante, il giovane si rannicchiò nel tiepido involucro, raccomandandosi alla pietà di Santi

donne. Don Menico ricucì in fretta la grossa ferita. "Ora ascolta", gli disse, e la voce si era fatta di nuovo amichevole, suadente. "Fra poco scenderanno le aquile e ghermiranno la carcassa per portarla fin sulla vetta dove hanno i nidi. Fai attenzione a non tradire la tua presenza però, a non spaventarle, altrimenti lascerebbero la preda e ti sfracelleresti al suolo. Una volta su, lacera la pelle col coltello e delle pietre preziose che vedrai sparse intorno butta giù le più grosse".

Poi fu il silenzio, interminabile, estenuante, angoscioso, finché Saverio percepì un frenetico coro di strida, un batter d'ali convulso e bruscamente si sentì strappato da terra e sollevato in volo. Trattenne il respiro fino a quando non avvertì di nuovo sotto di sé il rassicurante contatto col suolo. Semiasfissiato, insofferente, vibrò un colpo deciso col coltello e si aprì un varco nel ventre dell'asino. Fu fuori, madido di sudore misto a sangue rappreso. Respirò a pieni polmoni l'aria frizzante. Una vegetazione fitta e rigogliosa ricopriva la vetta. Disseminati, ovunque, luccicavano diamanti e rubini.

Guardò verso il basso e vi scorse la minuscola figura di don Menico agitarsi, sollecitarlo, imprecare. Un odio profondo lo investì per quell'uomo che lo aveva condannato ad un oscuro destino. II pugno chiuso, fendendo l'aria con un ampio gesto del braccio, gli indirizzò un osceno messaggio, quindi gli volse le spalle e si addentrò nel bosco. Era poco esteso. Al centro di esso abeti secolari si specchiavano in un laghetto dalle acque limpide e fresche. In breve raggiunse l'opposto versante del monte. Anche qui le pareti a picco non gli concedevano alcuna possibilità di scampo.

Affamato, tornò nel bosco per cercarvi qualche bacca. Una catasta di legna, disposta in maniera ordinata, attirò la sua attenzione. Si bloccò, guardingo, imponendosi di non cedere a facili entusiasmi. Si guardò intorno e non tardò ad individuare un sentiero che fendeva i cespugli. Lo seguì, trepido, e dopo un breve tragitto si ritrovò presso l'ampio ingresso di una grotta.

"C'è qualcuno?" chiamò. II cuore gli batteva all'impazzata, gonfio di trepidazione e di speranza. Non ottenne risposta.

"C'è qualcuno?" ripetè e ancora soltanto la sua voce rimbalzò, amplificata e remota, entro la cavità sotterranea. Si fece coraggio ed entrò. Alla vista che gradatamente si assuefaceva alla densa penombra in cui era immersa la vasta caverna si offrirono via via un tavolo enorme, un'unica sedia di eguale proporzione, un letto ampio come una piazza e, strano a credersi, in un angolo in fondo, una quantità d'ali che per grandezza superavano quelle della più grossa delle aquile. La curiosità ebbe il sopravvento sul timore e sullo sconcerto. Aprì una credenza che sembrava una torre e scoprì che era colma di ogni ben di Dio: prosciutti, formaggi, frutta secca e pagnotte di tali dimensioni che ognuna di esse sarebbe stata sufficiente a sfamare un'intera famiglia per un mese.

Non vinse la tentazione. Con insolita voracità mangiò di tutto e alfine, sfinito e satollo, si abbandonò ad un sonno profondo.

Lo destò il tonfo di passi pesanti. Dischiuse gli occhi e si vide sovrastare dalla gigantesca figura di un uomo, dai lunghi capelli incolti e dalla folta barba, che con la testa sfiorava la volta dell'antro. Con raccapriccio si rese subito conto che corrispondeva alle intese descrizioni degli orchi e si sentì perduto.

"Quel massaro", ringhiò, inferocito, il gigante, "ci ha provato ancora una volta! E tu, stupido ragazzo, farai la fine degli altri: ti darò in pasto alle aquile".

Saverio si appiattì, tremante, contro la parete di roccia. "Non ho fatto nulla, signore!" piagnucolò. "Vi giuro che non ho toccato neppure una delle vostre pietre".

L'orco scosse il capo, dubbioso. "Non ti ha mandato il massaro!?" tuonò.

"Certo, è stato don Menico", ammise il giovane; "ma io mi son guardato bene dal soddisfare la sua cupidigia". L'orco lo fissò, incerto, poi sbottò in una fragorosa risata che fece tremare l'intera caverna. "L'hai gabbato, dunque!" commentò visibilmente soddisfatto.

