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Capitolo 19 - La peste bubbonica

L’8 maggio 1629 morì Isabella Gesualdo e la sua unica figlia, Lavinia Ludovisio, ne ereditò i feudi di Conza, Frigento, Montefusco, Venosa, Auletta, Boiaro, Buoniventre, Caggiano, Cairano, Calitri, Calvi, Caposele, Castelvetere, Castiglione, Contursi, Luogosano, Fontanarosa, Gesualdo, Milone, Montefredane, Palo, Paterno, Salvia, Salvitelle, San Nazzaro, San Nicola di Calitri, San Pietro in Delicato, Sant’Agnese, Santa Menna, Sant’Angelo a Cancello, Sant’Angelo all’Esca, Santa Paolina, Taurasi, Teora e Torre le Nocelle4.

La quotidiana lotta per la sopravvivenza era ormai remota, sbiadita finanche nei ricordi dei più anziani. Paterno viveva un’insolita agiatezza che traspare nella documentazione delle assegnazioni dotali effettuate in occasione dei numerosi matrimoni che venivano annualmente celebrati. Tipico è l’impegno assunto dal padre della sposa, il 21 settembre 1630, quando furono stipulati i capitoli matr.li patti et conventiunj ... fra la detta Tarquinia Corcia ex una, et lo detto Cesare Mazzariello ex altera. capitoli matrimoniali, patti e convenzioni fra la detta Tarquinia Corcia da una parte, ed il detto Cesare Mazzariello dall’altra. L’uomo prometteva in dote la somma di quattordici once e si sottoponeva, per la durata di tre anni a datare dalla stesura del contratto, all’onere del fitto della casa che gli sposi avrebbero abitato. Et depiu loro promette li sottoscritti pan.i et beni corradali de lino saccone nuovo uno cacehigno de matarazzo nuovo vacante senza lana uno jomazzo pieno de penne, sej lenzola de duj piazzi ... et una manta de lana de prezzo de docati quattro, otto brazza de mesali, doe tovaglie de tela, dela lana quali patti promette consegnarele aldi dela sposa lo saccone quattro lenzola, lo piomazo et la manta, et li restantj deli pannj promette consegnarele ala fine de ditti tre annj ... et depiu loro promette quindicj libre de rama et la catena delo fuoco quale rama et catena promette consegnarele aldi dela sposa, et depiu promette farli una gonella de saia de ascoli aldi dela sposa quale dote promesse sono lle dote dela gio Adelia Saldutto madre dela detta Tarquinia1. Ed in più promette loro i sotto elencati panni e beni corredali: un saccone2 di lino nuovo, una fodera di materasso nuova ma vuota e priva di lana, un cuscino imbottito di piume, sei lenzuola a due piazze, ... ed uno scialle di lana del valore di quattro ducati, tela per tovaglie da tavola in misura di otto braccia3, due tovaglie di tela, un po’ di lana. Come convenuto, si impegna a consegnare nel giorno delle nozze il saccone, quattro lenzuola, il cuscino e lo scialle, mentre la parte restante del corredo si riserva di donarla allo scadere dei suddetti tre anni ... Ed in più promette loro pentole di rame per un peso complessivo di quindici libbre4, nonché la catena per il camino; pentolame e catena si impegna a consegnarli nel giorno del matrimonio. In aggiunta a ciò assicura di far confezionare per la figlia una gonna di stoffa di Ascoli da indossare per la cerimonia nuziale. Quanto promesso in dote corrisponde all’assegnazione dotale di cui a suo tempo beneficiò la signora Adelia Saldutto, madre di detta Tarquinia .

L’11 febbraio 1631 Lavinia Ludovisio pagò i diritti di successione per cui potette subentrare a pieno titolo nei feudi materni5. Moriva in quell’anno il re di Spagna Filippo III a cui succedeva il figlio Filippo IV, e Paterno godeva degli ultimi scampoli di prosperità, ignara della tragedia che di lì a poco si sarebbe abbattuta sulla sua terra.

Ai principi di dicembre del 1631 il Vesuvio dette segni di irrequietezza che culminarono, il giorno 16, in una violenta eruzione. Una nube nera oscurò l’aria e la terra fu scossa da fremiti. L’attività vulcanica si protrasse fino al mese di febbraio del 1632, accompagnata da scosse telluriche e da eruzioni di polvere che sommerse l’Irpinia. Il Mascolo, storico che fu testimone dell’evento, così scriveva: ... di sabione e di minuta arena fu l’oppressione, e da noi il tutto con propri occhi si vide.

