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Capitolo 29 - La Carboneria e i moti del 1820

L’instabilità politica e le tensioni sociali che ne erano scaturite avevano distratto l’attenzione di Paterno dalle esigenze poste dallo sviluppo demografico: non vi si era fatta corrispondere un’adeguata crescita delle strutture edilizie, né vi era stata la pur indispensabile mobilitazione di energie per la rimozione delle cause che rendevano precarie le condizioni igienico-sanitarie. Il centro urbano era sprovvisto di impianti per la distribuzione idrica e di fogne. Lungo le strade, a ridosso delle case, si ammassavano il letame ed ogni sorta di rifiuti su cui dominavano incontrastati nugoli di mosche. Le famiglie, tutte numerose, vivevano stipate in putride bicocche di cui finanche i muri erano pregni di sporcizia. Eserciti di topi si annidavano nelle dispense. I giacigli di paglia brulicavano di cimici e di pulci e colonie di pidocchi pascevano fra le capigliature incolte, mal districate dai rari passaggi del pettine.

Il degrado socio-ambientale era il principale responsabile del frequente insorgere di epidemie che nella fascia infantile avevano assunto carattere endemico, stabilendone il tasso di mortalità in un rapporto oscillante intorno al 50 per cento delle nascite.

Nel settembre del 1810 si temette che la situazione assumesse una piega estremamente drammatica. Erano state 33 le persone adulte decedute fino al 18 di quel mese, il che rientrava nella media, e tutte erano state sepolte presso la chiesa di San Nicola, ma dal giorno 21 si manifestarono segnali di una recrudescenza virale tali da far prevedere la rapida saturazione degli spazi cimiteriali, anche perché, come disponeva una legge del 1806, le ossa dei defunti non potevano essere dissepolte se non allo scadere dei dieci anni dalla tumulazione. Furono ancora 32 i decessi registrati entro la fine dell’anno, per i quali si dispose la sepoltura presso la chiesa di San Francesco.

Colpita fu soprattutto la fascia d’età compresa fra lo zero ed i sei anni. Dei 71 bambini deceduti, 32 morirono fra la fine di settembre e gli inizi di dicembre e, di questi, 27 furono sepolti presso la chiesa di San Francesco.

L’anno successivo l’epidemia, sebbene avviata al superamento della fase critica, causò 58 decessi fra i bambini e 109 fra gli adulti, di cui solo tre seppelliti nella chiesa di San Francesco2.

Non si arrestava intanto il processo di riforme che venne ad interessare anche il riassetto territoriale. Con decreto del 4 maggio 1811 il regno fu suddiviso in province e come capoluogo del Principato Ultra fu prescelta Avellino, considerata in posizione più centrale rispetto a Montefusco. In tale occasione furono ridisegnati i distretti ed istituiti i mandamenti. Le “municipalità” mutarono la denominazione in “comuni” a cui furono preposti consigli comunali, detti Decurionati in quanto ciascuno di essi era composto da dieci persone, non più eletti democraticamente ma designati dall’intendente della provincia, che rivestiva autorità corrispondente all’attuale carica prefettizia. Paterno, assegnato alla sottintendenza di Sant’Angelo dei Lombardi, fu elevato a capoluogo del mandamento comprendente i comuni di Castelfranci, Lapio, Luogosano, Sant’Angelo all’Esca, San Mango e Taurasi, con un numero complessivo di 11.462 abitanti1.

Nessuna iniziativa, invece, fu presa per una svolta in senso democratico, sull’esempio di quanto accadeva in altre parti d’Europa. Nel 1812, dietro consiglio di Lord Bentinck, Ferdinando IV di Borbone, rifugiato in Sicilia, concesse all’isola la costituzione. Ciò acuì, nel regno di Napoli, il dissenso nei confronti del Murat, ostile a qualsiasi concessione, e favorì l’aggregazione dei suoi oppositori in associazioni clandestine. Il Governatore militare di Napoli, Rossetti, in un rapporto segreto del giugno 1814, informava il re: Des renseignements authentiques m’ont prouvé que la propagation de la Charbonnerie dans le Royaume de Naples a commencé dans la Province d’Avellino, vers la fin de 1812.

