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Le Fiabe - Miezzomenzullo

Già la sorte non era stata benigna col destinarle un marito beone e perdigiorno, ma privarla addirittura della gioia di un figlio era stata pura crudeltà. Di figli, le altre, ne avevano anche troppi, e non tutti desiderati, perché non concederne dunque uno anche a lei? E dire che non si era mai rassegnata, raccomandandosi a Santi e a Madonne, frequentando la chiesa ed osservando i digiuni prescritti!

Ora, però, che il marito si era invecchiato al punto da non lasciarle più alcuna speranza e che i Santi avevano mostrato di non tener in alcun conto le sue preghiere, pensò bene di rivolgersi al diavolo.

"Fammi avere un figlio", lo supplicò, "e ti prometto che sarà sia mio che tuo, in egual misura".

Al demone non dispiacque la proposta e, finalmente, le nacque quel figlio tanto anelato.

Crebbe, il bambino, e, quando fu in età di apprendere un mestiere, lei lo mandò presso il miglior mastro d'ascia del paese.

Tutti i giorni il ragazzo andava a bottega per far ritorno alla masseria solo dopo il tramonto.

Nulla accadde durante il primo mese, trascorso il quale, una sera, rientrò visibilmente turbato e riferì alla madre di essere stato avvicinato da un signore, dall'aspetto distinto, che l'aveva incaricato di ricordarle che ogni promessa è un debito.

Dalla descrizione fattale, la donna escluse di conoscere l'uomo, così ritenne che qualcuno avesse voluto canzonarlo, e non stette a pensarci su. Ma la sera successiva, appena rientrato, il ragazzo raccontò di aver rivisto l'uomo che gli aveva riproposto l'oscuro messaggio.

"Se ti capita di incontrarlo ancora", suggerì la madre, seccata dall'impudenza dell'ignoto buontempone, "digli che può tenersi quanto gli spetta e mandare a me il resto".

Puntuale, per la terza volta l'uomo attese il ragazzo sulla strada del ritorno. "Rammenta a tua madre che ogni promessa è un debito", gli disse.

"Mia madre vi invita a tenervi quanto vi spetta ed a mandare a lei il resto", fu la pronta risposta.

L'uomo ghignò, maligno e soddisfatto. Senza profferire più parola, trasse da sotto il lungo mantello una affilatissíma spada dai riflessi di fuoco e, con un unico fendente, divise verticalmente in due il ragazzo che, costernato, dovette rincasare saltellando sull'unica gamba rimastagli.

Da quel giorno, a causa della disavventura occorsagli, al ragazzo fu appioppato il nomignolo di Miezzomenzullo[1].

Questi, consapevole che per via della menomazione subita era ormai divenuto oggetto di curiosità e di scherno, iniziò vita ritirata, evitando di mostrarsi, per quanto possibile, in giro.

Non andò a lungo che il dispiacere, più che l'età, uccise la donna. Il patto stretto col diavolo ne risultò automaticamente risolto. Cessato il vincolo che lo assoggettava alle controparti, Miezzomenzullo scoprì di essere venuto in possesso di poteri soprannaturali di eredità paterna, dei quali però, per risentimento nei confronti del naturale genitore che per sì lungo tempo lo aveva esposto al pubblico ludibrio, decise di non servirsi.

Ma quel giorno, nel bosco, in cui inavvertitamente aveva raccolto tanti rami da ottenerne ben dieci fascine, non disponendo che di un unico braccio, del tutto insufficiente al trasporto, non potette esimersi dal far ricorso alle sue facoltà. Allineò al suolo i fastelli, quindi sedette sul primo della fila ed impartì l'ordine di far ritorno a casa. Questi si sollevarono e mossero serpeggiando lungo il sentiero.

La figlia del re era intenta a raccogliere fragole quando, nel vedere tale insolito corteo, cominciò a sbellicarsi dalle risa ed a chiamare a raccolta la servitù al suo seguito perché potesse, a sua volta, godere dello spettacolo.

Umiliato, indispettito, Miezzomenzullo, senza arrestare la corsa delle fascine, le rivolse lo sguardo risentito del suo unico occhio e, fra la metà dei denti di cui disponeva, sibilò: "Sciocca ragazza! Ti diverte il mio aspetto repellente ma avresti disgusto a sfiorarmi con un solo dito. Meriti una punizione, per questo ordino che ti nasca un figlio da me".

In effetti la principessa ebbe un figlio, la cui paternità non si seppe a chi attribuire.

Passarono gli anni e la carestia si abbattè su quelle terre già povere. Tempi difficili per tutti, ma soprattutto per Miezzomenzullo, disposto a qualsiasi sacrificio pur di non far ricorso ai propri poteri. Fu così che, spinto dalla fame, come tanti si vide costretto a bussare al portone del palazzo reale per ottenere una minestra ed un tozzo di pane.

Ad aprirgli fu un vispo bambino biondo che, come lo vide, si illuminò in viso. "Papà", lo apostrofò, felicemente sorpreso; "è tanto che ti aspettavo! " Poi, verso le sale che affacciavano sull'atrio sontuoso, cominciò a gridare in preda ad euforica eccitazione: "Accorrete, presto, ché è venuto papà".

