Logo

Capitolo 24 - La carestia del 1764

Fu in un inverno piuttosto asciutto che si concluse il 1762, e la siccità si protrasse per tutta la primavera del 1763. Il raccolto di frumento si prevedeva scarso, comunque le scorte appositamente accantonate per simili circostanze, unitamente all’immenso granaio rappresentato dalla regione pugliese, avrebbero potuto sopperire, come già in passato, alla minore produzione.

Maggiormente esposte erano le classi sociali più deboli, fra cui già si registrava un innalzamento della soglia di povertà. Il dato tuttavia non era da considerare allarmante: i negozi non incontravano difficoltà nell’approvvigionamento, restavano invariati i prezzi dei generi alimentari, il traffico commerciale lungo la via per la Puglia si manteneva regolare, l’attività artigianale non risentiva minimamente della crisi dell’agricoltura e l’economia del paese appariva solida come non mai, sorretta dall’incessante affluenza di pellegrini in visita alla miracolosa Immagine della Consolazione.

La fiducia nella solidità dell’economia di Paterno era condivisa anche oltre i confini dell’università tanto che, nell’agosto del 1763, Andrea Bianco di Mugnano prese in fitto la taverna dei signori Rossi presso la fontana delli Gaotoni2.

L’estate trascorse lunga e torrida, e di nessun sollievo furono alla campagna inaridita i rari ed inconsistenti conati di pioggia che caratterizzarono la stagione autunnale. I pascoli appassiti e l’impossibilità di costituire riserve di foraggio per l’inverno imposero la riduzione, mediante abbattimento, di numerosi capi di bestiame. Gli alberi non generarono che pochi frutti, e quei pochi non giunsero neppure a maturazione. Irrisorio fu il raccolto delle olive, minuscole, scarne, rinsecchite, da cui a malapena si ricavò olio sufficiente ad alimentare le sole lucerne.

L’inverno sopraggiunse rigido e secco. Cresceva il numero degli indigenti. Sui 49 decessi di persone adulte verificatisi in Paterno nell’anno 1762, 15 erano state esentate dal pagamento delle spese funerarie e di sepoltura in quanto povere. Nel 1763 invece, pur essendo rimasto invariato il numero dei morti, quello degli individui classificati nullatenenti era asceso a 24 unità1.

In questa circostanza la politica di Bernardo Tanucci, ottimo giurista, rivelò tutti i suoi limiti in campo economico. Le riserve di frumento accantonate risultarono insufficienti e mal distribuite sul territorio del regno; gli inventari relativi ai magazzini annonari si dimostrarono approssimativi, ed in alcuni casi se ne constatò addirittura l’inesistenza; le deficienze organizzative non consentirono razionalità e rapidità di interventi; l’inefficienza degli organi di controllo, non disgiunta dalla corruzione di cui erano permeati, favorì gli illeciti e la conseguente fioritura di un attivissimo mercato nero.

Non giunsero in Paterno, come in quasi nessun altro dei paesi irpini, gli aiuti sperati. Si esaurirono presto le inadeguate provviste di tante famiglie e la carestia, sin dai primi mesi del 1764, dispiegò in tutta pienezza i suoi effetti devastanti. Si invocava l’aiuto dei Santi, si innalzavano suppliche in tutte le chiese, si ricorreva a lunghe ed estenuanti processioni e si sperava nelle piogge dell’incom-bente primavera, ma la siccità perdurava e gli organismi provati, debilitati dalla fame e dagli stenti, si mostravano sempre più incapaci di reagire agli attacchi virali particolarmente attivi nella stagione fredda.

Deluse la tanto attesa stagione primaverile. Mancarono le piogge e la terra, arida e screpolata, non consentì ai semi di germogliare. Dall’1 gennaio al 20 maggio furono 50 gli adulti falcidiati dall’inedia e dalle malattie, tutti sepolti nel cimitero presso la chiesa di San Nicola.

Dal 23 maggio, essendo ormai saturi gli spazi a ciò destinati nella chiesa maggiore, si cominciò a tumulare le vittime del flagello nella chiesa di San Sebastiano, poi in quella di San Francesco, quindi in quella di San Michele Arcangelo ed alfine in Santa Maria a Canna. Un’eccezione si fece per il sacerdote Don Domenico (Mele?), il cui cognome è illeggibile, che franco, cioè non soggetto al pagamento dei diritti funerari, fu sepolto, il 6 luglio, nel cimitero della chiesa maggiore. Lo stesso avvenne per il sacerdote Don Bonaventura Piccarino, deceduto il 23 luglio, e per il suddiacono Pasquale Stefanelli, morto quattro giorni dopo2.