Alcuni attendibili elementi mi hanno provato che la diffusione della Carboneria nel Regno di Napoli ha avuto origine nella provincia di Avellino, verso la fine del 1812.

In Irpinia, quindi, già nel 1812 andava assumendo organicità e consistenza l’opposizione al regnante francese, anche se Giuseppe de Jorio, cittadino di Paterno ed elemento di spicco dell’organizzazione segreta, fra l’altro autore dell’opuscolo dal titolo “Cenni statistici, geografici e storici intorno al comune di Paternopoli”, nelle inedite “Memorie” del 1820, contesta al Rossetti la data della nascita della Carboneria, sostenendo: Dall’anno 1815 in poi il centro da cui il fomite della Carboneria causò fu la Provincia di Salerno; questa lo diffuse da prima in Basilicata, e da questa passò in Capitanata, indi lo comunicò al Principato Ulteriore.

Nel gennaio 1814 Gioacchino Murat, presentendo l’imminente tramonto dell’astro napoleonico, non esitò ad accordarsi con l’Austria che gli garantì la corona del regno di Napoli in cambio di un contingente di 30.000 uomini da impiegare nella guerra contro la Francia. Le sue previsioni non erano state errate. Il 6 aprile Napoleone Bonaparte fu costretto ad abdicare ed a ritirarsi sull’isola d’Elba, ma il re di Napoli, nonostante il voltafaccia, si vide estromesso dal congresso che si tenne a Vienna nel mese di novembre. Comprese allora che i suoi nuovi alleati miravano a restaurare a Napoli la monarchia borbonica, e ciò lo indusse a stabilire contatti con le residue forze favorevoli a Napoleone.

Ai primi di marzo del 1815 Napoleone Bonaparte lasciò l’Elba e rientrò a Parigi da dove mosse alla conquista del Belgio. A suo favore si schierò questa volta Gioacchino Murat che, col proclama di Rimini del 30 marzo 1815, tentò di sollevare gli Italiani contro gli oppressori austriaci; ma il suo appello rimase inascoltato ed egli fu sconfitto a Tolentino il 2 maggio 1815. Costretto a riparare prima in Provenza, poi in Corsica, racimolò un gruppo di seguaci coi quali sbarcò a Pizzo di Calabria dove però fu catturato e giustiziato.

Nell’anno 1809 era stata fondata l’Officina di Statistica e, per la prima volta, si era dato inizio al censimento della popolazione. Nel 1815 Paterno risultò contare 2.663 abitanti2 che rimasero sostanzialmente indifferenti alla sorte toccata a Gioacchino Murat. Ci si apprestava alla terza incoronazione della Vergine della Consolazione e ovunque fervevano i preparativi, anche in ordine ad interventi migliorativi dell’aspetto del paese, in previsione di una straordinaria affluenza di forestieri.

La solenne cerimonia ebbe luogo il 14 maggio 1815, giorno di Pentecoste, con l’intervento dell’arcivescovo di Benevento Don Domenico Spinucci. Fra addobbi e luminarie Paterno tentò inutilmente di mascherare il proprio decadimento. Sebbene fosse stato istallato l’orologio alla sommità della torre campanaria ed un organo a canne avesse sostituito quello vecchio nel soppalco sull’ingresso principale, la chiesa maggiore rivelava, nella struttura muraria e, soprattutto, nella copertura, i guasti di una pluridecennale incuria. I bilanci comunali a malapena consentivano la gestione dell’ordinaria amministrazione ed al clero non restava che appellarsi alla generosità di facoltosi devoti per sopperire alle necessità più urgenti.

Cara Lucia, scriveva l’Arciprete in data 30 novembre 1815. D. Nicola vi complica nella sua lettera; le lettere de’ vostri figli, dalle quali rileverete quanto vi conviene. L’espresso ha preso l’appaldo di accomodare la chiesa; li bisognano 1000 embrici, se volete darceli, paga il danaro avanti, ed il prezzo sarà di vostro vantaggio: si farà ciò che voi risolvete; mi dispiace che il muro dell’orto è caduto nella parte della via, bisognerebbe di essere rifatto, altrimenti finisce di precipitare, e potete ricevere danno nell’orto. Conservatevi, salutate da parte mia D. Gesuè, D. Concetta, li Sig.i di Pietro Luongo; abbraccio li piccoli. L’Arciprete vostro1.