Richiamati dalle urla, corsero i gendarmi, poi i servi trafelati, ed alfine la principessa, allarmata, e finanche il re. "Il mio papà è venuto", continuava a ripetere esultante il bambino sotto gli sguardi sbigottiti degli astanti. Incredule e preoccupate le donne gli si strinsero intorno, si provarono a calmarlo. Solo il re non ebbe dubbi. La voce del sangue e dell'innocenza non poteva mentire. Sconvolto dall'aspetto ripugnante del questuante e dalla rivelazione che la figlia si fosse concessa ad un simile repellente prodotto della natura, montò su tutte le furie.

"Chiudete questa sciagurata e quel mostro in una botte di pece", ordinò, "e gettateli nella corrente del fiume perché li trascini e li disperda nel mare".

Nonostante lo sconcerto e la disperazione del bambino, nessuno si commosse, e nemmeno la vecchia nutrice osò intercedere a favore della misera principessa. Gli ordini furono eseguiti e la botte affidata, col suo carico di angoscia, alle acque del fiume.

Galleggiando in balia della corrente, la botte rotolava, si impennava, scivolava veloce o dondolava pigramente nelle anse quiete. All'interno era buio pesto. L'aria vi si era fatta pesante, irrespirabile, tuttavia non un'imprecazione, non un lamento sfuggiva ai due malcapitati.

"Mangerei volentieri un pezzo di focaccia!" sospirò d'un tratto la principessa.

Ammirato dalla dignitosa rassegnazione di lei, impietosito dalla crudele condanna inflittale nonostante fosse incolpevole, tacitando il proprio orgoglio ferito, Miezzomenzullo mentalmente ne dispose l'apparizione e gliela offri ancora fumante.

Lei l'accettò di buon grado. "Grazie", disse e stava per addentarla, quando uno scrupolo repentino la fermò. "No", dichiarò, "non posso. L'avevi serbata per te".

"Non ne ho voglia, credimi", la rassicurò Miezzomenzullo. Lei allora divise il trancio in due, porgendogliene una parte.

"No", egli rifiutò. "Non è la focaccia che ci difetta. Ne disponiamo di più di quanto tu creda".

Lei, tranquillizzata, mangiò di buon appetito; poi provò a distendere le gambe, ma senza riuscirvi. "Almeno fosse più comodo qui! " sospirò di nuovo. Miezzomenzullo esaudì anche questo desiderio e la botte si fece capiente, quasi agevole.

"Come è stato possibile!?" si stupì la principessa.

"Nulla è impossibile per me", dovette ammettere Miezzomenzullo.

Aveva appena pronunziato queste parole che la botte picchiò violentemente contro un ostacolo, ed entrambi ruzzolarono sul fondo. Lei gemette, si rialzò dolorante.

"Non si potrebbe approdare?" chiese timidamente.

Ormai Miezzomenzullo non poteva più esimersi dal ricorrere ai propri poteri. Si sentiva responsabile della dura prova a cui la donna era sottoposta e ritenne doveroso porvi in qualche misura rimedio. Così indusse la botte ad incagliarsi a riva.

"Ora va meglio", approvò la principessa, "anche se l'aria comincia a scarseggiare".

Non aveva osato esprimere esplicitamente il suo desiderio di libertà e di ciò Miezzomenzullo le fu grato, pur riconoscendo legittima la sua aspirazione. Non volle deluderla. La botte si frantumò in cento pezzi, subito preda della corrente, e loro si ritrovarono La principessa gli buttò le braccia al immersi nel profumo della campagna lussureggiante.

Lei lo considerò a lungo, senza mostrare pietà né ripugnanza. "Mi hai ridato la libertà e la vita e te ne sono grata", gli disse, "ma alla vita senza l'affetto di una famiglia ed il sostegno degli amici è preferibile la morte. Né d'altra parte posso rinunciare a te che, per avermi dato un figlio, di fatto sei il mio sposo".

Miezzomenzullo si senti commosso per la nobiltà dei suoi sentimenti. "Cosa vuoi che faccia?" domandò.

"Vorrei che la nostra dimora, per quanto umile, sorgesse non troppo distante dalla reggia, in modo che io possa contemporaneamente avere vicini te e i miei cari", gli rispose fiduciosa.

Miezzomenzullo sorrise, condiscendente. Ancora lei non si era resa conto appieno delle sue facoltà. Mentalmente realizzò un sontuoso palazzo che dispose prospiciente alla reggia, e in esso trasferì lei e se stesso.

La principessa esultò. "Sono orgogliosa di te!" esclamò, grata. "Voglio che tutti sappiano che sono la sposa più fortunata del mondo". Esitò. L'ombra di un repentino turbamento le offuscò il viso. "Solo una cosa mi rattrista", soggiunse, "ed è che tuo figlio, un giorno, possa vergognarsi del tuo aspetto".

Miezzomenzullo dovette convenire sulla fondatezza delle sue preoccupazioni poiché annui, quindi si concentrò in uno sforzo mentale per effetto del quale fu restituito alla sua intierezza. La principessa gli buttò le braccia al collo e pianse a lungo di gioia.

Si mostrarono quel giorno stesso sul balcone ove il re li vide e li riconobbe. Sinceramente pentito della propria insana impulsività, chiese perdono per il male arrecato e, a mo' di riparazione, designò Miezzomenzullo suo erede al trono.


[1]Probabile deformazione di Mezzo omezzullo ; traducibile in `metà ometto'.