Le piogge, che ininterrottamente erano cadute nell’inverno, avevano trasformato i fertili terreni in una distesa di sterile fanghiglia. Le strade si erano fatte impraticabili ed i commerci avevano subito una drastica battuta d’arresto. La primavera del 1632 fu avara di foraggi e di frutti. In taluni punti la coltre di cenere aveva uno spessore di oltre quaranta centimetri e qualche tetto non ne aveva retto il peso. Le greggi e le mandrie dovettero essere trasferite anzitempo in pascoli montani. Scarseggiavano le riserve di cibo e languivano le attività artigianali private dei tradizionali sbocchi commerciali. Bambini ed anziani furono falcidiati dall’inedia e dalle malattie, e molti degli immigrati che col loro lavoro avevano contribuito ad elevare l’economia di Paterno si trasferirono in zone risparmiate dalla catastrofe.

Chi aveva beni immobili propri da offrire in garanzia potette ottenere, seppure a condizioni inique, prestiti dai benestanti locali. La stessa università fu costretta, previo Regio assenso, a contrarre debiti con altre terre. In tanti alfine, per poter realizzare di che mantenere produttiva almeno una parte dei propri terreni, dovettero disfarsi di fondi e di vani abitativi superflui.

Dalla situazione trassero vantaggio molti dei maggiorenti locali, e fra essi Fabio ed Andrea Russo, quest’ultimo votato al sacerdozio. Nel 1634 i due fratelli acquistarono, in località Lo Piano, da Cesare Tono, una vigna per sei ducati e, Dietro Corte, da Nicola Beneventano, un orto con ulivi al prezzo di quattro ducati1.

Che si esercitasse uno spietato strozzinaggio in danno di chi era venuto a trovarsi in stato di necessità lo denuncia l’irrisorietà delle somme pagate, corrispondenti appena al valore del solo scialle di lana, per quanto pregiato fosse stato, ricevuto nell’anno 1630 da Tarquinia Corcia fra i beni dotali.

Fra le istituzioni religiose, le difficoltà maggiori si prospettarono per il monastero di San Francesco la Scarpa che aveva annessa la chiesa di Santa Maria della Pace. Vennero a mancare del tutto le già scarse oblazioni, sicché i monaci, nell’anno 1635, si videro costretti ad abbandonarlo definitivamente. Come da vincolo imposto dal donante Nicolangelo Petruzzo, l’edificio ed il terreno circostante furono restituiti a Fulvia Cuoco, sua legittima erede, ed i restanti beni, frutto di elargizioni di fedeli, furono acquisiti al demanio dell’università che li devolse al Seminario di Avellino, con l’intesa di tenere gratuitamente, ogni anno, tre convittori di Paterno2.

In questi anni a Paterno fu riconosciuto lo stato di calamità naturale e pertanto non si procedette nei confronti dei suoi cittadini all’imposizione della tassa focatica.

Morì senza eredi, nel 1635, la principessa di Venosa, nonché contessa di Conza, Lavinia Ludovisio. Le terre sulle quali aveva esercitato la signoria, fra cui Paterno, furono acquisite alla Regia Corte che, il 16 maggio 1636, tramite il viceré Conte di Monterey, le vendette per 42.400 ducati a Niccolò Ludovisio, Principe di Piombino e padre della stessa Lavinia3.

Era stato un atto di orgoglio più che un calcolo di convenienza a guidare il barone in questa sua decisione. La crisi economica era profonda ed attanagliava in una morsa di miseria buona parte dell’Irpinia. L’università di Paterno, e non essa sola, non era stata neppure in grado di pagare gli interessi sulle somme ottenute in prestito. Il 12 febbraio 1637 i Moscato di Serino, al fine di recuperare le terze loro dovute su capitali concessi in prestito, chiesero ed ottennero l’autorizzazione a procedere nei confronti delle università di Castelvetere, Paterno, Luogosano, Mirabella e Lapio con la confisca di beni non soltanto demaniali, ma anche di proprietà di privati cittadini, e persino col sequestro di buoi, da non macellare però per non arrecare danno all’agricoltura4.

