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Le Fiabe - Angela

Angela aveva appena compiuto i dodici anni quando la madre mori. Non ebbe subito la consapevolezza della tragedia che si era abbattuta sulla sua giovane esistenza. Certo, provò un immane dolore, ma stemperato dalla pietà dei vicini e dalla solidarietà del parentado che, dopo il funerale e per tutta la settimana che seguì, le affollò la casa.

Le zie rassettavano, le facevano il bucato, le stiravano la bianchieria, ed al mattino, di buon'ora, le portavano il latte caldo, e a pranzo e a cena non le facevano mancare pollo, salame e formaggio.

Fu il giorno successivo al secondo funerale, quando suo padre la svegliò all'alba per ordinarle di preparargli la colazione e di portargliela al podere, che si rese conto di essere rimasta sola in quella casa silenziosa. Tuttavia si fece coraggio, bucciò le patate, le fece a fette, spezzettò i peperoni sotto ace­to e frisse il tutto, così che, un'ora più tardi, potette raggiungere col cesto della colazione il podere. Mangiarono in silenzio all'ombra di un fico, dopo di che lei tornò nella sua casa vuota dove l'attendevano le mille incomben­ze a cui non era stata preparata, e la predisposizione del pranzo della sera che avrebbe consumato in silenzio col padre.

Passarono lunghi e tristi mesi finché non giunse l'inverno. Una sera il pa­dre, rincasando, le elargì un insolito sorriso. "Mi risposo", le disse.

Lei non ebbe il coraggio di interrogar­lo, ma avvertì un tuffo al cuore. Appa­recchiò la tavola in silenzio e gli servì un'abbondante porzione di verdura cotta ed un trancio fumante di focac­cia di mais. Mangiarono come sempre, senza scambiare una sola parola. An­gela però era sopraffatta da un turba­mento insolito, travolta da una ridda di sentimenti contraddittori che le af­follavano la mente e le dolevano in petto. Non avrebbe saputo dire se era più contenta o spaventata dalla novità, ed il cibo stentava a scenderle giù per la gola.

Terminato il pasto frugale, il padre tracannò un ultimo sorso di vino diret­tamente dal boccale, si forbì i baffi col dorso della mano, eruttò soddisfatto e, evitando di guardarla, annunciò:

"Carmela... Tu la conosci! È vedova da più di un anno ed ha una figlia della tua età".

Angela soffocò un sospiro, rassegnato o, forse, liberatorio. Con gli occhi bas­si si diede a sparecchiare la tavola. Conosceva di vista Carmela e con Anna, la figlia, aveva frequentato il catechismo, la domenica, per un mese circa.

Quella notte non riuscì a dormire. Si rigirava nel letto in preda ad un'eccita­zione nuova, sconosciuta, che non sa­peva interpretare, e le spoglie del ma­terasso gemevano ad ogni movimento. Le nozze furono celebrate un mese più tardi. Una semplice cerimonia in chie­sa e poi Carmela ed Anna si trasferiro­no nella casa di suo padre.

Quel primo giorno Carmela, la matri­gna, fu premurosa e gentile. La inter­pellava di continuo, con voce accatti­vante, per informarsi su dove fossero le cipolle, e l'olio, e il tegame per la frittura. Anna, invece, si aggirava per casa, curiosa e invadente, senza de­gnarla di un'occhiata. Il letto di lei era stato sistemato nella sua camera, a ridosso della parete opposta a quella dov'era il suo. Ad Angela la soluzione era apparsa come una violazione della propria intimità, ma non aveva osato obiettare.

La notte Anna russò ed Angela non riuscì a chiudere occhio. All'alba fu svegliata da alcuni strattoni nervosi. Aprì gli occhi assonnati e vide la matri­gna che, china su di lei, le intimò in un sussurro: "Alzati: occorrono fascine". Lo sguardo maligno della donna le raggelò il sangue. Avvertì un gran freddo. Saltò giù dal letto e si vestì in fretta. Anna russava, il capo sotto le coltri.

