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Le Fiabe - Flavia

Viveva, a quei tempi, un potente monarca che era solito organizzare sulle proprie terre periodiche battute di caccia, allo scopo di consolidare vecchie alleanze e di stabilirne di nuove. A questo fine aveva fatto edificare, nel vasto parco che circondava la reggia, sontuosi padiglioni in cui ospitava corti e sovrani.

Quell'anno, per la prima volta, furono invitati a partecipare alla battuta autunnale anche due re i cui regni, per le limitate estensioni, per la improduttività dei suoli, per il ridotto numero dei sudditi, avevano scarsa rilevanza sia economica che militare. Per questo erano stati relegati, con le rispettive famiglie, ai margini del parco, in due prospicienti villini poco pretenziosi. Sette figli maschi aveva l'uno ed altrettante femmine l'altro. Di abitudini contadine, entrambi si levavano al canto del gallo.

II mattino del primo giorno, il secondo dei due, affacciatosi alla finestra, si senti salutare in tono ironico dall'altro, al davanzale di fronte:

'Bongiorno a lo re co' re sette porcelle"[1]. Sorpreso e umiliato, il pover'uomo rientrò e non potette impedirsi di riferire alle figlie l'accaduto. Sgomento ed isterismo si diffusero fra queste, alimentando il risentimento paterno fino ad indurlo a meditare cruenta vendetta; ma Flavia, l'ultima e la più astuta delle sorelle, si prodigò per calmarlo. "Ripagalo con la stessa moneta", ella propose. "Domattina fa' in modo di anticiparlo, dicendogli: Bongiorno a lo re co' li sette purcielli[2]. L'ultima delle mie figlie è in grado di far pesare sette quintali di sale4 al primo dei tuoi figli senza che se ne renda conto".

Il giorno successivo il re si dispose alla finestra e, quando l'altro monarca venne fuori, espresse il saluto nei termini suggeritigli.

Quello sbatté le imposte e, furioso per l'offesa ricevuta, corse da Claudio, il primo dei suoi figli, per chiedergli vendetta.

"Laverò l'affronto", il giovane promi­se; "ma lascia che lo faccia a modo mio".

Iniziò per Claudio un gioco di astuzia e di pazienza in cui impegnò le tecniche di approccio più volte sperimenta­te. Non perdeva occasione per rivol­gere a Flavia occhiate intense ed osten­tatamente furtive, ignorando la presenza di ogni altra fanciulla. Ben pre­sto si ridusse ad oggetto di commisera­zione e di sarcasmo, ovunque accolto con risatine soffocate e sussurrati commenti.

Dopo un iniziale imbarazzo, non scevro di compiacimento, Flavia si sentì soggiogata da quell'amore discreto che ricambiò con l'ardore della sua giovi­nezza.

Per volere di Claudio il fidanzamento fu di breve durata. Flavia fu condotta al castello di lui dove il giorno stesso del suo arrivo furono celebrate le noz­ze, ed il ricevimento, seppure per po­chi intimi, si protrasse fino a notte inoltrata.

Quando, finalmente, gli sposi furono lasciati soli, lei abbassò lo sguardo, trepidante e pudica, anelando e paventando ad un tempo le imminenti carezze.

All'atteggiamento premuroso fino ad allora tenuto si sostituì invece in lui un'espressione di beffardo cinismo. "Un giorno dicesti che avresti potuto farmi pesare sette quintali di sale senza che me ne rendessi conto", le rammentò con voce tagliente. "Ebbene, è giunto il momento di dimostrarlo".

Flavia si serrò nelle spalle, sorrise sot­tomessa. "Fu una sciocca affermazione", riconobbe, "dettata dallo sdegno. Ora però non ha più importanza".

"Invece ne ha, ed anche molta per me", precisò lui, gelido. Suonò il cam­panello ed al capo delle guardie subito accorso seccamente ordinò: "Ho tro­vato che la mia sposa non è illíbata. Rinchiudetela nella torre, senza cibo né acqua, e gettatene la chiave nella cisterna affinché la sua lenta agonia la purifichi della colpa e restituisca a me, integro, l'onore".

Un doloroso stupore si diffuse negli occhi della giovane principessa che, sopraffatta dall'enormità della men­zogna, non trovò la forza per reagire e, svilita, come inebetita, si lasciò guida­re alla prigione che le era stata destinata.