"Questo mi rallegra, ragazzo". Indugiò a riflettere, gongolante, quin­di decise: "Se hai detto il vero potrai avere salva la vita, ma dovrai restare qui a sorvegliare le mie ricchezze". E, ridacchiando, usci a controllare che nulla mancasse.

Iniziarono per Saverio giorni lunghi, monotoni e tristi. In passato non aveva chiesto altro dalla vita che di potersi sfamare, ma ora si rendeva conto che ciò non gli bastava. Trascorreva tutto il tempo, seduto sul ciglio del precipi­zio, a scrutare l'orizzonte irraggiungi­bile, a pensare a sua madre, a strugger­si di nostalgia.

Ogni mattina il gigante, servendosi dello speciale collante contenuto in un'ampolla custodita in una fessura della roccia, si attaccava alle spalle un paio d'ali e spiccava il volo per terre lontane. A tener compagnia a Saverio restavano solo i volteggi delle aquile e il fugace passaggio di dodici colombe bianche che, nelle ore più calde, pla­navano verso il laghetto per ripartirne quando il sole volgeva al tramonto.

L'orco non faceva ritorno che a sera e, dopo aver mangiato e abbondantemente bevuto, si lasciava cadere sul letto dove si addormentava quasi subi­to, ma con gli occhi spalancati per non essere sorpreso nel sonno.

Un giorno in cui Saverio, per sfuggire al suo tormento più che all'afosa calura pomeridiana, si era inoltrato nel bosco, fu raggiunto dal garrulo suono di risa argentine. Incuriosito, con cautela avanzò verso il luogo da cui proveniva, finché non si ritrovò nei pressi del

laghetto da dove si fermò a spiare, protetto dai cespugli. Dodici giovani fanciulle sguazzavano nell'acqua, si rincorrevano, avvolgevano di spruzzi iridescenti le agili membra, ridevano spensierate e felici. Avevano tutte la pelle candida come latte, gli occhi del colore del cielo e fluenti chime d'oro. Erano bellissime!

Rimase a contemplarle, incantato, fin quando, ignude e madide, non tornarono a riva per indossare ognuna la propria immacolata camicia che, per magia, le mutava in colombe che pren­devano il volo.

Quella notte Saverio non dormi. La visione delle fanciulle gli tenne com­pagnia nella lunga veglia fino a che, in un agitato alternarsi di sentimenti con­trastanti, non giunse a maturare un temerario proposito che gli restituì concretezza e determinazione: una di esse sarebbe diventata sua sposa!

Il mattino appresso, come l'orco si fu allontanato, andò ad appostarsi pres­so lo specchio d'acqua ed attese, col cuore in tumulto, che le colombe, rias­sunto l'aspetto umano, si immergessero. Quando fu certo di poter passare inosservato, scivolò carponi fra l'erba alta e si appropriò di una delle camicie.

Finito il bagno, una dopo l'altra le fanciulle riguadagnarono la riva ed indossarono la magica casacca, meno l'ultima che non ritrovò il proprio indumento. Era snella ed aveva la grazia di una cerbiatta, e come tale si guardò intorno sorpresa, disorientata, impaurita.

"Di che volete che si accorga. Sarà asciutta e stirata al suo ritorno", argomentò Livia, seccata.

Convinta, anche se mal volentieri, la donna prelevò l'indumento che con­segnò alla nuora. Questa si affrettò ad indossarlo e, mutatasi in colomba, attraverso la finestra spalancata volò via. Al suo ritorno, Saverio quasi impazzì dal dolore. Inveì contro l'anziana madre, pianse, si disperò ed alfine si rinchiuse nella propria camera dove ri­mase due giorni e due notti, senza toccar cibo e senza dare risposta a chiunque cercasse di strapparlo alla sua muta angoscia. La sua Livia era tornata là dove l'orco l'aveva tenuta segregata insieme alle compagne tuttora prigioniere, tutte nobili fanciulle rapite in giovane età. Il castello dell'albero del sole, lo aveva chiamato Livia una volta; ma dove questo castello fosse nessuno lo sapeva. Tuttavia la vita, senza la sua amata sposa, non aveva più alcun senso per lui e la sola alternativa al lasciarsi morire era di mettersi in cammino alla ricerca di lei. Parti all'alba, senza neppure salutare la madre, a piedi e con indosso i vecchi abiti da garzone. Vagò per mesi, dormendo nei fienili, rubando il poco cibo di cui necessitava, dovunque chiedendo del castello dell'albero del sole di cui nessuno, però, aveva mai inteso parlare.