Non estranee illecite pratiche di strozzinaggio, aumentavano le sole sostanze di taluni maggiorenti, ed in particolare quelle dei fratelli Fabio ed Andrea Russo che, tuttora abitando un’esigua parte del vecchio castello, nello stato di necessità in cui erano precipitati i propri concittadini colsero l’occasione per ampliare la loro dimora. A questo proposito si legge: Nell’anno 1638 comprata per docati dodici una casa di Antonia di Limpio alla Piazza5, quale si permutò colla casa di Grazia Brugna di Montemiletto per farci il cammarone (salone), come per istro. (atto) per mano dello stesso notaio Lizio; ... Nell’anno 1639 comprata un’altra casa da gio: Battista Petruzziello, dove si fece il cortile, per docati venti, ... Nell’anno 1639 comprata una casa nel luogo detto La Piazza da Francesco Celione di Villamaina per docati dodici col peso però di carlini otto l’anno a S.to Nicolò (la chiesa maggiore), come per istro. dello stesso Camillo Lizio di questa terra di Paterno, ...Nello stesso anno comprata una casa da Francesco Valerio per docati dodici nella quale si fecero le camere nuove, come per istro. dello stesso notaio Lizio, ... Nello stesso anno comprata una casa per docati dodici da Millo Lizio dello Cossano (di Luogosano) da sopra la trasonda6, ... Circa gli stessi anni (1640 - 1641) comprata una casa alla Piazza da Cicilia Lancillotta per docati 15, quale la permutò colla casa dove si fece la dispenza come per istro. dello stesso N. Lizio1.

Sul finire della prima metà del XVII secolo il vecchio castello subiva così le prime sostanziali modifiche che sarebbero culminate nella definitiva struttura gentilizia conferitagli un secolo più tardi.

Al pari delle singole università, il viceregno attraversava una fase di grave difficoltà economica. Le entrate fiscali si erano notevolmente ridotte e, nell’anno 1646, con l’intento di porre in qualche modo rimedio alle deficienze di bilancio, il viceré spagnolo, duca d’Arcos, ripristinò il dazio sulla frutta e sulle verdure abolito da don Pietro Giron nell’anno 1620. A Napoli il provvedimento suscitò il malcontento popolare di cui ancora una volta approfittò don Giulio Genoino per perseguire il riconoscimento della piena parità di diritti fra popolo e nobiltà, in attuazione del principio introdotto con privilegio emanato da Carlo V. Esercitando la propria influenza sulle masse, non gli fu difficile ispirare una insurrezione popolare, a capo della quale si pose un pescivendolo analfabeta di nome Tommaso Aniello D’Amalfi, noto come Masaniello, che esplose violenta il 7 luglio 1647. In breve Masaniello si rese padrone dell’intera città e, l’11 luglio, il viceré si vide costretto a riconoscergli il titolo, autoconferito, di capitano generale del popolo. Ma l’enorme potere di cui si trovò all’improvviso investito dette alla testa al rozzo pescivendolo fino a renderlo reo di episodi di tale crudeltà da far inorridire i suoi stessi seguaci, tanto che il 16 luglio quella stessa folla che lo aveva acclamato, inferocita, lo uccise e ne fece scempio del corpo2.

Don Giulio Genoino, pentito di aver scatenato tumulti che rischiavano di divenire ingovernabili, offrì al viceré la propria collaborazione per riportare l’ordine in città. Dalla parte degli Spagnoli si schierarono anche i baroni, allo scopo di acquisire agli occhi del re meriti per i quali speravano di essere reintegrati nella passata autorevolezza.

Nonostante ciò, in agosto la rivolta divampò nuovamente, capeggiata questa volta dall’armaiolo Gennaro Annese che chiese l’intervento del duca francese di Guisa, discendente di Renato d’Angiò. Il Genoino, ingiustamente ritenuto responsabile delle nuove manovre sovversive, fu imprigionato per essere deportato in Spagna, ma ormai vecchio, stanco, deluso, non resse alle fatiche del viaggio.

A soffocare la rivolta fu inviata la flotta spagnola al comando di don Giovanni d’Austria, figlio illegittimo di re Filippo IV. Gennaro Annese, in attesa degli aiuti francesi, si trincerò nel forte del Carmine dove, nell’ottobre 1647, proclamò la Serenissima Repubblica del Regno di Napoli, detta anche Reale Repubblica o Serenissima Monarchia Repubblicana.