Né in condizioni migliori era la rete viaria della provincia. La strada interna per la Puglia e la Basilicata, che utilizzava il tracciato della via Napoletana fino alla foce del Fredane, sia per la mancanza di un ponte che la collegasse con Paterno, sia per la carreggiata ridotta, sia per la ripidezza di molti dei suoi tratti, si era fatta inadeguata ai traffici che ormai impiegavano quasi esclusivamente carri e carrozze. Di questa difficile situazione si fece interprete il Consiglio provinciale nella seduta del 31 ottobre 1815, proponendo al re la costruzione di una nuova e moderna strada che collegasse il capoluogo con la rotabile lungo il corso dell’Ofanto. Nella relazione di accompagnamento della delibera si riassumeva: Il Consiglio Provinciale di Principato Ultra si è occupato in preferenza delle opere pubbliche. Eccone le principali. 1. Strada di Atripalda verso il confine della provincia colla Basilicata in direzione di Melfi; ... Ha nominato inoltre i seguenti Deputati e Cassieri che supplico V.M. (Vostra Maestà) di approvare. Essi sono cioè: Per la strada di Melfi: D. Antonio Amatucci di Avellino; D. Carlo Rossi di Paterno; D. Francesco Stentatis di Carbonara (Aquilonia); D. Gaetano de Feo di Carbonara; D. Giuseppe Catone di Gesualdo; D. Giuseppe Iorio di Paterno e D. Pasquale Sandulli della Contrada2.

Sebbene se ne riconoscesse la necessità e l’urgenza, ragioni di carattere economico indussero ad accantonare il progetto. A Ferdinando IV di Borbone, di recente rientrato in Napoli, premeva riorganizzare in tempi brevi l’amministrazione periferica, per cui era indispensabile procedere ad una immediata e più razionale suddivisione del territorio. A tale scopo dette incarico al ministro dell’Interno di redigere osservazioni e proporre emendamenti in merito alla ripartizione del regno in distretti e circondari operata dalla precedente amministrazione francese.

Nel rapporto che ne fece il ministro il 26 marzo 1816, furono queste le considerazioni espresse circa il Principato Ultra: Montefusco fu l’antica sede dell’Udienza di Principato Ulteriore. Nella nuova organizzazione si conobbe che Montefusco, paese di una piccola popolazione incapace di miglioramento per la sua situazione svantaggiosa, sterile, povera, senza risorse, messa fuori la strada consolare e di difficile accesso, manca assolutamente di ogni mezzo a poter divenire capitale della provincia. Non essendovi luogo centrale idoneo fu prescelto Avellino ... Nel 1811 la circoscrizione della provincia fu rettificata: Montefusco cessò di essere capoluogo del distretto, e rimase incorporato a quello di Avellino, fu stabilita invece una sottintendenza in S. Angelo dei Lombardi ... Le proposte del ministro furono integralmente accolte nella legge del maggio 1816 che divise il regno in 15 province ed i comuni in tre categorie, in rapporto al numero degli abitanti. Furono iscritti nella prima categoria i comuni con popolazione pari o superiore alle seimila unità, alla seconda quelli con popolazione compresa fra le tremila e le seimila unità, alla terza gli altri1 fra cui Paterno che aveva aggiornato a 2.673 il numero dei propri abitanti2.

Il 22 dicembre 1816 Ferdinando IV di Borbone assunse il titolo di re delle Due Sicilie col nome di Ferdinando I. Era stata scarsa in tutto il regno la produzione di grano in quell’anno, e addirittura erano mancati i raccolti di granone e di legumi. La penuria alimentare favorì la recrudescenza del brigantaggio. A 7 Marzo 1817: Il Sacerdote D. Pasquale Guida3 di Paterno, nel mentre molti giorni prima si ritirava da Frigento, fù preso da briganti, e non ostante il riscatto di docati cinquecento in varie volte (rateizzato), barbaramente lo buttarono nel Pozzo del Territorio allo Piano, dove in detto dì fù per accidente veduto da Saverio Liberto, e dalla Corte fù seppellito nella sepoltura de Sacerdoti nella Chiesa di Paterno4.