Un giorno il caso volle che, nell'attra­versare un bosco, si imbattesse in due ladri sul punto di venire alle mani per controversie sorte nella spartizione dell'ultimo bottino. Costoro, come lo videro, lo invitarono a far da giudice nella loro vertenza, assicurando che si sarebbero attenuti alle sue decisioni. La difficoltà era costituita dal fatto che gli oggetti rubati fossero tre, indivisibili, e ciascuno dotato di proprietà magiche peculiari. Glieli mostrarono: un borsellino capace di soddisfare qualsiasi richiesta di danaro; un paio di stivali che, calzati, consentivano spostamenti alla velocità del pensiero; un cappotto che, indossato, rendeva invisibili.

Uno dei due ladri proponeva: "Lui rinunci al borsellino e agli stivali ed io gli lascio il cappotto che gli consente di introdursi, non visto, in qualsiasi casa, anche la più protetta".

L'altro sosteneva: "Son disposto a cedere gli stivali, il cui possesso permette di sfuggire anche agli inseguitori più scaltri ed ostinati, e, sebbene di valore inferiore, mi contento del borsellino e del cappotto"

"Se volete che esprima un giudizio equo, dovete darmi la possibilità di controllare le effettive proprietà degli oggetti", sostenne Saverio.

"E' giusto", convennero i due ladri egli consegnarono il borsellino.

Saverio espresse a voce alta il desiderio: "Voglio cento ducati"; allentò quindi i lacci che ne garantivano la chiusura e costatò che l'oggetto aveva effettivamente prodotto la somma ri­chiesta.

Fu poi la volta degli stivali, che Saverio calzò. "Sulla montagna", ordinò, e fu sulla montagna; "nel bosco", indicò per ritrovarsi nel punto di partenza.

"Non resta che provare il cappotto", disse e lo indossò. "Mi vedete?" chiese poi.

"Certo che no!" affermò il ladro che rivendicava per sé borsellino e stivali. "Uno che non riesci a vedere, come lo prendi?" argomentò a sostegno delle proprie ragioni.

"Appunto", confermò Saverío e, avvalendosi del potere degli stivali, si trasferì lontano alla velocità del pensiero, lasciando privi della loro refurtiva gli incauti briganti.

Trascorse i giorni che seguirono a spostarsi da un capo all'altro del mondo alla ricerca di Livia finché una notte, nel suo peregrinare, non scorse un lumícino brillare sulla sommità di un monte, ed il cuore gli si aprì alla speranza. Vi si trasferì avvalendosi della facoltà degli stivali e si ritrovò presso un imponente palazzo che non rivelava ingresso alcuno. Una sola finestra, in alto, era illuminata e chiusa.

Mentre indugiava, indeciso sul da farsi, una folata di vento di scirocco lo investì e fece tintinnare i vetri della finestra che fu aperta e richiusa da una fugace figura umana. Qualcuno dunque vegliava all'interno e Saverio sperò di poterne ricavare indicazioni utili su come raggiungere il castello dell'albero del sole. Raccolse da terra dei sassolini e li lanciò contro i vetri. Una vecchietta carica di anni, rinsecchita, minuta, si affacciò.

"Cosa cerchi, ragazzo, in questo luogo ostile?" domandò con voce tremula e chioccia.

"Vorrei solo delle informazioni, buo­na donna", la tranquillizzò Saverio. "Vi prego di lasciarmi entrare".

"Non è possibile. Questo palazzo non ha porte", gli fece notare la vecchina. "A me non occorrono porte", disse Saverio e, per provarle che non mentiva, mercé gli stivali si trasferì all'interno, nell'unica sala ampia e disadorna che impegnava l'intera superficie del maniero.

La donna lo considerò, sorpresa e preoccupata. "Non puoi restare qui: è pericoloso", avvisò, tradendo nella voce ansia ed urgenza per un pericolo incombente.

"Non mi scacciate, vi prego", implorò Saverio. "È tanto che sono alla ricerca del castello dell'albero del sole in cui la mia sposa è stata imprigionata".

Lei scosse la testa. "Non ne ho mai sentito parlare", disse, ma poi, impietosita, soggiunse: "I miei figli, forse. Loro percorrono il mondo in lungo e in largo e possono averne avuto notizia. Ma sono bizzosi, irrequieti, selvaggi e godono a far del male". Esitò, amareggiata. "Sono la madre dei sette venti", chiarì, "e se dovessero scoprirti qui, nella loro dimora, si infurierebbero al punto da scatenarti addosso la più violenta delle tempeste".

