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Capitolo 16 - Effetti delle occupazioni francesi

La rivolta dei baroni e la conseguente invasione del regno da parte di Giovanni d’Angiò erano destinate ad originare una serie di rapidi e profondi cambiamenti, i più immediati dei quali a livello urbanistico, stante la necessità di risanare i guasti prodotti dalla guerra e di approntare adeguati sistemi difensivi. Nuovi castelli, ispirati a moderni criteri di costruzione, furono edificati a Gesualdo ed a Taurasi, i cui rispettivi borghi fortificati erano stati rasi al suolo.

Relativamente a Paterno si era acquisita la consapevolezza dell’importanza strategico-militare del borgo per il controllo di quella che era una delle principali vie di approvvigionamento delle città situate sul margine orientale della pianura Campana. Il conflitto ne aveva però rivelato la vulnerabilità, soprattutto alla devastante potenza delle bocche da fuoco al cui impiego si sarebbe sempre più fatto ricorso nell’immediato futuro. Era dunque non solo indispensabile, ma anche urgente, ammodernarne le vecchie e superate strutture difensive.

In quest’ottica militaristica furono portate a compimento opere di ampliamento e di consolidamento della cinta muraria che venne ad inglobare il monastero francescano ed i rudimentali casaleni che ancora una volta si erano addensati a ridosso del sentiero oltre la porta secondaria, comunemente detta porta di sopra. Quest’ultima fu a sua volta enucleata in basso, a margine dell’attuale piazzetta intitolata a Vittorio Emanuele, e ne risultò incorporato il tratto iniziale della via per San Quirico sul quale furono aperti gli uffici della gabella ed il fondaco, o luogo di deposito delle mercanzie da sottoporre a tassazione prima dell’immissione sul mercato, comunemente detto dogana, da cui la denominazione assunta dalla strada. La porta fu dunque dotata di rivellini, cioè di corpi avanzati a sezione semicilindrica, muniti di feritoie.

Nessun accorgimento particolare fu invece adottato per la porta di Napoli, ritenuta agevolmente difendibile per la limitata ampiezza del ponte.

La fortificazione di Paterno fu quindi perfezionata con la costruzione di un quartiere militare, integrato nella cinta muraria e con rampa di accesso da piazzale Kennedy, che venne ad impegnare l’intera propaggine collinare ad est del borgo, appena oltre il monastero francescano. Questo comprendeva alloggiamenti, cucine, stalle, polveriera, depositi e finanche un pozzo, al fine di conferirgli autonomia in relazione al fabbisogno idrico, il tutto in funzione di una grossa torre dalla quale tenere sotto la minaccia dell’artiglieria l’ampio tratto di strada compreso fra l’odierna piazza IV Novembre e la grangia di San Quirico. A tale manufatto fu conferita conformazione cilindrica in modo da offrire una superficie ridotta ed una maggiore resistenza all’impatto di eventuali proiettili. La costruzione, di altezza presumibilmente non inferiore ai dieci metri, doveva essere di solida fattura se si presentava ancora integra alla fine del XIX secolo. Ce ne dà testimonianza il reverendo Giuseppe De Rienzo che concluse la sua vita terrena nell’anno 1819: Una torre grossa, con cisterna dentro, bombardiere e finestre cancellate. Invero la descritta torre è di una grande, ed alta mole, con fossati intorno, de’ quali ancora oggi si conoscono i vestigi. Essa si vede in piedi ed intera eccetto alcuni guasti fattivi a gran stento da alcuni per approfittarsi delle pietre1.

Le bombardiere citate dal De Rienzo erano i vani in cui avevano trovato installazione le bocche da fuoco, ancora visibili all’obiettivo del fotografo nella prima metà del nostro secolo2.

La tradizione popolare vuole che la torre fosse collegata al castello normanno per mezzo di un passaggio sotterraneo di cui però si può escludere l’esistenza, sia perché non se ne è rilevata traccia nel corso dei lavori di risanamento delle zone in cui erano ubicate le due diverse strutture, sia perché il castello, ritenuto ormai inidoneo a svolgere una qualsivoglia funzione militare, fu progressivamente smembrato e ceduto per civili abitazioni. Sotto la torre fu invece ricavato un vasto ambiente interrato, ad uso di prigione, a noi pervenuto nella sua originaria struttura ed oggi restaurato e destinato all’esposizione di reperti archeologici.

