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Capitolo 27 - La Repubblica Partenopea

A Napoleone Bonaparte, tornato a Parigi dalla vittoriosa campagna d’Italia che aveva portato alla costituzione della Repubblica Cisalpina, fu affidata l’armata detta di Inghilterra che, nel 1798, guidò a Malta e in Egitto per colpire il predominio britannico nel Mediterraneo. In Francia il Direttorio, ebbro dei facili successi e sensibile alle pressioni dei patrioti romani, allestì una spedizione militare contro lo Stato Pontificio. Senza difficoltà le truppe francesi occuparono Roma ed il 15 febbraio 1798 vi fu proclamata la repubblica.

Il re di Napoli, Ferdinando IV, istigato dalla regina e sentendo minacciato il regno dalle idee rivoluzionarie che si radicavano con allarmante rapidità nei ceti più elevati, ruppe ogni indugio ed aderì alla coalizione europea antifrancese. La decisione, pur prevista, suscitò contrastanti reazioni. Un’agitazione permeata di preoccupazione e di fervore patriottico si diffuse in Paterno. Il sacerdote Don Nicola d’Amato trasse dalla nuova situazione rinnovata foga per la sua crociata antigiacobina.

Si fà sapere a’ Posteri che a 12 Aprile 1798 è fioccato, ed à fatta tanta neve che si sono piene tutte le neviere1 di questo nostro paese2, annotava il notaio Nicola de Rienzo; ma nonostante l’eccezionale rigore di un interminabile inverno la gente affollava la piazza, attenta alle notizie spesso contraddittorie portate dai mercanti di passaggio e dai corrieri postali.

Si respirava sempre più aria di guerra. Nel giorno della festa del Corpo di Cristo il sacerdote Don Nicola d’Amato lanciò dal pulpito un caloroso invito per animare la gente in portarsi a partire nell’accantonamenti per la gloriosa guerra contro della regione Francese ... con tanta energia ed efficacia, e seppe tanto dire, e fare animando la gente di occorrere ogni necessaria impresa per la difesa dello Stato. Egli stesso, coerentemente con le proprie convinzioni, nonostante l’abito sacerdotale, si arruolò volontario nella milizia3.

Fu proclamata la mobilitazione generale. In questa occasione si rivelò esemplare la condotta del sindaco di Paterno, come ebbero a testimoniare in un atto trascritto dal notaio Francesco d’Amato, l’8 agosto 1799, i signori don Michele, don Francesco e don Nicola Antonelli, il magnifico Domenico Modestino, il dottor fisico don Giuseppe Iorio, don Gaetano di Rienzo, il magnifico Pasquale di Natale, Nicola Rosa, Giuseppe Balestra, il magnifico Pietrantonio d’Amato, Domenicantonio Mastrojacono ed Antonio Moccia. Costoro rivelarono come, prima della revoluzione4, trovandosi (essendo) il magnifico D. Luigi d’Amato Sindaco di questa magnifica Università di Paterno, ed essendo venuti replicati dispacci per rispetto delle reclutazioni (per l’osservanza del reclutamento), et preciso per l’esecuzione di quello del due settembre passato anno millesettecentonovant’otto, il suddetto Sindaco impegnativamente con ogni zelo, et attitudine si cooperò (adoperò) in maniera per fare la quota (di soldati) stabilita alla medesima suddetta Università, che, spendendo senza risparmio danaro anche della propria casa, fé sortire la quota suddetta felicemente, e buona, e dopo contentossi deriggerla esso proprio al loro destino (destinazione) in Capua, ed in Sessa, animandoli, ed incoraggiandoli per strada, senza darli menoma lagnanza per le spese cibarie, anzi li fece rimanere pienamente contenti, e soddisfatti, lodando sempre la sua buona condotta, ed efficace attività5.

L’esercito napoletano, forte di 60.000 uomini al comando del generale austriaco Mack, mosse alla volta di Roma il 24 novembre 1798 ed il 29 successivo fece il suo ingresso in città incontrando scarsa resistenza. Le truppe francesi però, guidate dal generale Championnet, passarono al contrattacco e già il 14 dicembre restaurarono la repubblica. Ripiegarono i soldati napoletani, subendo una sconfitta dopo l’altra, così che la ritirata si trasformò in una rotta precipitosa sotto l’incalzante avanzata del nemico.

Ferdinando IV, non sentendosi più al sicuro in Napoli, il 23 dicembre 1798 si rifugiò in Sicilia.