Il duca di Guisa entrò in Napoli il 16 novembre 1647 e ne prese possesso col titolo di Doge della nuova Repubblica. La città però era parzialmente in mano spagnola, assediata da militi al soldo dei baroni, messa a soqquadro da squadracce armate di popolani che vi compivano saccheggi e vandalismi d’ogni sorta.

Il duca di Guisa, per ripristinare l’ordine, non esitò a porre in atto una feroce repressione che lo rese presto inviso all’intera popolazione. Dal canto suo, Giovanni d’Austria depose il viceré d’Arcos e ne assunse la carica. Poi, il 5 aprile 1648, ebbe ragione del duca di Guisa e, fattolo prigioniero, lo inviò a Madrid sotto scorta.

I baroni, al cui passato strapotere aveva posto limiti la dominante nobiltà spagnola, pensarono di approfittare della generale confusione per ricostituire un regno autonomo ed offrirono quindi la corona di Napoli a don Giovanni d’Austria. Il conte d’Ognate però, nominato nuovo viceré da Filippo IV, sventò la congiura e placò le masse con alleggerimenti fiscali.

In quel 1648 Paterno fu di nuovo sottoposta alla verifica dei nuclei familiari e fu tassata per 200 fuochi1. Dal censimento effettuato anteriormente all’attività vulcanica la popolazione si era ridotta di oltre un terzo ma, a prescindere dal calcolo numerico, era stata soprattutto l’economia a subire un consistente tracollo. L’indebitamento, sia dell’università che dei singoli cittadini, vanificava ogni sforzo di ripresa.

Risentivano della crisi non solo le classi meno abbienti ma, con le dovute eccezioni, anche quelle più agiate. Sabato de Orazio disponeva di un solido patrimonio per cui, all’atto del contratto matrimoniale stipulato fra sua sorella Angela e Domenico de Petrucio, non aveva avuto alcuna difficoltà ad impegnarsi per una dote di 100 ducati. Poi gli eventi erano precipitati ed egli solo parzialmente aveva potuto onorare la promessa fatta. Gli restavano da corrispondere al cognato altri 25 ducati, ma era impossibile realizzare tale somma se non ricorrendo a prestiti ad altissimo tasso di interesse. In attesa di tempi migliori, si convenne di accendere, a garanzia dell’importo ancora dovuto, un’ipoteca sulle proprietà, ed in tal senso si procedette il 6 dicembre 1649 con atto del pubblico notaio Giovanni Camillo de Lizio, assistito dal giudice regio a vita Camillo de Salerno2.

Diversamente andavano le cose per i de Martino. Il 12 maggio del 1649, da Madrid, re Filippo IV aveva accordato il proprio assenso all’acquisto dei feudi della defunta Lavinia Ludovisio da parte del di lei padre Niccolò, principe di Piombino. A tale privilegio, il 22 dicembre dello stesso anno, appose il visto di eseguibilità il viceré conte di Ognate3. Niccolò Ludovisio era altresì venuto in possesso dei beni burgensatici detenuti in Paterno da sua moglie Isabella Gesualdo e da questa ereditati dalla figlia Lavinia, fra cui un terreno di circa trenta tomoli in località detta Giardino Grande, oggi località Jardino, che vendette, appunto, ai de Martino4.

Questa antica ed influente famiglia, incoraggiata dalla sovrabbondante disponibilità di manodopera, colse pure l’occasione per ristrutturare la propria dimora presso la chiesa maggiore, circostanza ricordata dal parapetto in travertino del pozzo sito nel cortile oggi di pertinenza del palazzo Famiglietti, recante scolpita, oltre allo stemma, la data del 1651.

Inoltre, Alessandro de Martino, approfittando delle condizioni particolarmente vantaggiose determinate dalla profonda crisi economica, con atto redatto dal notaio De Masi di Napoli, approvato dal viceré e dal Collaterale Consiglio in data 4 luglio 1654, acquistò il feudo di Poppano5.

A Napoli, intanto, regnava di nuovo la calma. La classe dominante, straniera ed essenzialmente conservatrice, era del tutto indifferente al degrado della città. I Napoletani, contagiati dall’indolenza del governo viceregnale e non più oberati da un insostenibile gravame fiscale, trovavano motivi di orgoglio nel fasto della corte ed appagamento negli oziosi argomenti sulle indiscrezioni piccanti che da essa trapelavano. La vita era ripresa a scorrere monotona ed inutile.

