Menu
A+ A A-

Capitolo 32 - Sterili tentativi di ripresa

L’unità d’Italia si era compiuta, una nuova era iniziava. Con eccessivo ottimismo si ritenne in Paterno che si fossero finalmente spalancate le porte su un futuro di progresso, di civiltà e di giustizia sociale. Il “nuovo” che si irradiava dal mitico Piemonte, una sorta di indefinita panacea per cui era stato pagato un elevato prezzo in persecuzioni ed in sangue, stimolava gli amministratori.

Indilazionabile si poneva la soluzione del problema dell’approvvigionamento idrico, per cui le prime attenzioni del governo locale furono per l’ormai diruta fontana dell’Acquara Vecchia. Una lapide ivi posta ricorda: NELL’ANNO MDCCCLX \ PRIMO DEL REGNO D’ITALIA \ QUANDO IN PATERNO LA CIVILE AMMINISTRAZIONE \ GIUSEPPE DE JORIO REGGEVA \ QUESTO PUBBLICO FONTE \ RICOSTRUIVASI.

In data 10 dicembre 1860 poi, il decurionato dispose la perizia per la demolizione del campanile fino all’altezza di palmi 20 dall’arcatrave della porta in sopra, allo scopo di ricostruirlo con archi, cupola e sostegni in ferro per le campane. Il costo fu previsto in ducati 608,93, che in parte potevano essere reperiti mediante pubblica sottoscrizione2.

Il 23 dello stesso mese, nella convinzione di poter recuperare al paese l’antico, prestigioso ruolo di centro di transito e di commerci, fu inoltrata istanza all’Intendenza di Principato Ultra perché assumesse l’onere del completamento di una strada, nel cui tracciato il comune aveva già investito duemila ducati, che risalendo il corso del Fredane avrebbe dovuto collegare Paterno con Torella. La richiesta si giustificava con l’importanza che avrebbe assunto l’arteria quale utile diramazione della consolare delle Puglie in direzione della Lucania. In alternativa al contributo si chiedeva la concessione di un prestito di settemila ducati che avrebbe consentito al comune il completamento dell’opera.

Un mese più tardi, sul progetto dell’architetto Eduardo Cirillo, si dette inizio alla costruzione del ponte sul Fredane mediante impiego di manodopera locale, allo scopo di contenerne i costi3, e pure in economia, per una spesa preventivata in 120,19 ducati, il 3 aprile 1861 il decurionato deliberò il riattamento della pubblica fontana dell’Acquara, in conformità di un progetto già approvato il 15 giugno 18584.

Il nuovo clima di fiducia che si era instaurato influenzò positivamente pure l’andamento demografico. Si ebbe un incremento della popolazione, registrandosi 2.177 abitanti5, ma già nel corso del 1861, a fronte di 89 nascite, i decessi complessivi ammontarono a 1196, sicché, anche per effetto di emigrazioni, al primo gennaio 1862 Paterno contava 2.151 nativi residenti, suddivisi in 1.014 maschi e 1.137 femmine. Alla stessa data risultavano 1.025 gli abitanti di Luogosano, 1.752 quelli di San Mango, 2.285 quelli di Castelfranci e 2.645 quelli di Fontanarosa7.

A partire dall’anno 1862, per iniziativa dell’arciprete Don Ferdinando Famiglietti, si provvide a segnare in un solo libro tutti quei che passano a miglior vita ... qualsiasi la loro età1. Paradossalmente fu questo l’unico reale cambiamento che conobbe il paese: il permanere di sfavorevoli condizioni ambientali vanificava ogni tentativo di un suo rilancio economico; la crescita demografica si riportò a livello zero per cui le 90 nascite che si verificarono nell’anno, per l’incidenza del flusso emigratorio, non compensarono gli 84 decessi; tornarono alla ribalta uomini e metodi che ci si era illusi di aver sconfitto per sempre.

Gli ambigui personaggi che si erano ritagliati fette di potere professando fede borbonica avevano dato prova di duttilità politica col riproporsi nel ruolo di convinti assertori del nuovo regime. L’indignazione e il disgusto generati da tale spregiudicato trasformismo ispirarono l’anonimo autore di un manifesto che, affisso nottetempo, comparve in piazza il 27 settembre 1862: Il mondo non è che reità. Cadde la famiglia Borbonica e rinalzossi coloro che beneficavano la patria. Ora cari miei son tornati i poteri nelle mani degli assassini e vegghiamo di bel nuovo nelle mani di un borbonico canaglia gli altri poteri, ma rallegramoci però, e siammo pur condenti che non siamo appartenenti a quel repropo numero, e se espulsi siam è perché mai ebbimo la fortuna di essere reputati come ladri. Non sempre, fidatevi, la sede degli infami regnerà, ma breve la sua durata. Deposeit potentes de sede, et exaltavit umiles - Da un Italiano.