La notizia della fuga del re gettò Paterno in uno stato di costernazione e di paura in cui maturò la ferma determinazione di reclutare gente da inviare al fronte per contrastare l’avanzata francese: Nella fine di Dicembre poi, detto anno, essendosi inteso che il Ré Nostro Signore, Dio sempre feliciti, si era partito dal Regno, il detto Sindaco entrato in una profonda malinconia tutto mesto, e dolente per la causa che si cominciava a sentire l’approssimamento de maledetti Francesi, aprì la porta (decise di correre) al riparo, e fece sì che collo stesso zelo, ed attività, e con ogni impegno ammani (immane), preparò una buona leva di gente a massa (reclutò una massa considerevole di persone), per tutta questa popolazione, colle buone maniere, ed esortazioni, senza far mai conto del danaro, quale aveva in pensiero di deriggerla dove meglio avrebbe potuto dar riparo all’imminenti ruine (arginare l’imminente invasione)1.

Cadeva Napoli il 22 gennaio 1799 sotto gli attacchi congiunti di Francesi e Giacobini italiani, ed il giorno 24 fu proclamata la repubblica Partenopea.

In Irpinia, ad eccezione del duca di Calabritto, i signori feudatari, fra cui Ettore Carafa d’Andria la cui famiglia teneva Paterno, salutarono con favore l’avvento della repubblica. Non mancarono, invece, tentativi popolari di organizzare la difesa del territorio, soprattutto da parte di Gioacchino Renzullo di Montefusco, di Pasquale Vuolo di Villamaina, del tenente Filippo Venuti di Luogosano, di Francesco Maria Flammia di Frigento, i quali raccolsero una consistente milizia in cui affluirono le forze di Paterno reclutate dal sindaco Luigi d’Amato. Ma ormai qualsiasi tentativo di resistenza appariva inutile. I Francesi avevano occupato Ariano sin dal 13 gennaio e vi avevano innalzato il “simbolo della libertà”, rappresentato da un albero2, e per indurre gli altri paesi a seguirne l’esempio non disdegnavano l’appoggio loro offerto da loschi individui, quale il famigerato brigante Antonio Zagarese di San Mango.

Furono così costretti ad aderire alla repubblica dapprima Montemarano, poi Montella e, di seguito, la maggior parte dei restanti paesi. Piuttosto riottosa si mostrava Paterno. La detta scelerata truppa Francese, avendo preso piede (essendosi radicata sul territorio), cominciarono con proclami, e minaccie ad inculcare (ad esercitare pressioni) a loro Commissariati per la democratizzazione de Paesi, per lo che il detto Magnifico Sindaco D. Luigi d’Amato, avendo avuto più ordini per la democratizzazione di questo Paese, minaccianti saccheggio, fuoco e fucilazioni, egli in discreto fece il sordo, e non prestava affatto orecchio a tali nefande cose, ma solo pensava dar luogo agli affanni per la perdita del Nostro Ré, essendoli di già stata chiusa la porta del riparo (in quanto gli era stata preclusa qualsiasi possibilità di agire), e fra gli altri ricevé lettera di officio dal Commissario D. Amato Montefuscoli della terra di San Manco di voler venire egli a democratizzare questo Paese, ed eriggere il sacrilego albore d’insana libertà, ancora (anche) lui colle minaccie, e ruine, che diceva far cadere a questa infelice Popolazione, con un suo ricorso al Comitato interno di Napoli; ed egli il Sindaco mica curando tal minaccie il rifiutò con risposta, dicendo che non fosse venuto perché questa Popolazione era stata già democratizzata da per se sola, ma alieno dal vero (il che non era vero), perché non si fece innovazione alcuna; ma nell’estremo caso (ma alla fine) sentendo in realtà l’imminenti ruine, che cadevano (si verificavano) ne’ Paesi vicini, per evitare il periglio li bisognò prudenza, anche per non essere ucciso da quelli che per causa sua soggiacevano a qualche male, e così col consenso di molti, anzi li più probbi di questa medesima Popolazione, e coll’intervento del Sig. D. Giacomo Imbelicone promisero a Pasquale Passero di fare inficcare nel terreno della Piazza di detta terra una semplice mazza3.

Ma nonostante l’impegno assunto, l’albero repubblicano non trovò sollecita collocazione sulla piazza di Paterno che ora, in seguito alla demolizione delle case a ridosso della chiesa maggiore, si estendeva fino a comprendere la sottostante superficie dell’odierna piazza XXIV Maggio.