Nel mese di marzo del 1656, nei vicoli malsani dei Quartieri, si verificò qualche caso isolato di peste. Non se ne preoccuparono le autorità, né tantomeno la cittadinanza: l’infezione era da imputare alle precarie condizioni igieniche dei vicoli ed il focolaio vi sarebbe rimasto circoscritto.

Già alla fine del mese però l’epidemia aveva varcato i confini dei Quartieri e progressivamente si era estesa all’intera città finché, in aprile, esplose in tutta la sua virulenza.

Giungevano a Paterno notizie del morbo per bocca dei conducenti di muli che, facendo la spola fra la capitale e la Puglia, erano soliti far sosta nelle sue locande. Se ne parlava in piazza, se ne faceva qualche commento nelle taverne centellinando un boccale di vino con qualche forestiero di passaggio, si esprimeva pietà per le vittime, ma subito l’argomento veniva rimosso, non tanto per ragioni scaramantiche quanto perché talmente lontana era la tragedia da apparire quasi irreale.

Ma il morbo avanzava. Furono denunciati i primi casi ad Avellino e già alla fine di aprile si sparse voce che anche a Paterno qualcuno ne accusava i sintomi. Non si esitò, per i casi sospetti, a far ricorso all’isolamento nell’ospedale fuori le mura, al disotto della porta di Napoli; poi, a metà maggio, si ebbero i primi decessi e si fece chiaro per tutti che il male era destinato ad assumere proporzioni devastanti. Chi ne era colpito ne aveva immediato sentore. L’infezione si manifestava con un rossore, caldo e pruriginoso, localizzato sul collo, o sotto l’ascella, o nella zona inguinale; subentrava quindi un doloroso irrigidimento della cute che enfiava rapidamente fino a degenerare in un grosso bubbone il quale, lacerandosi, dava luogo ad emissioni purulente e talvolta emorragiche. Tale processo era accompagnato da temperature elevate, vomito, diarrea ed anche delirio.

La gente era in preda al terrore. Si guardava chiunque con sospetto, si spiavano i vicini dal chiuso delle case, si prestava orecchio a qualsiasi rumore che potesse apparire insolito e tradire la presenza del male, si evitava con cura qualsiasi contatto per strada. Era sufficiente un nome appena sussurrato per aggiornare l’elenco degli appestati. Era stata sospesa l’attività amministrativa e quella notarile e sempre più di rado il rintocco delle campane chiamava i fedeli alle funzioni religiose.

In giugno erano già sature le cripte sepolcrali delle chiese di San Nicola, di San Francesco, di Santa Maria a Canna e di Santa Maria di Costantinopoli, ed i morti venivano sepolti all’aperto, dovunque ci fossero spazi disponibili a ridosso dei luoghi di culto. Non si chiamava più il prete al capezzale dei moribondi, né si richiedeva l’intervento dei becchini. Ormai gravava su tutti un senso di impotenza, di vuota attesa a cui la sola fede impediva di sfociare in cupa disperazione. Ognuno sentiva di essere rimasto solo con la propria coscienza ed in essa ricercava gli antichi valori:

Jesus, Maria, Ioseph. Havendo l’Huomo essere sciolto dalla mortal’ spoglia, ne sà l’hora nel tempo, deve sempre stare apparecchiato, acciò le cose sue siano à sua sodisfazione, et in particolare hoggi dì che se ritrova in mezzo della Peste e’ può da punto in punto et andarsene male sodisfatto. Deve però dispone dell’Anima sua pe’ raccomandarla à Iddio, et à Maria Vergine et altri Santi suoi Avocati, conforme faccio io D. Paulo di Martino Indegno Servo di Cristo et passando da questa in miglior vita ho voluto lasciare agiustate le cose mie, voglio con questi versi manifestare quanto hò tenuto, e’ tengo nella mia mente e’ farmi questo mio ultimo testamento mano scritto, et dispone l’ultima voluntà, et giuro in Petto more Clericis acciò habbia forza questa mia ultima voluntà, come si fusse fatta per mano di Notaio Publico con ogni solennità di legge tanto Civile quanto Canonica, e’ si non valesse per legge di testamento vaglia (valga) per legge di Donatione causa mortis, et passando da questa presente in miglior vita mi contento che sia seppellito nalla Sepoltura Comune dove si seppelliranno li altri Sacerdoti. E’ perche passando ciascheduno da questa presente vita è obligato instituire Herede, per questo Io instituisco e’ fò Herede sopra tutti miei beni tanto stabili, quanto mobili, Universale et Particolare, Pompea di Martino mia Sorella Carnale, et morendo la d.a Pompea senza legitimi figli e’ naturali, soccedano li figli della m. (magnifica) Livia di Martino mia sorella Carnale, lo cenzo sopra l’Università dello Castello delli frangi, li territorij à Freddano, ciò è lo Perazzo et Pezza Palomma et lo territorio à Chiarino incerquato tutto (tutto con piante di querce), l’Hortola che fà (coltiva) hoggi dì Sabbato d’Amato, et Domenico di Cicco, et uno paro di Bovi, et morendo li d.i figlioli senza figli legitimi e’ Naturali voglio che socceda allo cenzo dello Castello delli frangi la Madonna dello Soccorso, o vero la Chiesa Madre di d.a Terra dello Castello con peso però che me se dichino sei Messe Cantate l’Anno in perpetuo, e’ l’Altre Robbe in Paterno socceda S.to Nicola di Paterno con peso però che me se dichino sei altre Messe Cantate in perpetuo dal Reverendo Clero di Paterno. Et di più confirmo li legati fatti dalla b. A. (beata Anima) di Mia Madre à S.to Nicola conforme fù la sua disposizione. Et di più lascio a S.to Nicola mio particolare Avocato lo cenzo sopra li beni di Giulio di Nunzio Cuoco, e’ Gio. Domenico Nemboli quali sono docati vinti di Capitale, e’ lascio la vigna e’ la casa che fù della m. Secilia di Martino similmente a d.o Glorioso S.to Nicola , con peso che il Reverendo Clero me dica tré messe Cantate l’Anno in perpetuo, e’ lascio docati vinti a d.o Glorioso Santo che se ne habbia à fare uno Stendardo che habbia à servire à tempo escie lo SS.mo per la terra comunicando (impartendo la comunione), e’ questi docati vinti voglio che se spendano con consenso del Reverendo D. Lorenzo Litio e’ D. Cesare Grasso mio Nepote, et d.i docati vinti le lascio di contanti dentro mio stipetto acciò subbito sia adempito d.o legato. ... Et di più lascio che la Donatione fattami dal m. Alessandro Palermo non vaglia per cosa nulla, mà sia à beneficio delli figli di d.o Alessandro.

... Io D. Paulo di Martino constituisco, et confirmo quanto di sopra1.

Ai principi di luglio, per i deceduti nel borgo, si dovette eleggere a luogo di sepoltura il terreno compreso fra la chiesa di Santa Maria di Costantinopoli e le mura della torre, ove oggi si apre piazzale Kennedy. Qui le sole salme la cui tumulazione era affidata alla pietà di qualche familiare superstite potevano fruire di una buca singola e della protezione di un lenzuolo che fungeva da sudario; per le altre, invece, scavavano anonime fosse comuni i pochi cittadini sani, a cui premeva disfarsi al più presto dei corpi lacerati che il caldo opprimente avrebbe rapidamente decomposto.

Nei casali si prescelsero aree cimiteriali prudentemente discoste dagli abitati. La tradizione popolare vuole che gli infettati, sentendo prossima la propria fine, si facessero chiudere in fosse scavate nel terreno, con un lume ad olio acceso e qualche ciotola di terracotta contenente del cibo, e lì, nell’oscurità del sottosuolo, si spegnessero insieme con la fiammella della lucerna. L’ipotesi non è del tutto fantasiosa. Sebbene ispirata dal rinvenimento di corredi funerari in sepolture arcaiche, in effetti non pochi furono i sepolti ancor vivi dai propri vicini timorosi di subire il contagio.

Non sopravvisse al fratello Pompea de Martino, stroncata dalla peste il 3 ottobre 1656. Il successivo 21 ottobre anche Don Paolo cessò di vivere. Poi cadde la pioggia e l’aria rinfrescò. L’epidemia scemò gradualmente fino ad esaurirsi del tutto.