La carestia quasi triplicò in Paterno il numero dei decessi che, nel 1817, ascese a 149 fra adulti e bambini5.

L’obbligo della intangibilità decennale delle sepolture creava serie difficoltà. Gli spazi destinati alle tumulazioni erano piuttosto esigui e, ad aggravare la già precaria situazione, la vecchia struttura cimiteriale, ormai cadente, traboccava di ossa. Si parlava da tempo della necessità di costruire un nuovo cimitero ed ora la circostanza imponeva in maniera perentoria una soluzione. Fu individuato un appezzamento di terreno, ritenuto idoneo, in prossimità della chiesa di Santa Maria di Costantinopoli, quasi all’imbocco di via Croce, che si identifica con la parte orientale dell’odierno piazzale Kennedy, e così, pur persistendo l’assoluta mancanza di fondi da destinare alla realizzazione dell’opera, il decurionato di Paterno, nella seduta del 14 febbraio 1818, si risolse a deliberare: Si prescelse il territorio della pubblica Beneficenza nel luogo detto il Piano, il quale è atto all’oggetto, corrispondendo alle istruzioni Ministeriali. Confina col Sig. D. Pasquale Modestino, Notar Amato, e vie vicinali. Di detto fondo si occuperà una porzione di circa sette ettari di tomolo per suolo di camposanto, cappella, casetta e tutt’altro occorrente ... Il Cimitero ove dovranno riporsi le ossa de’ cadaveri dopo il decennio prescritto dalla Legge, è stabilito sotto la Cappella. I lavori che occorrono per la costituzione di tale opera, dettagliati colli prezzi correnti del luogo, ascendono a ducati millequattrocentoquaranta.

Fu affidato all’ingegnere Giovanni Cantilena l’incarico di redigere il progetto che, contenuto entro i limiti di spesa prevista, fu pronto il 22 luglio 1818; ma già il 26 agosto 1819 si dovette procedere all’aggiornamento dei prezzi la cui maggiorazione, rispetto alla previsione iniziale, risultò di ducati 308,76.

Tuttavia, in assenza degli indispensabili finanziamenti, i lavori non potettero essere neppure iniziati. La politica di risanamento economico adottata dal governo aveva portato alla totale paralisi delle opere pubbliche. Cresceva il malcontento di cui si alimentava la sempre più consistente opposizione che andava ad ingrossare le file dei gruppi carbonari, o Vendite, come essi definivano le proprie cellule. Gli echi delle attività di analoghe associazioni in altri Paesi d’Europa infondevano coraggio e determinazione.

All’inizio del 1820 erano 11 le Vendite in Avellino, con circa 1200 iscritti. Come annotava Giuseppe de Jorio, che all’epoca ricopriva la carica di ufficiale dei militi di Paterno, in breve divenne una smania l’essere settario ... si faceva il settario per seguire la corrente ... i militi per compiacere il loro capitano, questi perché così si voleva dal suo Generale, gli impiegati per acquistare grazia presso de’ loro superiori1.

Particolarmente elevato era il numero dei Carbonari in Paterno, anche per l’azione di Giuseppe de Jorio che era a capo dei gruppi settari dell’intero circondario di Sant’Angelo dei Lombardi, come egli stesso ebbe ad affermare in una lettera al Vicario del Regno in cui dichiarava che trovavasi a presiedere un Dicastero di 42 Famiglie comprendente al di là di tremila uomini.

Operavano due gruppi in Sant’Angelo dei Lombardi, I nuovi Decj sull’Ofanto e La vera Felicità, ed altrettanti in Guardia dei Lombardi con i nomi di Cleopatra e di Costanti Lombardi. Ne erano presenti addirittura tre in Montella: La clemenza di Tito, La Costanza trionfatrice e I figli della Libertà. Il gruppo di Mirabella aveva assunto il nome di La Fenice risorta sulle rovine di Eclano, quello di Rocca San Felice di La Famiglia Filitea sul Calore, quello di Sant’Angelo all’Esca di Temistocle, quello di San Mango di Gli allievi degli Orazi, quello di Taurasi di Gli auspici di Clelia, quello di Luogosano di L’avvilimento di Nembrot. Aveva 107 iscritti la Vendita di Grottaminarda denominata I veri figli del Calvario, 110 quella di Frigento col nome di Iside d’Ansanto, 82 I seguaci di Pluto di Chiusano, 131 I prodi Spartani di Fontanarosa e ben 200 I difensori della Patria di Castelfranci2.

