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Lo tozzolaturo (Il picchiotto)

Fonte di svago per i ragazzi erano le monellerie ordite in danno del prossimo. Quella che incontrava il maggior favore era azionare, a distanza, il picchiotto dell’uscio di una delle poche case che ne erano provviste. Già nelle prime ore della sera le strade erano deserte ed immerse nel buio. Silenziosamente ci si portava presso l’uscio di una casa e si legava il picchiotto ad una estremità di un lungo spago. Tenendone in mano l’altro capo, ci si ritirava, quindi, in un angolo buio da dove, con ripetuti strattoni alla cordicella, si simulava la presenza di una persona che bussasse alla porta. Di lì a poco, dalla finestra socchiusa del piano superiore, una voce chiedeva, ripetutamente quanto inutilmente, chi fosse. Tornato il silenzio, si riproponeva la bussata, provocando il crescente nervosismo del malcapitato padrone di casa. Di solito il gioco si concludeva con l’improvviso rovescio sulla strada del contenuto di un orinale, in risposta all’ennesima bussata. Le abitazioni più modeste, invece, erano sprovviste di picchiotto. Gli usci erano anteriormente muniti di un portello, dell’altezza di un metro circa, la cui funzione era quella di consentire l’aerazione degli ambienti interni, nel contempo impedendo l’ingresso delle galline che razzolavano sulla via. Oltre questo vi era la porta a vetri, oscurata la sera con tendine o, più raramente, con pannelli lignei. Nell’immondezzaio a ridosso del paese, i ragazzi reperivano frammenti di vetro, per portarsi con essi presso l’uscio preso di mira. Si scagliava un sasso contro il portello, contemporaneamente si lasciavano cadere in terra i pezzi di vetro e, quindi, ci si dava ad una fuga precipitosa, inseguiti dalle urla e dalle invettive della vittima dello scherzo.