Mutavano intanto, finalmente, le condizioni meteorologiche. In luglio si ebbero le prime piogge torrenziali e come d’incanto rinverdirono i pascoli e negli orti tornarono copiosi legumi e verdure. Rinvigorirono pure vigneti ed uliveti e si comprese che l’incubo stava per finire.

Il 2 settembre trovò sepoltura nella chiesa di San Nicola la signora Annamaria Famiglietti, moglie del dottor Giacomo Antonio Rossi, deceduta non certo per inedia. Analogo privilegio toccò, il 24 settembre, al ventenne Angelo, figlio di Biasi di Mastrominico e di Rosa dello Grieco. Queste ulteriori eccezioni, del tutto ingiustificate, suscitarono malcontento fra la gente.

Comunque la situazione era sensibilmente migliorata. Seppure in quantità limitata, ci fu distribuzione di grano di provenienza estera, mentre i raccolti autunnali si prospettavano abbondanti. Lo spettro della fame si andava sempre più allontanando.

Dal 2 ottobre fu regolarmente ripristinata la tumulazione entro la cappella cimiteriale annessa alla chiesa di San Nicola. Fino alla fine dell’anno si verificarono ancora 29 decessi di persone adulte, e di queste 26 ebbero qui sepoltura. Il bilancio dei deceduti dell’anno 1764 fu agghiacciante: i morti di età superiore ai sei anni erano stati complessivamente 229, di cui 81 seppelliti nella chiesa maggiore, 101 in quella di Santa Maria a Canna, 22 in quella di San Francesco, 17 in quella di San Michele Arcangelo ed 8 in quella di San Sebastiano. Di questi ben 142 erano deceduti in condizioni di totale indigenza, tanto da non potersi assicurare neppure una sola messa in suffragio della propria anima1.

Sono andati smarriti, relativi al periodo in esame, i registri dei decessi dei bambini di età compresa fra lo zero ed i sei anni, compilati separatamente per non aver ancora avuto costoro impartiti i Sacramenti della Comunione e della Cresima. Tuttavia, alla luce degli elementi a disposizione, si può azzardare un calcolo che, pur se privo di concretezza matematica, può considerarsi statisticamente valido e con risultanze non molto discoste dalla realtà.

I più recenti dati completi disponibili circa l’andamento demografico riferito alla sola popolazione infantile riguardano il decennio 1735-1744. In esso, a fronte di 882 nascite, si erano verificati 197 decessi, con una mortalità media annua di 22,3 unità2.

Le nascite complessive registrate nel decennio 1754-1763 erano state 9833, il che lascia supporre che la mortalità infantile si fosse proporzionalmente elevata ad un valore medio annuale di 24,8 unità.

Prendendo a confronto l’andamento demografico riferito alla sola popolazione adulta, in quest’ultimo decennio, 1754-1763, la mortalità aveva complessivamente interessato 403 persone4, fissando mediamente i decessi a 40,3 unità annue. Essendo state 229 le morti avvenute in concomitanza col periodo di carestia, l’incremento della mortalità di persone adulte nell’anno 1764 era risultato pari a 5,6 volte la media annua.

A voler riportare questi parametri sulla popolazione infantile, la mortalità media di 24,8 individui annui riscontrata per il decennio 1754-1763 indicherebbe in 139 i decessi verificatisi nell’anno 1764.

Furono quindi 368 le morti complessive, corrispondenti a poco meno di un settimo del numero degli abitanti.

Sorprende come, seppure suddivise fra le varie chiese, fosse stato possibile effettuare le tumulazioni in spazi estremamente ristretti. Ciò si spiega col fatto che i corpi non venivano deposti in bare, ma sepolti semplicemente avvolti in un lenzuolo e quindi cosparsi di calce viva il che, facilitandone la rapida decomposizione ed il conseguente recupero delle ossa che venivano ordinatamente disposte sulle mensole alle pareti, ripristinava in tempi brevi la disponibilità ricettiva delle fosse al disotto dell’impiantito d’assi che faceva da pavimento.

Erano stati soltanto quattro i matrimoni contratti nel 1764, ma nell’anno successivo, quasi per una istintiva reazione, per un prepotente bisogno di riaffermare il diritto della vita sulla morte, furono quaranta le coppie che convolarono a nozze5. Lo stato di miseria in cui il paese era precipitato si evidenzia con chiarezza dalla irrilevanza delle assegnazioni dotali di cui ebbero a beneficiare le novelle spose. Le elargizioni, di regola, non andarono oltre la garanzia dell’eredità dei beni, sia mobili che immobili, da ripartirsi equamente, alla morte dei genitori, fra tutti i figli superstiti.