"A voi non rifiuteranno una risposta", insistette Saverio, per nulla impressionato. "Interrogateli per me, vene prego. Io mi nasconderò e per nessuna ragione rivelerò la mia presenza"

"È inutile", obiettò lei, sfiduciata, ma Saverio si affrettò ad indossare il cappotto e scomparve alla vista.

Ponente fu il primo a rincasare. Alitò lieve per la sala. "Sento una presenza estranea", soffiò poi, sospettoso.

"Mano", lo rassicurò la madre. "Piuttosto, dimmi, sai dove si trova il castello dell'albero del sole?"

"Mai sentito parlare di un simile luogo", sbuffò Ponente sgarbato e si chetò nel sonno.

Fu poi la volta della Beneventana[1], ma neppure questo vento seppe dir nulla del misterioso castello, né seppe darne notizia Levantino[2].

Per ultima rientrò la più indisciplinata, la più infida delle figlie, la Voria[3], che al pari degli altri sibilò: "Sento una presenza estranea".

"Chi vuoi che osi violare la nostra dimora?" provò a tranquillizzarla la madre.

"Taci, vecchia", ruggì quella, gelida, e prese a vorticare furiosa fino a strappare il cappotto di dosso a Saverio che ricomparve, terrorizzato e tremante.

"Nessuno è in casa! ?" ghignò, selvaggia, la Voria e si avventò sul giovane. "Ferma, non farlo!" si oppose la vecchia madre, appellandosi ad un residuo di quell'autorità da tempo perduta. Poi, in tono conciliante, spiegò: "È un innocuo innamorato alla ricerca della sposa rapita, prigioniera in un castello chiamato dell'albero del sole". "Un nemico dell'orco, dunque! " commentò la Voria attenuando il suo gelido soffio. "La sono anch'io", confidò compiaciuta, "e tutti i giorni mi diverto a sconvolgergli gli orti ed a sentirlo imprecare". Rise di una gioia malvagia.

"Mi ci puoi portare?" interrogò, trepidante, Saverio.

"Domani, all'alba", promise la Voria; "sempre se riuscirai a tenermi dietro". Esplose in una risata beffarda e, frusciando, si ritirò in un cantuccio a dormire.

Saverio attese l'alba, impaziente, senza poter chiudere occhio, e quando la Voria si accinse a lasciare il palazzo lo trovò già pronto.

"In che direzione dobbiamo muoverci?" si informò il giovane, smanioso di iniziare il viaggio.

"Verso i monti", rise la Voria, ironica, e sibilò fuori della finestra.

Saverio raggiunse i monti alla velocità del pensiero e li attese. "Ed ora?" domandò quando il vento, ululando, lo raggiunse.

La Voria fu sorpresa, masi astenne da qualsiasi commento. "Al lago", rispose. Saverio la precedette e aspettò ritto sulla riva ghiaiosa. Qui la Voria si concesse una breve sosta in cui increspò la superficie delle acque.

"Vola oltre quei monti", gli disse poi, "e la valle, e poi ancora verso il sole. Là è ciò che cerchi".

Il giovane seguì le indicazioni ed il castello dell'albero del sole gli apparve, immerso in una fitta vegetazione, in cima ad una vetta, circondato da rigogliosi giardini. Era privo di porte, forse per preservare da eventuali pericoli le fanciulle che lo abitavano. Un vecchio giardiniere coglieva frutti succosi e maturi da rami carichi che il peso piegava fino a sfiorare il suolo.

Saverio indossò il cappotto ed avanzò fin sotto la finestra da dove proveniva, allegro e squillante, un vociare femmi­nile. Finalmente avrebbe rivisto la sua amata Livia, pensava, e la gioia e l'emo­zione gli gonfiavano il petto. Occorreva agire con prudenza, però. Innanzitutto doveva evitare il ricorso agli stivali: introdursi in casa senza sapere dove posarsi poteva risultargli fatale, rischiando di rivelare la propria presenza.

Era immerso in tali riflessioni, quando la soluzione gli si propose sotto forma di un paniere che venne calato dalla finestra. II giardiniere lo colmò di frut­ta ed egli vi si attaccò un attimo prima che venisse ritirato.

Pesava il paniere. La fanciulla che si era incaricata del suo recupero chia­mò in aiuto le compagne. Faticarono non poco, ma alfine Saverio fu tratto su. Fra le altre, scorse Livia e dovette farsi forza per non correrle incontro e stringerla fra le braccia.