Lo sfogo accorato dell’illetterato cittadino coincise con l’arrivo del tenente Pallone, inviato da Frigento col compito di riorganizzare la Guardia Nazionale di Paterno. Lo stesso giorno l’ufficiale emise un comunicato col quale si faceva divieto di affissione di qualsiasi scritto che non recasse la propria firma, pena l’arresto.

Le disposizioni ricevute dal tenente Pallone erano di ridurre la Guardia Nazionale, dalle due che erano state, ad un’unica compagnia di 150 militi, essendo il numero dei residenti in Paterno calato a circa 2.500 persone. Egli seppe assolvere il proprio compito con solerzia e professionalità tali che, già il 13 ottobre 1862, fu possibile presentare la lista dei coscritti2.

Con Regio Decreto del 21 aprile 1863 San Mango fu autorizzato a specificare la propria posizione geografica, completandosi con la locuzione “sul Calore”3. Analoga istanza produsse Paterno, al fine di essere autorizzato ad integrare la propria denominazione con l’aggiunzione del suffisso “poli”, cioè “città”, adducendo a giustificazione la necessità di distinguersi dai numerosi comuni e casali che rispondevano a tal nome.

A parte questo atto, frutto di un patetico rigurgito di orgoglio, spenti gli entusiasmi iniziali, al consiglio comunale non rimaneva che amministrare il quotidiano, destreggiandosi negli alvei angusti di un modesto bilancio. In sostituzione dell’anziana Dorotea Martino fu nominata maestra della scuola primaria femminile Maddalena Leone4 e, in settembre, fu conferito l’incarico di maestro della scuola maschile al sacerdote Don Battista Chiadini5.

In risposta alle sollecitazioni che imponevano la trasformazione della Milizia Cittadina in Battaglione Mandamentale, il consiglio comunale assunse in tal senso impegno formale nella seduta del 7 novembre, senza tuttavia operare cambiamento alcuno6. La complessità dell’operazione e soprattutto i costi per i quali non era stata prevista la dovuta copertura impedivano di fatto la fusione sotto un unico comando delle singole formazioni di Guardia Nazionale, costituite dai 159 militi di Paterno, dai 109 di Luogosano, dai 121 di San Mango sul Calore e dagli 80 di Sant’Angelo all’Esca1.

Un altro provvedimento, ritenuto utile ed opportuno, fu invece possibile in quanto non comportava oneri finanziari. Il consiglio comunale, presieduto dal sindaco Giuseppe de Jorio, nella seduta del 7 dicembre deliberò il trasferimento del mercato settimanale dal venerdì alla domenica per maggiore comodità dei cittadini2.

Fu emesso il 13 dicembre 1863 il Regio Decreto che autorizzava Paterno ad assumere la denominazione di Paternopoli3 e, con tale nome, il successivo giorno 30, il consiglio comunale confermò la validità, in attesa che ne venisse definito uno più rispondente alle esigenze dei nuovi tempi, del vecchio statuto di polizia urbana e rurale, adottato il 20 maggio 18464.

Nel predisporre il bilancio per l’anno 1864, si ebbe l’opportunità di accantonare una modesta somma da utilizzare per la ricostruzione del campanile della chiesa madre. Il clero, che da tempo sollecitava un intervento in tal senso, si affrettò ad integrarla con un cospicuo contributo ed il consiglio comunale, riunitosi il 29 febbraio in seduta straordinaria, concesse in appalto i lavori al Capo d’opera Michele Volpe di Paternopoli5.

Si procedeva, intanto, alla stesura del nuovo statuto interno di polizia che, ultimato, fu sottoposto all’approvazione del consiglio comunale in data 13 maggio 1864. Il documento era costituito da due distinti regolamenti: il primo, di polizia urbana, che in 148 articoli esprimeva le regole in ordine alla sicurezza, all’igiene, alle strade, agli edifici sia pubblici che privati, all’annona con i criteri di determinazione delle tariffe da applicarsi per i generi di prima necessità, alle locazioni; il secondo, di polizia rurale, in cui i 64 articoli dettavano norme in merito al rispetto delle altrui proprietà, alla regolamentazione del deflusso delle acque, ai fondi rustici e loro dipendenze, ai fitti, al commercio dei cereali6.

Nella stessa seduta si dovette ammettere che, persistendo l’indisponibilità finanziaria, non si era in condizioni di procedere alla trasformazione della milizia cittadina in Battaglione Mandamentale, e pertanto si avanzò richiesta al Prefetto di poterne rinviare l’attuazione al successivo 18657.

Se l’amministrazione comunale era costretta alla paralisi da gravi deficienze di bilancio, ben diverse erano le condizioni in cui operava la Congregazione della Carità, di recente istituzione, a cui erano demandati compiti di carattere assistenziale. Con la soppressone del Consiglio degli Ospizi di borbonica memoria, questo ente ne aveva ereditato le funzioni a livello locale, unitamente all’ammi-nistrazione di ingenti beni, fra cui l’eredità di Ciro Mattia.