Tuttavia non ci si potette esimere dal costituire la municipalità, coinvolgendovi cittadini comunque poco propensi ad assumere un incarico che ritenevano disonorevole ed in contrasto con le proprie idee politiche. I prescelti, ed in particolare don Pasquale Modestino, pur se dovettero assoggettarsi al volere popolare al fine di scongiurare il pericolo di gravi ritorsioni da più parti prospettate, non si astennero dal manifestare il proprio disappunto: Avendo dovuto questa Università evitare il castigo che li veniva minacciato dalla maledetta Republica Francese, non meno che da ribelli dello Stato, di sacco, fuoco, fucilazioni, ed altro, e per deludere le loro malvaggie voglie, (fu indispensabile) creare in questa suddetta terra la municipalità, nel numero della quale per comune piacere de Paesani fu eletta la persona del Magnifico D. Pasquale Modestino ... Il predetto Pasquale, appena pervenutali a notizia una tale elezione in sua persona, ne sentì gran dispiacere per lo che subito, nella publica piazza di questa terra ne fé sentire i veri risentimenti di animo avutene1.

Al pari di Paterno, si mostravano restii ad accettare il nuovo ordinamento i comuni di Sant’Angelo dei Lombardi, Cassano Irpino, Luogosano, Sant’Angelo all’Esca e Villamaina.

Né era rimasto inattivo re Ferdinando IV. Dalla Sicilia si era preparato alla controffensiva armando un esercito che affidò al comando del cardinale Ruffo. Questi, il 7 febbraio 1799, sbarcò in Calabria. Nello stesso giorno insorse Montella, abbattendo l’albero simboleggiante la repubblica.

Sul suo esempio si mossero altri paesi, fra cui Montemarano, sicché il 10 febbraio fu dato incarico ad Ettore Carafa di reprimere i disordini popolari in Principato Ultra. Il Carafa si portò ad Avellino dove raccolse militi della guardia civica e nella seconda metà del mese poté sedare agevolmente Volturara, Sorbo, Salsa e Montemarano; e di là trasse, come da Paterno, già feudo della sua Casa, altre reclute della civica, con le quali si avanzò contro Montoro2.

Il 25 febbraio la provincia parve pacificata, ma già il 3 marzo si sollevò Lauro, quindi Marzano, Moschiano e Quindici, anche se la rivolta fu prontamente domata ed i responsabili passati per le armi. Il cardinale Ruffo si rendeva intanto padrone dell’intera Calabria Ulteriore.

Il 20 aprile insorse Serino e la rivolta si propagò ad Ariano, Fontanarosa, Gesualdo, Frigento, Mirabella e Sant’Angelo all’Esca. Il 23 i soldati francesi ristabilirono l’ordine in Ariano, ma insorse Castelfranci infervorata dal sacerdote Don Alessandro Rossi. Subito dopo si sollevarono altri comuni fra cui Montella, Avellino e Villamaina.

Altrettanto accadde in Paterno dove, Verso li quindici del mese di Aprile3 poi corrente anno, avendo avuta semplicissima idea detto Magnifico Sindaco che si approssimavano le truppe Realiste, e Cristiane spinte da passioni, nonostante che ancora reggeva la Republica, e persistevano tutta via le leggi di Republica, egli si fé spirito (si fece coraggio), che chiamati alcuni Particolari (rispettabili cittadini), e signatamente noi attestanti Magnifico Pietrantonio d’Amato, Magnifico Pasquale di Natale, e Liberatore Rosa, e mandò a togliere detto infame albore di insana libertà, o sia detta mazza, la sera dello stesso giorno che si era situata; e di poi avendo fatto formare un bellissimo tosello (palco), ed esposti in quello con tutta pompa le due effiggie de Nostri amabilissimi Sovrani, eresse nella publica Piazza la bandiera vengitrice del Nostro Ferdinando, senza dar luogo a timori e senza darsi pena di niente; dopo questo, insaziabile il detto Sindaco di far festa per sì grande allegrezza avuta, fece esponere nella Chiesa Madre di questa suddetta terra la statua del Santo Nostro Protettore S. Nicolò, li fece ponere una bellissima nocca rossa (fiocco rosso) in segno di vittoria e fece emanare i banni per tutta la terra che ogn’uno avesse fatto festa per la fausta notizia, ed avessero cacciato (esposto) la nocca rossa del Nostro Ré, e nello stesso tempo non si fussero più imbevuti di massime Republicane, ma avessero conosciuto (riconosciuto) per Amministratore di Giustizia il Regio Governatore del Luogo, e per Governante del Publico il Sindaco suddetto. In seguito fece per più giorni sontuose illuminazioni, fé portare in processione la Statua del Nostro Protettore S. Nicolò per tutta la terra con sollenne sparo di polvere, ed altro, e fece pure fare in ringraziamento per moltissime sere l’esposizione al Venerabile col canto del Te Deum1.