Suo padre era già fuori, al podere. Lei si diresse alla credenza per prendersi un pezzo di pane.

"Mangi dopo", berciò la matrigna. "Ora vai al bosco e portami cinque fascine".

Angela non replicò. Il freddo del mattino era pungente. Rabbrividì, ma si avviò verso il bosco, mentre lacrime amare le bruciavano gli occhi. Cinque fascine! Come avrebbe fatto a raccogliere cinque fascine? E a portarle? II suo pensiero corse alla madre defunta, alla sua dolcezza, alle sue carezze, e le labbra si mossero ad implorare: "Mamma, aiutami!"

II bosco era gelido e tenebroso, umido di brina, insidioso di rovi. Una civetta emise il suo verso lamentoso e volò via con un battere di ali. Lei si spaventò, si rifugiò nella cavità del tronco di un vecchio albero, al riparo dal vento, si rannicchiò su se stessa e, il viso fra le mani, cominciò a singhiozzare in silenzio.

Non avrebbe saputo dire quanto tempo rimase in quello stato di disperato torpore da cui, ad un tratto, una voce profonda, cavernosa, la richiamò alla realtà.

"Perché piangi?" le chiese.

Lei sollevò il viso e vide l'uomo: gigantesco, dal torace robusto e muscoloso, dalla capigliatura lunga e folta, dalla fluente barba incolta che gli sfiorava il petto. Più in là, alle sua spalle, una bicocca: la sua casa, forse, che lei non aveva notato prima. L'uomo le si accoccolò accanto. "Perché piangi?" ripeté, ed il tono era gentile, amichevole.

Con voce rotta dai singhiozzi, tremula per i brividi di freddo che le scuotevano le membra, lei gli raccontò della madre morta, e della matrigna, e delle fascine che avrebbe dovuto portarle, mentre intimamente sentiva di potersi fidare di quell'omaccione.

L'uomo ascoltò paziente poi, senza profferire parola, tornò in casa e ne uscì con un grosso pezzo di focaccia che le mise fra le mani. "Mangia", le disse, "ed aspettami qui"; quindi, con passo pesante, scomparve nel bosco. Angela, alquanto rincuorata, aveva appena finito di mangiare di buon appetito che l'omone riapparve portando in spalla cinque pesanti fascine. "Andiamo", le disse, e si avviò verso il paese.

Lei lo seguì, docile, senza fare domande, fin presso la sua casa dove l'uomo, non visto, depose il fardello per subito allontanarsi verso il bosco.

La mattina successiva Angela fu nuovamente destata all'alba dalla matrigna perché provvedesse a raccogliere altre cinque fascine, e ancora la ragazza fu aiutata dall'omone in questa sua incombenza.

La storia si ripeté per molti giorni ancora, finché una mattina la matrigna ordinò ad Angela di raccogliere non cinque, ma dieci fascine, in quanto avrebbe dovuto cuocere il pane.

La ragazza, disperata, raggiunse quasi di corsa il bosco, vi si inoltrò e, non incontrando l'omone sulla sua strada, andò a bussare all'uscio della di lui bicocca. Questi venne fuori ed ascoltò la nuova richiesta della matrigna, quindi assentì gravemente.

"Posso aiutarti", assicurò; "ma in cambio voglio che tu metta a soqquadro la mia casa, che mi distrugga tavolo e sedie, che disperda per il bosco le mie provviste". Ciò detto, si allontanò.

Angela rimase perplessa per la stranezza della richiesta. Non se la sentiva di esaudire un tale desiderio. L'uomo era stato buono con lei e non le pareva giusto ricambiarlo causandogli un così grave danno. Entrò. La casa era piccola, una stamberga in cui regnava il disordine più completo. D'istinto, paventando le conseguenze della sua disobbedienza, impugnò la scopa e prese a pulire il pavimento, poi rifece il letto, lavò le stoviglie incrostate di cibo rappreso, accese il fuoco, rammendò gli indumenti laceri.