In ottemperanza alle disposizioni ministeriali del 10 maggio 1864, presieduta da Giuseppe de Jorio, la Congregazione della Carità, in data 8 giugno, propose la risoluzione delle Opere di Culto e la loro trasformazione in Opere Pie Umanitarie, da concretizzarsi nella fondazione di un istituto elimosiniere, e di una cassa di prestanze (prestito), diretti il primo a soccorrere la miseria, l’altro a bandire l’usura, e ciò perché le istituzioni locali per opere di culto non offrono più l’utilità della loro origine, ed i loro redditi lungi dal soccorrere i poveri e gl’infelici, vanno sciupati in riti e feste8.

Comunque, quale impegno prioritario, la Congregazione della Carità si era riproposta l’apertura dell’orfanotrofio a cui Ciro Mattia aveva voluto legare la propria memoria, e ne aveva individuato la possibile sede in un edificio in muratura, di proprietà di Luigi Marrelli, prospiciente l’antica torre aragonese. Addirittura era già stata inoltrata alla Deputazione Provinciale, completa di planimetria e di costi, la richiesta di autorizzazione all’acquisto dello stabile e, da assicurazioni ricevute in via informale, si sapeva che non vi sarebbero stati impedimenti.

Il problema, però, non poteva essere considerato completamente risolto. L’ingegnere Federico Roca che aveva progettato, mediante gli opportuni adattamenti, la collocazione dell’orfanotrofio entro la struttura dell’incompiuto cimitero, non era mai stato compensato per le sue prestazioni. La sua parcella di lire 230,20, a suo tempo esibita, era stata giudicata esosa dal Consiglio degli Ospizi che si era rimesso al giudizio dell’Ingegnere per le Opere Pubbliche, il cui ufficio aveva ridotto l’importo a 182 lire1. Lo scioglimento dell’ente centrale aveva trasferito l’obbligo di pagamento all’ente locale subentrante, ed il 21 agosto 1863 la Congregazione della Carità di Paternopoli, presieduta dal sindaco Costantino Modestino, si era dichiarata disposta a corrispondere la somma di 60 ducati2, corrispondenti a 264 lire. L’ingegnere Roca si era dichiarato insoddisfatto dell’offerta che escludeva in larga misura gli interessi legali maturati e, il 20 agosto 1864, citò in giudizio la Congregazione3.

La vertenza, comunque, in nessun modo avrebbe potuto impedire l’apertura dell’orfanotrofio che si prevedeva dovesse avvenire entro il 1865, sicché, fino a quella data, nella seduta del 9 novembre 1864, il consiglio comunale confermò Maddalena Leone nell’incarico di maestra4.

Languiva l’attività amministrativa. Si era spento ogni entusiasmo per gli ambiziosi progetti intesi a restituire al paese centralità nei traffici commerciali e ci si limitava ormai a contrastare i piccoli abusi quotidianamente consumati. Da anni, al disotto della pizza, i fratelli Francesco e don Vincenzo de Renzi avevano arbitrariamente stabilito un collegamento fra l’abitazione e la farmacia di loro proprietà, ubicata nell’ambiente che, a piano terra, tuttora fa da estremo divisorio alle due strade provenienti dalla chiesetta di San Sebastiano. L’antica via ne era risultata occlusa, non senza disagio per i cittadini, sicché, nel dicembre del 1864, il consiglio comunale dispose la rimozione dell’ostacolo.

Consapevoli di non poter accampare diritto alcuno, e nel contempo non disposti a rinunciare ai vantaggi derivanti dall’unicità dello stabile, i due fratelli de Renzi offrirono al comune la somma di lire 127,50 in cambio della concessione della licenza per la costruzione di un arco su cui realizzare un passaggio soprelevato fra l’abitazione ed il vano sovrastante la farmacia. L’offerta fu accolta favorevolmente e quindi fu sottoposta al parere della Deputazione Provinciale che fu però negativo, con la motivazione che la struttura muraria avrebbe ridotto la carreggiata, con grave pregiudizio per il transito5.

Difficoltà si incontravano pure a mantenere il passo coi rapidi mutamenti in atto, protesi alla modernizzazione del giovane regno. L’amministrazione comunale aveva avanzato richiesta per l’apertura di un ufficio postale, proponendovi quale addetto alla gestione il signor Luigi Marriello. La Direzione Compartimentale di Napoli ne aveva però subordinato la concessione all’esito delle informazioni da assumersi sulla persona indicata, ed il 22 dicembre 1864, dalla Regia Prefettura di Principato Ultra, fu risposto che il signor Luigi Mussiello era da considerare persona idonea in quanto onesto, probo, e di ottima condotta politica e morale.