Alla provincia di Principato Ultra fu attribuito il nome carbonaro di Regione Irpina, suddivisa in tre Tribù: la Partenia, con Ordine Centrale in Avellino; la Gianicola, con Ordine Centrale in Ariano; la Gracca sull’Ofanto Illuminato, con Ordine Centrale in Sant’Angelo dei Lombardi. Ai rappresentanti di ciascuna Tribù, costituiti in un’assemblea detta Gran Dieta, era affidato il potere legislativo. Una delle prime Gran Diete, secondo la testimonianza di Giuseppe de Jorio, si svolse tumultuariamente per l’avidità di molti a pretendere delle cariche.

L’1 gennaio 1820 scoppiò a Cadice una sommossa carbonara capeggiata dal generale Rafael de Riego ed il 9 marzo re Ferdinando VII fu costretto a concedere la costituzione alla Spagna. L’avvenimento galvanizzò i carbonari irpini che in esso vedevano tradursi in realtà ogni loro aspirazione. Si ritenne che il momento propizio per imporre le proprie rivendicazioni fosse giunto e, il 2 giugno 1820, i Deputati delle tre Tribù si riunirono presso Avellino in una Gran Dieta, allo scopo, come scrisse Giuseppe de Jorio, di ordinare colla nomina de’ capi un corpo disorganizzato che peraltro non presentava che un ammasso informe, un corpo senza testa. La scelta fu orientata da criteri di obiettività, ma sfortunatamente questa Dieta non fu riconosciuta, pel solo motivo che non si erano date cariche agli intricanti, ed ambiziosi, e perché non si erano potuti contentare tutti quelli che si credevano di avere de’ gran meriti.

Stanchi delle sterili polemiche in cui si perdevano i vertici della Carboneria, ai primi di luglio del 1820, Michele Morelli, sottotenente di cavalleria della guarnigione di Nola, e Giuseppe Silvati, sottotenente dell’esercito della guarnigione di Monteforte, decisero di rompere ogni indugio e sollevarono i rispettivi reparti militari. Nella notte compresa fra il 5 ed il 6 luglio, cinque delegati carbonari si presentarono a Corte ed imposero a Ferdinando I un ultimatum di due ore per la concessione della costituzione sul modello spagnolo, cosa che il re formalmente fece il 9 luglio 1820. In quello stesso giorno le truppe rivoluzionarie, oltre 30.000 uomini contraddistinti dalla coccarda tricolore, fecero il loro trionfale ingresso in Napoli, guidate da Guglielmo Pepe e da Lorenzo de Concilj.

I Deputati delle tre Tribù si riunirono nuovamente in Gran Dieta, che si svolse nei primi tre giorni di settembre, per la distribuzione degli incarichi dirigenziali, ed ancora una volta un cittadino di Paterno, il medico Michele Marrelli, ascese ai vertici dell’organizzazione, venendo investito della carica di Gran Copritore1. Anche Giuseppe de Jorio vide riconosciuti i propri meriti risultando eletto Deputato provinciale.

I governi europei, primo fra tutti quello austriaco, guardavano con preoccupazione alla svolta democratica napoletana che minacciava di innescare una pericolosa reazione a catena. Per i primi di gennaio 1821 fu convocato a Lubiana un congresso degli Stati a cui fu invitato a partecipare Ferdinando I di Borbone. Nonostante questi vi difendesse la costituzione concessa, gli fu intimato di ritirarla, pena l’intervento militare.

All’esplicita minaccia, al governo costituzionale napoletano non rimase altra alternativa che la dichiarazione di guerra all’Austria. Lo scontro avvenne presso Rieti il 7 marzo 1821 e l’esercito napoletano, comandato da Guglielmo Pepe, sebbene forte di 40.000 uomini, ne uscì irrimediabilmente sconfitto. Il 24 marzo gli Austriaci entrarono in Napoli e Ferdinando I si affrettò ad abrogare la costituzione.