Quando l'uomo rincasò non aveva con sé le fascine. Si guardò intorno con occhio inespressivo ed Angela tremò dentro di sé temendone la collera.

"Non ho potuto", balbettò. "Mi dispiace, ma non ho potuto fare quanto mi avete chiesto". Mortificata, uscì. Un freddo vento di tramontana soffiava sul bosco.

L'uomo la seguì. "Siedi in terra", le ordinò in tono burbero. "Inserisci mani e piedi nel foro della portella[2] e volgi il viso al cielo".

Angela obbedì subito, accettando di buon grado la punizione, conscia della propria colpa. Il foro era angusto, ma non ebbe difficoltà ad ottemperare a ciò che le era stato ordinato, quindi volse gli occhi verso l'alto. Improvvisa, una vivida luce illuminò il bosco ed una stella d'oro solcò il cielo per imprimersi sulla sua fronte. Ritrasse gli arti e scoprì di avere scarpette d'oro ai piedi ed anelli con brillanti e rubini alle dita delle mani. Si sollevò prontamente e, felice, corse a casa.

Alla vista di tanta ricchezza la matrigna fu presa da stupore misto ad invidia. "Dove hai preso tutto questo?" sibilò.

"Un uomo, nel bosco", ansimò Angela, incapace di esprimersi sia per l'affanno dovuto alla lunga corsa che per l'eccitazione chele veniva dall'improvvisa fortuna.

La matrigna non volle ascoltare altro. Si precipitò in casa ed ordinò alla figlia di affrettarsi a raggiungere il bosco in cerca dell'uomo che avrebbe potuto farla ricca.

Anna non se lo fece ripetere due volte e raggiunse il bosco di corsa. Vide l'omone dinanzi alla sua bicocca e gli si parò davanti, in atteggiamento risoluto.

"Fammi ricca", gli ordinò.

Quello la fissò lungamente, pensieroso, quindi con voce stanca, rassegnata, le disse: "Entra e distruggi tutto quanto trovi in casa".

Anna che, accecata dalla cupidigia, era ansiosa di compiacerlo, raccolse un'ascia che era lì in terra e, entrata in casa, si dette di buona lena a menar colpi contro qualsiasi cosa le capitasse sotto mano, così che in breve ogni suppelletile fu demolita, ogni orcio, ogni brocca, ogni tegame ridotti in mille pezzi.

Uscì, esausta ma felice, e chiese all'uomo rimasto in attesa: "Va bene così?" "Hai meritato il premio", convenne lui. La fece sedere in terra, le fece inserire nel foro dell'usciolo gli arti e la invitò a volgere il viso verso l'alto.

Di colpo l'aria si incupì, nuvole nere solcarono il cielo, il tuono brontolò minaccioso e un fulmine illuminò sinistramente il bosco. Fu allora che una coda d'asino venne giù dall'alto e si attaccò saldamente in mezzo alla fronte di Anna, mentre gli arti le venivano imbrattati da una pioggia di fetído sterco.

La ragazza si levò in piedi, inorridita, e scappò verso casa, col capo ciondolante, appesantito dall'ingombrante appendice. E correndo piangeva, e supplicava la madre, lontana ed ignara: "Mamma, mamma, lo 'mbooli 'mbo piglia re fuorfici e taglielo mo'!"[3]


[1] Di epoca successiva alla narrazione de "La casa dei gatti", ne costituisce, forse, la rivisitazione in chiave più realistica, comunque improntata alla cultura del tempo.

[2] Tali fori, di forma circolare o quadrata, erano praticati negli uscioli, in basso, per consentire il passaggio del gatto.

[3] Mamma, mamma, l'appendice ondeggiante, prendi le forbici e recidila ora!

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