Era l'ora del pranzo e le ragazze sedet­tero intorno alla tavola già imbandita. Saverio ricordò di non aver toccato cibo da più di un giorno ed i morsi della fame, che le emozioni delle ulti­me ore gli avevano fatto ignorare, si fecero d'un tratto insostenibili. Di soppiatto, sottrasse un pezzo di pane all'una, una porzione di carne all'altra, un sorso di vino, una frutta.

Delle misteriose sparizioni le ragazze non tardarono ad accusarsi l'un l'altra, ma senza animosità, come in un gioco, con la chiassosa giovialità propria dell'età giovanile. Saverio ridacchiava di­vertito, pur continuando a divorare Livia con gli occhi.

Finito il pasto, le fanciulle si ritiraro­no, ciascuna nella propria camera, per il consueto riposo pomeridiano che si concedevano prima del bagno nelle acque del laghetto sulla vicina montagna dove l'orco aveva la sua dimora. Saverio seguì Livia e, quando questa si fu coricata ed ebbe spento il lume, piano, le strappò le coltri di dosso. Livia, paziente, le tirò su, ma Saverio ancora le fece scivolare sul pavimento. Allora la ragazza si rizzò a sedere sul letto e riaccese il lume. "Chi c'è?" interrogò allarmata.

II giovane si liberò del cappotto, le apparve. "Saverio", lei esultò, stupita, e gli buttò le braccia al collo.

"Sono venuto per portarti via", le disse Saverio commosso, stringendola teneramente a sé; ma lei non l'ascoltò, si sciolse dall'abbraccio e, eccitata e felice, corse fuori e chiamò a raccolta le compagne per mostrare loro il suo sposo.

Quando si esaurì la sorpresa, e la com­mozione, e le vivaci manifestazioni di compiacimento e di gioia cedettero ad una sottile apprensione, Saverio an­nunciò che avrebbe ucciso il gigante e ridato loro la libertà.

"Impossibile", obiettarono le ragazze sgomente.

"Nessuna creatura umana può vincer­lo e la sua vendetta sarebbe terribile", ammonì qualcuna.

"Dorme con gli occhi spalancati e ve­glia sul suo stesso sonno", rammentò un'altra.

"Conosco bene l'orco, la sua dimora e le sue abitudini", assicurò Saverio. "Amo Livia e per nessuna ragione vor­rei la sua morte. Vi chiedo solo di indossare le vostre camicie e di rag­giungermi all'ingresso della grotta. Al resto provvederò io".

Più che le sue pacate argomentazioni, fu la fiducia che Livia mostrava di avere in lui, o forse soltanto un biso­gno di speranza a lungo represso, a vincere la loro riluttanza. Si mutarono in colombe e, silenziose come non mai, si levarono in volo.

Saverio le precedette sulla vetta della montagna che ben conosceva, indossò il cappotto e, attento ad evitare il ben­ché minimo rumore, si introdusse nel­la grotta.

L'orco dormiva supino, gli occhi sbar­rati, vigili e minacciosi, luccicanti nella penombra. Il respiro profondo gli gon­fiava il possente torace, si traduceva in un rantolo cavernoso.

Per amore di Livia Saverio vinse il terrore che gli paralizzava le membra. Si arrampicò sul letto, levò alto il coltello che un tempo era servito a sventrare l'asino e vibrò un colpo deciso che trafisse il cuore del gigante. Questi sussultò, un estremo lampo di vita gli illuminò lo sguardo, un fiotto di san­gue gli sgorgò dalle labbra che rimasero mute.

Vincendo la ripugnanza e l'orrore, Saverio recise l'enorme testa e, afferratala per i capelli, la trascinò, sangui­nante, fuori della caverna per mostrarla come prova del suo trionfo.

Indicibile fu la gioia delle colombe che intrecciarono voli di danza, presto interrotti dalla consapevolezza che la proprietà magica delle camicie non sarebbe sopravvissuta a lungo alla scomparsa dell'artefice della magia. Planarono a valle.

Il giovane si trasferì nella città più vicina ove, sfruttando le illimitate capacità del borsellino, acquistò carrozze, cavalli ed abiti principeschi.

Non poca meraviglia destò per le contrade il passaggio del fastoso cor­teo in testa al quale cavalcava, impettito, Saverio, pregustandola felicità e gli onori che l'impresa compiuta gli avrebbe riservato.


[1]Vento di Nord‑Est, così detto in quanto proveniente dalla direzione in cui trovasi la città di Benevento.

[2]Vento che spira da Est.

[3]Borea, gelido vento del Nord.