Il capo delle guardie era un brav'uomo. Tutta la sua carriera l'aveva svolta nella sonnacchiosa quiete del palazzo, impigrito dalla buona tavola e dalle abbondanti libagioni. Impietosito dalla giovane età di Flavia, ed intuendone l'innocenza, non se la sentì di caricarsi la coscienza del peso di un sì empio delitto. Contravvenendo agli ordini ricevuti, serbò la chiave e prese quoti­dianamente a metter da parte del cibo che, nottetempo, recapitava alla sven­turata prigioniera. Poi, sempre più a lungo, cominciò ad intrattenersi con lei, spingendo la propria complicità fino a darle conforto, a sollecitarne le confidenze, a riferirle di Claudio, del­la sua amarezza, dei suoi cupi silenzi, di come, in definitiva, fosse egli stesso rimasto vittima del suo folle orgoglio. Il tempo scorreva lento e monotono al castello, ma non per Claudio, ossessionato dalla lunga agonia di Flavia, oppresso da un senso di colpa, costret­to dalle circostanze ad una crudeltà che gli lacerava l'animo. A volte ne intravedeva l'esile figura oltre le grate, altre ne udiva il canto, languido e struggente.

"Come è possibile che sopravviva?" domandò, esasperato, un giorno, al capo delle guardie, sperando che una volta consumata la propria vendetta avrebbe riacquistato la pace interiore. "Colombi e corvi nidificano nella torre", spiegò questi. "È probabile che ne mangi le uova. Comunque non potrà durare a lungo", assicurò convinto.

Trascorse circa un anno, ma Flavia restava in vita. Esacerbato da questa attesa angosciante, Claudio si portò un giorno ai piedi della torre. "Flavia, che mangi?" le urlò. "Pane di sasso", gli rispose, pacata, la voce di lei.

"E che bevi?"

"Acqua che sorge dalle mura".

Egli represse a stento la rabbia. "Parto per prendere moglie", le annunciò nell'intento di ferirla.

"Per dove?" lei chiese affabile. "Per Napoli".

"Sia questo il nome di un figlio ma­schio", lei augurò, o forse predisse.

A Claudio queste parole enigmatiche ronzarono nel cervello lungo tutto il viaggio. A Napoli Flavia lo precedette, occupando, con damigelle e camerie­re all'uopo assoldate, un'intera ala della locanda indicatale dal capo delle guardie, ove il giovane era solito prendere alloggio. Disponeva dei mezzi neces­sari che, in tutta segretezza, le sorelle le fornivano per il tramite del suo carceriere. Ivi, trasformata nei linea­menti da un sapiente trucco ed elegan­temente vestita, non trascurò occasio­ne di farsi notare dal suo ignaro sposo. Claudio fu attratto subito dall'alone di mistero che circondava la donna, sog­giogato dalla sensazione vaga che non gli fosse del tutto estranea: la familiare figura di un sogno, forse, o forse l'incarnazione di reconditi desideri. Pres­sato dal dispetto generato dall'assillo di Flavia, dal suo orgoglio, dalla sua ostinata rassegnazione, contravvenen­do alle rigide regole imposte dalla ri­servatezza e dalle consuetudini del tempo, senza le presentazioni d'obbligo, non esitò a rivolgerle la parola per chiederle di diventare sua sposa, e non si stupì dell'immediato consenso di lei.

Le nozze furono celebrate a Napoli dove la misteriosa dama volle trascor­rere la luna di miele. Furono giorni di intensa passione quelli che seguirono, bruscamente interrotti però dalla improvvisa scomparsa di lei.

Passò un anno ancora. Vane erano state da parte di Claudio le ricerche della sua nuova sposa e, contro ogni logica, Flavia restava in vita. Tornò ai piedi della torre.

"Flavia, che mangi?" le domandò come già un anno addietro.

"Pane di sasso", fu l'invariata risposta. "E che bevi?"

"Acqua che sorge dalle mura".

"Parto per prendere moglie", egli disse. "Non ti eri risposato! ?" si stupì Flavia. "Già", egli ammise; "ma mia moglie è morta", menti, ritenendo che la notizia dell'abbandono potesse essere per lei motivo di soddisfazione.

"Dove andrai questa volta?" si informò Flavia.

"A Benevento", egli rispose.

"Sia questo il nome di un figlio maschio! ", fu il sibillino commento.

A Benevento Flavia lo precedette e, grazie alle astuzie già sperimentate, lo indusse a sposarla per nuovamente scomparire nel giro di pochi giorni.

Un nuovo anno trascorse e, per la terza volta, Claudio si portò presso la torre per formulare la solita domanda: "Flavia, che mangi?"

"Pane di sasso". La voce era fioca, distante e lasciava intuire che la prigioniera fosse allo stremo delle forze. "E che bevi?" incalzò Claudio, sperando in un cedimento dell'orgoglio che avrebbe potuto dar giustificazione ad un proprio atto di clemenza.

"Acqua che sorge dalle mura". La voce era stanca, incrinata dalla sofferenza, ma non un lamento le sfuggi, non una preghiera, nulla che facesse presagire un moto di pentimento o di sottomissione.

"Anche questa mia sposa è morta", egli annunciò con rabbia e dispetto. "Parto per prendere una nuova moglie".