Il giudizio fu ritenuto non esauriente e chiaramente espresso con superficialità per cui, in seguito ad ulteriore e più approfondita indagine, il 10 marzo 1865, il Prefetto dovette rettificarlo comunicando al Direttore Compartimentale delle Poste Italiane che Marriello Luigi, e non Mussiello, non solo non ha sufficiente entità per covrire il posto di titolare dell’Ufficio Postale da impiantare in quel Comune, ma è anche di cattiva condotta politica e morale. Egli ha moglie e figli, non esercita arte o industria, e vive con la rendita imponibile di lire 1000. Dovendosi dotare l’ufficio postale di facoltà di trasmissione di vaglia, la situazione patrimoniale della persona proposta non offriva garanzie sufficienti a tutelare l’Ammi-nistrazione delle poste contro l’eventualità di ammanchi1.

Non si potette procedere neppure alla trasformazione della Guardia Nazionale in Battaglione Mandamentale. In questo senso operò per primo il comune di Luogosano2 ed il consiglio comunale di Paternopoli, temendo che le proprie inadempienze potessero riflettersi negativamente sul ruolo di cui era investito, riunitosi il 25 aprile 1865 sotto la presidenza del sindaco Giuseppe de Jorio, deliberò di inoltrare istanza al Governo del Re affinché il Mandamento fosse ampliato o, nell’impossibilità, ne fosse preservata la consistenza territoriale. L’11 luglio 1865 il Ministero dell’Interno comunicò di aver trasmesso la richiesta, per competenza, al Ministero di Grazia e Giustizia3.

In data 2 giugno, intanto, era stata concessa l’autorizzazione prefettizia al trasferimento del mercato settimanale dal venerdì alla domenica4, ed il 17 dello stesso mese la Deputazione Provinciale aveva accordato il proprio benestare all’acquisto, da parte della Congregazione della Carità, del palazzo Marrelli5. Senza ulteriori indugi se ne perfezionò l’atto. Il prezzo che ne fu pagato, deliberato sin dal 6 marzo 1865, fu di ducati 2.030,67, pari a lire 8.630,35, di cui solo lire 7.650 corrisposte al signor Luigi Marrelli in quanto la differenza, come da accordo, fu devoluta a beneficio dei suoi creditori6.

L’istituto iniziò la propria attività nel 1866 sicché, due anni più tardi, Giuseppe de Jorio potette affermare: Esistono nel comune un orfanatrofio che ha preso nome dal suo fondatore Ciro Mattia, con annesso convitto di civili donzelle, ed un asilo rurale d’infanzia sotto la direzione delle Suore della Carità d’Ivrea. Tali stabilimenti di educazione son surti da due anni per le cure di egregio cittadino che richiamava alla propria destinazione non pochi redditi tenuti ammortizzati per circa 14 lustri7.


2 Archivio di Stato di Avellino - Intendenza di Principato Ultra - Busta 750 - Fasc. 2689.

3 Archivio di Stato di Avellino - Intendenza di Principato Ultra - Busta 750 - Fasc. 2688.

4 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 626 - Fasc. 12340.

5 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 630 - Fasc. 12418.

6 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registri dei battezzati, Registri dei morti e Registri degli infanti morti.

7 Collezione delle leggi - Anno 1863.

1 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registro dei pargoli defunti.

2 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 626 - Fasc. 12327.

3 Collezione delle leggi - Anno 1863.

4 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 625 - Fasc. 12314.

5 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 625 - Fasc. 12315.

6 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 626 - Fasc. 12328.

1 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 626 - Fasc. 12326.

2 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 626 - Fasc. 12347.

3 Collezione delle leggi - Anno 1863.

4 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 626 - Fasc. 12331.

5 Archivio di Stato di Avellino - Intendenza di Principato Ultra - Busta 750 - Fasc. 2689.

6 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 626 - Fasc. 12331.

7 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 626 - Fasc. 12328.

8 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 6 - Busta 408 - Fasc. 5656.
1 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 630 - Fasc. 12410.

2 Archivio Municipale di Paternopoli - Registro delle deliberazioni della Congrega della Carità dal 1861 al 1883.

3 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 630 - Fasc. 12410.

4 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 625 - Fasc. 12314.

5 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 629 - Fasc. 12376.

1 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 626 - Fasc. 12336.

2 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 626 - Fasc. 12328.

3 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 626 - Fasc. 12335.

4 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 626 - Fasc. 12347.

5 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 6 - Busta 408 - Fasc. 5661.

6 Archivio Municipale di Paternopoli - Registro delle deliberazioni della Congrega della Carità dal 1861 al 1883.

7 Giuseppe de Jorio: Cenni statistici, geografici e storici intorno al comune di Paternopoli - Milano 1869.