Il più irriducibile sanfedista in Paterno era comunque il medico Liberatore Vovolo. Era tenuto per uno dei primi Realisti, e la di lui casa per covo de Realisti, per essersi sempre letti tutti i Proclami dell’Eminentissimo Cardinal Ruffo nella medesima, in unione di tutto il popolo Realista di questo Paese, che accorreva a massa nella stessa casa, facendone far copie con averle portate, e mandate a sue spese per la Provincia2.

Costui, il 27 aprile 1799, ricevette un dispaccio reale in cui si annunciava l’imminente arrivo delle truppe comandate dal cardinale Ruffo e si affrettò a farne una copia che affidò al corriere di Paterno perché la recapitasse ai cittadini di Grottaminarda. Tale copia fu consegnata, il giorno successivo, nelle mani di Michele Faretra che immediatamente divulgò la notizia ed il paese insorse, bruciando l’albero della Repubblica3.

Quello stesso 28 aprile il dottor Liberatore Vovolo uscì dalla clandestinità, come ebbero a dichiarare in data 18 luglio 1799 i sacerdoti Don Pasquale Guida e Don Pietro Barbieri, nonché il signor don Nicola de Girolamo: Nel giorno ventiotto di Aprile di questo corrente anno, verso l’ore diecisette (le dodici antimeridiane), tempo in cui era succeduta l’insurrezzione di questo Paese contro dell’infame Republica, ed a favore del Ré Nostro Signore (Dio Guardi), colla recissione dell’infame albore dell’insana libertà, essendo stato chiamato il Dottor Fisico Don Liberatore Vovolo, medico di questo stesso Paese, in casa del suddetto D. Nicola de Girolamo, a consultare tra i Dottori Fisici D. Pietro Mazzarelli di Mirabella, e D. Giuseppe Iorio di questa stessa terra, sulla malattia cerusico fisica da cui veniva travagliata la moglie del suddetto D. Nicola, il suddetto Dottor Fisico e Cerusico Don Pietro Mazzarelli, nel vederlo colla nocca rossa al cappello, con ammirazione (stupore) li domandò perché portava quella nocca in disprezzo della Republica, col pericolo di essere fucilato; esso Don Liberatore, immediatamente ed arditamente, rispose in nostra presenza e di molta altra gente accorsa a sentire il consulto suddetto: amico, senza meravigliarvi della nocca suddetta, e senza darvi pena del pericolo mio. La porto perché sono Realista, e me ne preggio, e me ne glorio, e voglio essere Realista per sin che vivo, a prezzo della mia propria vita; perché i veri vassalli del Ré non temono di alcuno. Indi il suddetto D. Liberatore esortò il suddetto Mazzarelli a togliersi la nocca Republicana tricolore che esso portava al suo cappello, perché non conveniva ad un uomo laureato essere infido al suo Sovrano, e Signore, per seguire una giomella (accozzaglia) di traditori, i quali avevano invaso i diritti di Dio, e del Sovrano, e dissonorata con un infame tradimento la nazione. E come il suddetto Dottor Fisico e Cerusico Mazzarelli persisteva a non levarsela, perché credeva essere insurrezzione, il suddetto Dottor Fisico Don Liberatore gli disse più di una volta avanti di noi: state a vedere, poicché per tutta la fine di Maggio, o al più verso i principij di Giugno, sentirete lo scoppio della venuta del Ré Nostro Signore (Dio Guardi), e numeroso esercito ricuperarsi il Regno da mano de Ribelli, e dell’invasori4.

Ai moti di ribellione popolare di fine aprile e dei primi di maggio seguì una spietata reazione francese. Fu bruciata Mercogliano e saccheggiata Avellino, quindi la spedizione punitiva proseguì per Bagnoli.

I principali sostenitori della causa repubblicana in Paterno erano i fratelli Andrea e Paolo de Iorio. Probabilmente furono costoro a denunciare l’attività rivoluzionaria del dottor Liberatore Vovolo all’infame Cantone di Mirabella, e da questo riferito all’infame Cantone di Capua, fu condannato così il suddetto Don Liberatore, che suo nipote D. Gennaro Vovolo, alla fucilazione, e la di loro casa al sacco, ed al fuoco1.