"Per dove?" lei chiese, senza tuttavia tradire emozione o risentimento.

"Per Avella".

"Sia questo il nome di una figlia femmina! "

Ancora una volta, in Avella, Flavia convolò a nozze ed abbandonò lo sposo.

Passarono gli anni. Dalla torre non giungeva più il canto mesto della sventurata principessa. Alla morte del padre, Claudio aveva assunto il titolo di re, ma aveva lasciato la cura del regno ai suoi fratelli che rivestivano la carica di consiglieri. Lo tormentavano il ricordo di Flavia ed il rimorso per la propria intransigenza. Mai più aveva pensato di risposarsi, tuttavia la sua condizione sociale lo obbligava al matrimonio perché assicurasse un erede al trono. Inviti e sollecitazioni in tal senso si erano fatti così pressanti che la decisione, più volte rinviata, si era ormai resa improcrastinabile, tanto che si vide costretto a riaprire il castello ai ricevimenti, allo scopo dichiarato di scegliersi una sposa degna del suo rango.

Per più di un mese, noiosi, defatiganti, si trascinarono i festeggiamenti, poi, una sera, si presentarono a corte tre bambini, maschietti i due più grandicelli, composti, graziosi, ben educati e ben vestiti, ma privi di accompagnatori. Sebbene incuriosito, Claudio non rivolse loro alcuna domanda e lasciò che prendessero posto a tavola con gli altri commensali. Si era alla metà delle portate, quando questi, a turno dal più grande, ad alta voce declamarono: "Napoli", "Benevento", "Avella"; e poi, insieme: "Iaozati la onnella c'anna passa' re sentinelle"[3].

Ciò detto, strapparono dalla tavola la tovaglia, facendo rovinare sul pavimento pietanze e stoviglie, per poi dileguarsi, di corsa, nella notte.

La sera successiva i tre bambini si ripresentarono al banchetto al castello. Claudio, che stranamente non si sentiva adirato per il comportamento irrazionale ed oltraggioso da loro tenuto, li avvicinò.

"Chi sono i vostri genitori?" li interrogò in tono benevolo.

"Non abbiamo genitori", essi risposero, per nulla intimiditi.

"E come siete venuti al mondo?" li canzonò lui.

"Siamo stati rinvenuti in una piantagione di fave", asserírono seri.

Sedettero a tavola, composti, e mangiarono in silenzio, fino a quando non si levarono in piedi e, nuovamente: "Napoli", "Benevento", "Avella", scandirono; "iaozati la onnella c'anna passa' re sentinelle".

Come la sera innanzi, dettero uno strattone alla tovaglia e fuggirono. Claudio, che si era tenuto pronto per questa evenienza, si alzò prontamente e li segui fuori, nel buio. 1 bambini, sempre correndo, lasciarono il parco, attraversarono il querceto oltrepassando il torrente e si inoltrarono nella campagna finché non scomparvero oltre l'uscio di una decorosa masseria seminascosta fra filari di viti e rigogliosi gelsi.

Claudio irruppe alloro seguito, deciso a chiarire il mistero. Spalancò l'uscio. 1 tre bambini si stringevano, trepidi, intorno ad una donna ancor giovane e bella che gli rivolse lo sguardo pacato, per nulla sorpreso.

"Flavia! " la riconobbe e, per lo stupore e la gioia, rimase come impietrito. Lei annui.

"E sei anche... ! " balbettò lui, ravvisando nella donna le tre moglie da cui era stato abbandonato.

Nuovamente lei confermò con un lieve cenno del capo.

"E questi?" chiese, indicando i bambini.

Lei sorrise e carezzò loro il capo. "Napoli", presentò, "Benevento ed Avella. Sì, sono proprio i tuoi figli".

Claudio si senti venir meno per l'emozione. Cadde in ginocchio. "Perdonami", supplicò. "Riconosco di averti fatto del male, né può ripagarti sapere che anch'io ho tanto sofferto. Ammetto che sei riuscita a farmi pesare sette quintali di sale senza che me ne rendessi conto e, se ancora mi vuoi, sarò orgoglioso e felice di essere il tuo fedele sposo".

Flavia lo aiutò a rialzarsi e, senza profferire parola, lo accolse fra le braccia, lasciando che le sole lacrime esprimessero la commozione e la felicità di ui era pervasa.



 

[1]Buongiorno al re con i sette maialetti 2 Buongiorno al re con le sette scrofette

[2]Far pesare il sale a qualcuno (pesare = pestare) è espressione traducibile in `raggirare'.

[3]Alzate la gonnella in quanto debbono passare le sentinelle. L'espressione va interpretata come un invito a sollevare i tendaggi alle porte per liberare il passo a loro, presenti al convivio in veste di osservatori.