Non dovette esservi gioia nei superstiti: pesava su tutti l’enormità della tragedia ed alla paura, al dolore, dovette subentrare una sorta di sbigottimento, di stanchezza, di rassegnata passività, di totale incapacità di reagire.

Quali perdite in vite umane ebbe a patire Paterno?

Giustiniani commenta con laconicità: Mancò la sua popolazione a cagion della peste del 16562.

Jannacchini, dal canto suo, accomuna impropriamente due singoli eventi, peraltro distanti nel tempo: In conseguenza della guerra del 1495 e della peste del 1656 lo si fu desolato e gli undici casali furono ridotti ad uno solo fra la cinta delle mura del castello3.

Con superficialità tale da compromettere la propria credibilità, Rossi azzarda un’ipotesi numerica a cui non concede neppure il beneficio del dubbio: La peste infierì su Paterno trovando l’epidemia rapida diffusione per le precarie condizioni igieniche. Si contarono ben 786 vittime ed i casali ne risultarono spopolati e non furono più in grado di riprendersi1.

Di istinto, De Rienzo offre la sua personale valutazione: Si deduce da scritture antiche che popolatissimo fu sempre questo paese fino all’anno 1656, epoca infelice, e ferale per l’Italia tutta, e specialmente per il Regno nostro, in cui avvenne una grandissima mortalità di uomini, per la terribile peste che vi fu del bubone. Molto spaventosa fu in questo Regno la strage che ne avvenne; non essendo rimasti superstiti tra’ piccoli, e grandi, che circa ottanta individui dell’uno, e dell’altro sesso, onde restarono interamente estinte molte famiglie, abbandonate le abitazioni, e le campagne desolate, e deserte, le quali si sono vedute fino alla metà del secolo XVIII ripiene di boschi, di dumi e di macchie, anche quasi sotto le mura del Paese, ed allora restarono intieramente deserti, ed abbandonati anche i casali2.

E’ opportuno precisare che in quell’anno non si procedette alla annotazione dei decessi, e la stessa documentazione relativa agli anni precedenti andò smarrita o distrutta nella confusione che venne a verificarsi per effetto della disgregazione sociale. Sospesa fu pure l’attività notarile, peraltro già ridotta a causa della lunga paralisi economica che aveva fatto seguito all’eruzione del Vesuvio del dicembre 1631. Gli unici atti disponibili per un’analisi che offra discreti margini di attendibilità sono costituiti dalle scritture ecclesiastiche degli anni immediatamente successivi a quello in cui si verificò l’ecatombe.

Morirono tre individui adulti nell’anno 1657 e due nel 1658, ma già furono otto i decessi dell’anno successivo ed altrettanti quelli del seguente. Complessivamente, nel decennio che seguì il 1656, furono 62 le morti registrate, e quasi tutte riferite ad individui in età avanzata3, naturalmente scampati al morbo.

I battezzati dell’anno 1658 furono 29, e 40 quelli del 16594. Ciò dimostra inequivocabilmente come fossero sopravvissute non meno di 40 coppie comprese fra i 20 ed i 45 anni circa. Ne consegue, logicamente, che almeno altri 40 individui identificabili in tale fascia di età fossero venuti a trovarsi in stato vedovile.

Per i 14 anni successivi a quello in cui si era verificato il morbo, la media della natalità si mantenne su livelli piuttosto elevati, ben 33 nascite per anno5, ad indicare un rincalzo ininterrotto di coppie feconde, il che sottintende una sopravvivenza di giovani di età compresa fra i 7 ed i 19 anni non inferiore al centinaio di unità.

Insieme con quella della terza età, la fascia compresa fra lo zero ed i sei anni fu indubbiamente la più falcidiata, come dimostra il netto calo delle nascite registrate successivamente all’anno 1670. Queste, pur se raggiunsero le 28 unità nel 1672, non furono che 22 nel 1671, 13 nel 1673 e 14 nell’anno che seguì, per mantenersi quindi, ancora per un decennio circa, su livelli modesti ma comunque mai inconsistenti6, a testimoniare una seppure ridotta sopravvivenza infantile.

In virtù di tali considerazioni, è realistico supporre che il numero dei sopravvissuti si aggirasse intorno alle 300 unità.