A questo punto si verificò un evento insperato. Il generale Macdonald, che era subentrato al generale Championnet nel comando dell’esercito repubblicano, fu chiamato in Lombardia a dar man forte alle truppe francesi ivi impegnate contro forze austro-russe. L’indebolimento del fronte consentì una più rapida avanzata dell’esercito realista, ed il 26 maggio il capomassa sacerdote Don Antonio Greco entrò con i suoi uomini in Sant’Angelo dei Lombardi. Il provicario vescovile Giuseppe Rossi, fratello del sacerdote di Castelfranci Alessandro Rossi, ottenne ampio mandato dal Greco ed iniziò l’epurazione nei comuni di Rocca San Felice, Calitri e Frigento, operandovi arresti e saccheggi. Subito dopo toccò a Gesualdo, Guardia dei Lombardi, Villamaina, Paterno e Torella.

La tempestività del suo intervento fu provvidenziale per il dottor Liberatore Vovolo e per suo nipote Gennaro che scamparono alla fucilazione. A Paterno furono arrestati, con l’accusa di giacobinismo, il frate Ignazio Stanchi ed i fratelli Andrea e Paolo de Iorio.

Il 28 maggio insorsero Sant’Angelo all’Esca e Taurasi e subito dopo fecero altrettanto Mirabella e Fontanarosa. Il 30 maggio le bande capeggiate da Filippo Venuti di Luogosano occuparono Montefusco.

L’8 giugno 1799 il cardinale Ruffo giunse ad Ariano, già in mano all’avanguardia realista.

Prima che scoppiasse il conflitto, per circa sei anni, Francesco Antonelli, figlio di don Michele, aveva prestato servizio militare nella cittadella di Messina che aveva lasciato nel marzo del 1798 per fruire di una licenza. La guerra lo aveva bloccato in Paterno, ma ora che l’esercito cui apparteneva era vicino, sentì il dovere di presentarsi. Giunto ad Ariano, venne il suddetto Francesco, dal suddetto Generale, per i servizi prestati al Ré, anteposto al grado di tenente con patentali firmate dal medesimo2.

Il passaggio del cardinale Ruffo fu una calamità per l’Irpinia. Nessun paese fu risparmiato dai saccheggi operati dalla plebaglia e da bande di briganti che per l’occasione si proclamavano realisti. Il 13 giugno 1799 il cardinale Fabrizio Ruffo entrò in Napoli, concordando la resa con i ribelli, ma la regina e Nelson non mantennero fede ai patti. Fu costituita un’apposita Giunta di Stato per i processi a carico di coloro che avevano offerto collaborazione agli invasori francesi, e non poche furono le condanne a morte comminate, e gli esili, le confische di beni, il carcere duro.

Smobilitava l’esercito. Ai principi del 1800 i primi reduci di Paterno fecero ritorno alle loro case portando la notizia della morte di Michele Girolamo: Gennaro Barbieri attesta, e depone, come essendo stato in Alvito nell’accampamento a servire la Maestà del Nostro Sovrano in qualità di soldato della nuova leva di volontarij, nella prima Compagnia del Regimento detto l’aggreggente, nella quale Compagnia stava pure a servire della medesima qualità il suo paesano D. Michele di Girolamo, lo stesso passò da questa all’altra vita verso il mese di Febbraio dell’anno millesettecentonovantasette, non ricordandosi con distinzione la giornata per la lunghezza del tempo, il quale fu sepolto nell’accampamento medesimo dentro del terreno. Nicola Mazza attesta, e depone, come verso il mese di Novembre dell’anno millesettecentonovantotto, non ricordandosi con distinzione la giornata anche per la lunghezza del tempo, ritirandosi dall’accampamento di San Germano, indove stava benanche da soldato a servire la Maestà del Ré, D. G. (Dio guardi), arrivato fu in Capua ivi s’incontrò colli sui paesani Vito Passero, e Giuseppe Gambino soldati di Cavalleria, li medesimi li diedero notizia, e l’accertarono, che il suddetto D. Michele di Girolamo era morto nell’accampamento di Alvito, onde ne avesse esso data notizia al Paese se mai si ritirava.

Antonio Palermo, Giuseppe Vucedomini, e Pasquale Petruzziello attestano, e depongono, come da circa due anni dietro essendosi ritirata molta gente dall’accampamento, dove stavano a servire la Maestà del Ré, D. G., da soldati, intesero dire tra la gente, e fra la gente di questo Paese, che il precitato magnifico D. Michele di Girolamo era morto nell’accampamento di Alvito1.