Il provvedimento fu salutato con soddisfazione in Paterno, sostanzialmente ostile ad ogni forma di cambiamento. A 7 luglio 18202 si firmò per pura necessità dal Nostro Ré Ferdinando Primo Borbone l’infausta Costituzione in Napoli, e nel dì 24 maggio 1821, lode al Signore Iddio, mediante l’armi Austriache che venute con vittoria nel Regno si ripristinò il diritto. Rendano i Posteri sempre grazie all’Altissimo di tanto Beneficio3.

In aprile la polizia fece emanare un bando con la promessa di ricompense per chi avesse favorito la cattura dei responsabili dei moti rivoluzionari dell’anno precedente. Sul capo di de Concilj fu posta una taglia di mille ducati. Fu catturato Michele Morelli, mentre Giuseppe Silvati, rifugiatosi ad Ancona, fu arrestato dalle truppe pontificie e consegnato ai Borboni.

Il 22 ottobre di quell’anno, presso la Gran Corte Speciale di Napoli, iniziò il processo a carico di Morelli e Silvati che si concluse con la loro condanna a morte mediante fucilazione. La sentenza fu eseguita nel 1822. Il 24 gennaio 1824 anche Lorenzo de Concilj fu condannato alla pena capitale che non potette essergli inflitta poiché era espatriato subito dopo la sconfitta di Rieti. In contumacia fu condannato pure il generale Guglielmo Pepe che era riparato in Inghilterra.

La sanguinaria reazione borbonica non riuscì ad estirpare le idee rivoluzionarie che continuarono a sopravvivere nei carbonari moderati, non perseguibili in quanto non avevano avuto responsabilità dirette nei moti insurrezionali. Molti di costoro, fra cui Giuseppe de Jorio, confluirono nella setta massonico-militare-repubblicana detta dei Filadelfi. Ne rivelò alcuni nomi, nel giugno del 1828, Vincenzo Riolo di Montefusco, sicché, insieme con altri, furono inquisiti don Giuseppe de Jorio di Paterno, don Nicola Clemente di Montella, don Benedetto e don Casimiro Celli di Castelfranci4.

Era morto, nell’anno 1825, Ferdinando I, e gli era succeduto al trono delle Due Sicilie il figlio Francesco I.


2 Archivio della parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registri dei morti e Registri degli infanti morti.

1 Giuseppe De Jorio: Cenni statistici, geografici e storici intorno al comune di Paternopoli - Milano 1869.

2 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 631 - Fasc. 12433.

1 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Duplicato originale per la conservazione agli atti.

2 Alfredo Zazo: Varietà e postille: La provincia di Principato Ultra nel 1815, in Samnium - Anno 1934.

1 Manfredi Palumbo: I comuni meridionali prima e dopo le leggi eversive della feudalità - Montecorvino Rovella 1910.

2 Archivio di Stato di Avellino - Prefettura, Inventario 2 - Busta 631 - Fasc. 12433.

3 Era già stato coinvolto nell’assassinio di una prostituta.

4 Archivio privato del dott. Nicola Famiglietti di Paternopoli - Libro Di Memorie Della Famiglia Delli Signori Famiglietti Da Paterno - Anno Domini MDCCCXVIII.

5 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registri dei morti e Registri degli infanti morti.

6 Archivio di Stato di Avellino - Intendenza di Principato Ultra - Busta 749 - Fasc. 2687.

1 Vincenzo Cannaviello: La setta della Carboneria nell’Irpinia, in Samnium - Anno 1939.

2 Vincenzo Cannaviello: Ibidem.

1 Vincenzo Cannaviello: La setta della Carboneria nell’Irpinia, in Samnium - Anno 1939.

2 La discordanza della data è indicativa delle difficoltà in cui versava il sistema, prevalentemente orale, della diffusione delle informazioni. Quanto alla successiva, 24 maggio 1821, l’errore materiale è palese.

3 Archivio privato del dott. Nicola Famiglietti di Paternopoli - Libro Di Memorie Della Famiglia Delli Signori Famiglietti Da Paterno - Anno Domini MDCCCXVIII.

4 Nicola Valdimiro Testa: Gli Irpini nei moti politici e nella reazione del 1848-49 - Napoli 1932.