Dunque oltre mille persone morirono di peste o, come si diceva, di ‘mbolla, mentre alcune centinaia di altre abbandonarono definitivamente il paese. Rimase sguarnito il presidio militare e chiusero il priorato di San Quirico e la grangia di San Pietro, peraltro già avviati ad inesorabile declino. Consistente sino al 1656 si era mantenuta la sola comunità monastica presso la chiesa di Santa Maria a Canna, ma anche qui il morbo aveva mietuto numerose vittime e le suore superstiti furono quindi trasferite al Goleto. Paterno conosceva uno dei periodi più bui della sua lunga e travagliata storia.

Fiaccato nello spirito più che nel corpo, il 23 agosto 1663, con atto del notaio Giovan Pietro Sabatino di Castelfranci, don Alessandro de Martino, unitamente a gran parte dei suoi beni, cedette al figlio Filippo il feudo di Poppano col castello, le case, i casolari, le taverne, le vigne, i querceti, i castagneti, lo jus patronatus sulla chiesa di Santa Margherita ed il diritto di amministrare la giustizia, sia civile che criminale1.


4 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. I - Napoli 1865.

1 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1875.

2 Materasso imbottito di fibre vegetali o, più spesso, di brattee di pannocchie, da sottoporre a quello su cui si giaceva.

3 Un braccio aveva misura variabile. Nel Napoletano corrispondeva a 70 centimetri.

4 La libbra corrispondeva nel Napoletano a grammi 0,321. Il pentolame promesso avrebbe avuto dunque un peso complessivo di poco inferiore ai 5 chilogrammi.

5 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. II - Napoli 1865.

1 Archivio privato del Prof. Giovanni Maccarone di Paternopoli - Libro di memoria da me Dr. D. Carlo Rossi ridotto in questa forma, essendo l’antico roso, in questo corrente anno 1801.

2 Giuseppe De Rienzo: Notizie storiche sulla Miracolosa Effigie di Maria SS. della Consolazione, precedute da un saggio istorico sulla terra di Paterno - Napoli 1821.

3 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. II - Napoli 1865.

4Francesco Scandone: Documenti per la storia dei comuni dell’Irpinia, Vol. I - Avellino 1964.

5 La piazza centrale del borgo era, all’epoca, quella oggi detta piazzetta Scala Santa.

6 Ambiente seminterrato adibito a deposito o a cantina.

1 Archivio privato del Prof. Giovanni Maccarone di Paternopoli - Libro di memoria da me Dr. D. Carlo Rossi ridotto in questa forma, essendo l’antico roso, in questo corrente anno 1801.

2 Gli storici del tempo accreditarono, invece, una diffusa voce popolare che vedeva nelle nefandezze compiute da Masaniello gli effetti di droghe fattegli somministrare dal viceré, e del suo assassinio incolpava sicari prezzolati confusi tra la folla artatamente eccitata.

1 Lorenzo Giustiniani: Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Tomo VII - Napoli 1804.

2 Giovanni Mongelli: Abbazia di Montevergine - Regesto delle pergamene, Vol. VI - Roma 1956.

3 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. II - Napoli 1865.

4 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1882.

5 Ubaldo Reppucci: Castel Poppano e la chiesa di S. Margherita di Scozia - Avellino 1994.

1 Archivio privato del dott. Nicola Famiglietti di Paternopoli -Scritture della Casa de’ Sig:ri Martini raccolte da me nell’anno 1766 D. S. Famiglietti, co’ notam:to de beni ricavato da fogli vecchi posti in fine di questo libro.

2 Lorenzo Giustiniani: Dizionario geografico ragionato del Regno di Napoli, Tomo VII - Napoli 1804.

3 Angelo Michele Jannacchini: Topografia storica dell’Irpinia, Vol. I - Napoli 1889.

1 Biblioteca Provinciale di Avellino - Carlo Aristide Rossi: Provincia di Avellino - Monografia de’ 128 comuni della provincia - Manoscritto ricopiato nell’anno 1946.

2 Giuseppe De Rienzo: Notizie storiche sulla Miracolosa Effigie di Maria SS. della Consolazione, precedute da un saggio istorico sulla terra di Paterno - Napoli 1821.

3 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registri dei morti.

4 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Registri dei battezzati.

5 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Ibidem.

6 Archivio della Parrocchia di San Nicola di Paternopoli - Ibidem.

1 Ubaldo Reppucci: Castel Poppano e la chiesa di Santa Margherita di Scozia - Avellino 1994.

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