Altri riferirono della morte del tenente Francesco Antonelli, caduto in azione di guerra nel corso dell’avanzata per la riconquista di Napoli.

Intanto i processi sommari, i sequestri di beni, i saccheggi a cui erano sottoposti cittadini spesso incolpevoli sconvolgevano la provincia. Per il ruolo svolto a sostegno degli invasori giacobini dal feudatario Ettore Carafa d’Andria, furono confiscati i beni di cui era proprietaria in Paterno la di lui famiglia. Il 2 marzo 1800 Andrea e Paolo de Iorio furono condannati a 20 anni di deportazione, ed il 6 aprile al frate Ignazio Stanchi fu inflitta analoga pena di 15 anni.

Inesorabilmente si precipitava nel caos. Un primo grido d’allarme era stato lanciato nel settembre del 1799 dallo stesso cardinale Ruffo il quale aveva illustrato al re come lo stato di disordine e di sconvolgimento, in cui trovasi il regno per l’insolenza della plebe, la quale sotto finto zelo ed attaccamento alla Corona va per tutto rapinando e saccheggiando, porta il guasto nelle famiglie e lo scompiglio nella società.

Gli aveva fatto eco, nel novembre successivo, il Ludovici che aveva chiesto al Luogotenente Francesco Statella di adottare provvedimenti per l’abolizione dei sequestri di beni immobili perché per l’immenso numero loro soffre l’agricoltura, e le famiglie sono ridotte all’estrema disperazione, anche per saccheggi sofferti2.

In tale stato di confusione, ancora una volta un sacerdote di Paterno si trovò coinvolto in uno scandalo. Nell’ottobre del 1800, in località Piano, fu rinvenuto il corpo privo di vita di Elisabetta Volpe di Mirabella, donna publica, attaccata or con uno or con un altro, che colle sue lascivie ha caggionati molti omecidii in questa suddetta terra. Corse voce che dell’assassinio fosse responsabile il reverendo Don Pasquale Guida, ma Tommaso Gambino, Nicola Sarni, Nicola Antonelli, Vito Passaro e Lorenzo Iannuzzo sostennero che all’ora del delitto il sacerdote era in loro compagnia3.


1 La neviera era costituita da una profonda e larga fossa scavata nel terreno in cui, nel periodo invernale, veniva accumulata e compressa neve subito ricoperta di paglia su cui, al suono dell’organetto, esaltati da abbondanti libagioni, ci si abbandonava alle più sfrenate tarantelle.

L’ultima neviera è stata operante fino ai primi anni del XX secolo in località Serra, a ridosso di una incompiuta villa gentilizia del 1843 di proprietà della famiglia de Jorio, di recente reinterpretata, per l’esecuzione dell’impresa edile dei cugini Gregorio, dall’architetto Alessandro Di Blasi.

2 Archivio di Stato di Avellino - Nota a tergo del protocollo dell’anno 1800 del notaio Nicola de Rienzo - Protocolli notarili - Fasc. 1912.

3 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1912.

4 Il riferimento è al mese di agosto 1798, intendendo col termine “revoluzione” il periodo di tempo compreso fra l’inizio della mobilitazione generale e la fine degli eventi bellici.

5 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1925.

1 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1925.

2 Pioppi adorni di fiori, bandiere e coccarde, con un berretto frigio in cima, erano stati piantati, all’epoca della Rivoluzione francese, in vari comuni di Francia, a simboleggiare l’emancipazione dalla tirannide della monarchia, della nobiltà e del clero.

3 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1925.

1 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1925.

2 Francesco Scandone: Giacobini e Sanfedisti nell’Irpinia, in Archivio storico per le province napoletane - Nuova seria - Anno 1929.

3 La data è inesatta. La testimonianza, resa l’8 agosto, a distanza cioè di circa quattro mesi, ne ammette l’approssimazione col ricorso all’avverbio “verso”. In effetti l’evento ebbe luogo fra il 24 ed il 26 aprile 1799.

1 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1925.

2 Archivio di Stato di Avellino - Ibidem.

3 Antonio Palomba ed Elio Romano: Storia di Grottaminarda, il paese di San Tommaso - Grottaminarda 1989.

4 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1925.

1 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1925.

2 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1925.

1 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1925.

2 Francesco Scandone: Giacobini e Sanfedisti nell’Irpinia, in Archivio storico per le province napoletane - Nuova serie - Anno 1930.

3 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1923.