Per l’unione matrimoniale di Onesto Mastromarino con Giuseppina d’Orricolo, il 25 marzo 1765 i genitori di quest’ultima le riconobbero il diritto all’eredità nella ragione di un terzo di tutti i beni, avendo essi tre figli. Doni nuziali immediati furono invece offerti dalle due persone presenti in qualità di testimoni: Luciano, e Giuseppe di Blasi, zii carnali di detta Gesuppina, i quali, per affetto dicono alla medesima portare, li promettono, cioè detto Luciano li promette una giornata di buoi a seminare, e detto Giuseppe li promette un meccatojo (fazzolettone) d’orletto nuovo nel giorno della sposa1.

Fra le poche privilegiate è da annoverare Anna Maria Conte. Era costei nipote del sacerdote Don Angelo Conte il quale aveva contribuito, se non interamente provveduto, alla costituzione delle assegnazioni dotali. Così, per il suo matrimonio con Vincenzo Lapio, oltre all’eredità da dividere con altre cinque sorelle, il 3 maggio 1765 le furono promessi: cinque lenzola nuove di tela di casa; una veste di saccone (un rivestimento di materasso); quattro veste di coscina (rivestimenti di cuscini) due piene di lana, e due sopravesti (fodere per cuscini); una tovaglia di tela di sei carlini guarnita con pezzilli; una manta di lana usata; braccia cinque di salvietti, e mesale (tovaglia da tavola); una camisa a mezzo busto di donna; uno intornialetto2 di braccia quattro, e mezze di tela sottile nel giorno della sposa3.

Pure le situazioni patrimoniali di numerose famiglie erano radicalmente mutate nel corso di quell’anno ferale. Dall’anno 1764, che fù quell’annata sì penuriosa, molti territorij, che da particolari cittadini si tenevano a censo perpetuo dalle Cappelle di questa magnifica Università, si licenziarono a voce da coloni alli Procuratori di dette Cappelle di quel tempo, per l’impotenza di non poterli coltivare, come per non aver niun modo di poter pagare l’annuo canone4. Molti altri si erano visti costretti a privarsi di parte dei propri beni, spesso a prezzi inverosimilmente irrisori, pur di assicurarsi l’indispensabile per sopravvivere.

L’occasione era stata propizia ai signori Famiglietti, l’ingresso del cui palazzo apriva sull’angusta Ruga sotto al Campanaro. A 8 agosto 1764 D. Nicola di Rienzo e Ant.a di Vito Moglie di Franc.o Ant.o Troisi, Nicolina di Vito Moglie di Ciriaco Iannuzzo, Lucia di Vito vidua di Nicola Girezio vendono a D. Vinc.o Famiglietti due soprani e due sottani di Casa sotto la Chiesa Madre col rendito alla Grancia di S. Quirico di annui carlini due e di c. cinquanta, abbattuta per fare largo innanzi al Portone delli Signori Famiglietti5. Ne risultò ampliata l’area dell’antico Seggio, ora detta largo dello Campanile.

Ma dalla situazione di crisi più di tutti aveva tratto vantaggio il mugnaio Pasquale de Rienzo. La sua attività gli consentiva di immagazzinare cospicue quantità di frumento che, nella circostanza occultato ed immesso sul mercato clandestino, gli aveva fatto realizzare consistenti guadagni, immediatamente investiti nell’acquisto di case e di terreni. Il compenso per la macina veniva infatti corrisposto in natura, in ragione di una misura di grano per ogni nove che ne erano sfarinate. La misura e la mezza misura, recipienti in rame opportunamente tarati, erano fornite dai Governanti del paese.

La penuria di frumento verificatasi durante il periodo di carestia continuò per lungo tempo ancora a dar luogo a sospetti e ad illazioni. Le accuse maggiori ovviamente venivano mosse al governo centrale, ma non si risparmiavano critiche ai rappresentanti delle maggiori cappelle, ritenuti responsabili di aver venduto grano, frutto di censi, al difuori delle regole prefissate. Costoro, chiamati in causa sempre più apertamente, con dichiarazioni rese al pubblico notaio affermarono di aver sempre ed esclusivamente ceduto il frumento, a seguito di bandi pubblici, al maggior offerente, col sistema dell’accensione di candela. La stessa procedura dichiarò di aver sempre seguito il Procuratore della cappella del Santissimo Rosario per la concessione in fitto del frantoio per la molitura delle olive6.

Altra conseguenza della carestia era stato l’acuirsi del fenomeno dello strozzinaggio. I debiti non estinti in breve tempo comportavano una levitazione che ne accresceva a dismisura la gravosità. Ne furono vittime i coniugi Pietro Silvestro ed Orsola Pilosi che, ridotti alla disperazione, sporsero denunzia contro Donato Grasso, loro creditore. Nel processo che ne seguì, celebrato in Mirabella, risultò che Damiano Palermo, Pasquale Gammino e Pasquale Lizio avevano deposto contro l’usuraio. Sospeso per lungaggini burocratiche, il processo riprese solo nell’anno 1773, questa volta nella Corte di Paterno. In questa occasione Damiano Palermo e Pasquale Gammino negarono di essere mai stati a conoscenza della presunta illecita attività dell’imputato, mentre Pasquale Lizio addirittura sostenne di non essere stato neppure ascoltato nella precedente fase dibattimentale. Accusati di falsa testimonianza, i tre furono rinchiusi per quindici giorni nelle carceri di Paterno, ciò nonostante non modificarono le loro dichiarazioni, sicché Donato Grasso, sebbene ritenuto colpevole, per mancanza di prove dovette essere prosciolto dall’imputazione ascrittagli1.

Era pratica abbastanza diffusa quella dello strozzinaggio. Ne era rimasto vittima Pasquale Cuoco, poi soldato di Sua Maestà dal 1768, che, oberato di debiti a cui non era in grado di far fronte, finì col disertare nell’anno 1772, fuggendo da Paterno2.

Morì Ettore Carafa che, per la devozione che aveva nutrito per la Vergine della Consolazione, si era sempre mostrato benevolo verso questa terra. In ossequio alla disposizione testamentaria del principe di Chiusano Vincenzo Carafa, avrebbe dovuto succedergli il secondogenito Vincenzo il quale, però, previo regio assenso concesso in data 19 dicembre 1765, donò tutti i beni al fratello primogenito Riccardo che così ottenne l’intestazione del feudo di Paterno3.

Nonostante tutto, la fase negativa apertasi con la carestia sembrava superata. Le condizioni di vita della popolazione andavano rapidamente migliorando e, nell’anno 1766, sotto il sindacato di Luca Beneventano, l’appalto dei fiscali fu assunto da Pietro d’Amato4. Si abbassava la soglia della povertà: in quell’anno, su 21 morti, 7 soltanto risultarono indigenti e, nel successivo 1767, delle 18 persone decedute solamente 5 furono riconosciute in stato di bisogno5.

Nel 1768 re Ferdinando IV di Borbone sposò Maria Carolina d’Austria e lasciò a lei, ed al suo favorito il ministro Giovanni Acton, le cure del governo. Era donna frivola la regina e scarsamente sensibile ai troppi problemi che affliggevano i sudditi, per cui non godeva della simpatia del popolo. Particolarmente invisa era alla gente di Paterno per cui, nel 1772, in occasione della annuale festa a lei dedicata, si avvertì la necessità di emanare bandi coi quali si invitava la cittadinanza a non arrecare disturbo alla rappresentazione teatrale programmata in suo onore. Nonostante ciò non mancarono rumoreggiamenti ed espressioni irriverenti nei confronti della sovrana il cui ritratto, unitamente a quello del re, campeggiava in bella mostra in alto sul proscenio. Di tali atteggiamenti irriguardosi si risentì il Capoeletto Pasquale Vovola che, il giorno successivo, 2 novembre 1772, rivolse formale richiesta al Governatore perché si prodigasse per individuare i responsabili a cui infliggere una punizione esemplare6.

Il sarcasmo della folla e l’intransigenza manifestata dagli amministratori erano forse i segni inequivocabili di una recuperata normalità. Comunque, paradossalmente non fu priva di risvolti positivi la crisi del 1764. Le maggiori ricchezze affluite a particolari categorie di cittadini consentirono l’avvio di quel processo di rinnovamento edilizio che si rivelerà trainante per l’economia dell’intera comunità, e dispiegherà i suoi effetti per un lungo periodo di tempo che si estenderà dalla fine del XVIII a larga parte del XIX secolo. Testimonia l’inizio di tale attività la data del 1770 scolpita sullo stemma, in pietra, adottato due secoli prima dalla famiglia de Braccio.


2 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1908.

1 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registri dei morti.

2 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registri dei morti.

1 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registri dei morti.

2 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registri dei Battezzati e Registri degli infanti morti.

3 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registri dei battezzati.

4 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registri dei morti.

5 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registri dei matrimoni.

1 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1907.

2 Drappeggio da disporre intorno al letto al fine di mascherarne il tavolato su cui erano disposti i materassi ed i cavalletti che ad esso facevano da sostegno.

3 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1907.

4 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1903.

5 Archivio privato del dott. Nicola Famiglietti di Paternopoli - Libro di Memorie della Famiglia Delli Signori Famiglietti Da Paterno - Anno Domini MDCCCXVIII.

6 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1920.

1 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1920.

2 Archivio di Stato di Avellino - Ibidem.

3 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. III - Napoli 1865.

4 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1908.

5 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registri dei morti.

6 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1920.

Template Design © Joomla Templates | GavickPro. All rights reserved.