Altra conseguenza del conflitto fu l’inizio di una ridistribuzione urbanistica che avrebbe privilegiato il borgo e le aree circonvicine. La causa di tale riassetto, che peraltro produsse i suoi effetti nel tempo sotto l’influenza concorsuale di condizionamenti e di stimoli di diversa natura, almeno in questa prima fase va individuata nell’immissione sul territorio di truppe mercenarie al soldo delle avverse fazioni. La fine delle attività belliche aveva lasciato senza ingaggio e senza patria schiere di armigeri rozzi e privi di scrupoli. Queste, avvezze alla barbarie, senz’altro mestiere che quello delle armi, presto si frammentarono in bande non contrastate dai vari baroni che spesso se ne servirono invece per consumare vendette o perpetrare soprusi. La popolazione rurale venne così a trovarsi esposta alle scorrerie di tali brutali avventurieri che devastavano i raccolti a scopo intimidatorio o per puro vandalismo, che stupravano, uccidevano e depredavano, incoraggiati da mercanti disonesti che, per lucrarvi, non esitavano a contendersi il frutto di simili deprecabili crimini.

Interagì col fenomeno del brigantaggio la contemporanea concentrazione delle attività economiche e commerciali all’interno delle mura, favorita dal progressivo decadimento delle grange. A decretare la fine di queste antiche istituzioni religiose, che pur avevano consentito lo sviluppo di vaste aree depresse, fu la stessa classe contadina che, coinvolta nel recupero della dignità umana che investiva i popoli, veniva riscattandosi dal ruolo di assoluta subalternanza a cui era stata per secoli costretta. Ne era derivato il graduale abbandono dei terreni di proprietà dei monasteri o, in alternativa, una gestione truffaldina che ne vanificava il vantaggio del possesso. Di conseguenza le comunità monastiche trovarono alfine più conveniente concedere in fitto i poderi, segnando in tal modo il definitivo tramonto di quel tipo di economia detta curtense che le aveva caratterizzate.

Sotto l’influsso di tali condizionamenti, già a partire dall’anno 1465, i contadini in fuga dalle contrade insicure ed il grezzo artigianato gravitante nell’orbita delle grange cominciarono ad insediarsi nei pressi del borgo, dove gli uni vedevano garantita la propria incolumità e per gli altri più facile si prospettava la possibilità di guadagni.

Piccoli agglomerati urbani vennero a costituirsi lungo le strade di accesso al paese o a ridosso delle stesse mura. Le prime misere casupole originarono il Casalino prospiciente la porta di sopra, da taluni detta di Castello in quanto volgeva a Sud, in direzione di Castelfranci. Catapecchie improvvisate si addossarono alla cinta muraria presso la porta di Napoli, altre si disposero a fiancheggiare il tratto intermedio di via Pendino. Una manciata di stamberghe si addensò ad est del borgo, dove oggi inizia via Croce, e alcuni improvvisati tuguri sorsero sui due lati della strada per Castelfranci, nei paraggi di un pozzo, costituendo il casale che di Pozzo assunse appunto il nome.

Ovunque nei nuovi sobborghi fabbri, calzolai, vasai, cestai, sellai insediarono le loro anguste botteghe che ingombravano le vie dei prodotti finiti, a contendere gli spazi alle galline o alle prugne ed ai fichi messi ad essiccare al sole di fine estate.

Anche sul piano politico si profilavano sostanziali cambiamenti. L’arroganza e l’inaffidabilità dei baroni avevano aperto spiragli di potere ad una nuova classe dirigente di astrazione borghese, e quindi più attenta alle esigenze del popolo ed incline a provvedimenti sociali che dei primi avrebbe finito col limitare l’arbitrio e ridurre i privilegi. Un vigile allarmismo, non scevro di risentimento, pervadeva di nuovo l’animo dei feudatari.

Coinvolto nel complesso intreccio di alleanze su cui si fondava il pur precario equilibrio delle potenze europee, nell’anno 1482 Ferdinando I fu chiamato a partecipare alla guerra condotta da Ferrara contro Venezia. Il conflitto si protrasse fino all’anno 1484 con riflessi negativi per la già dissestata economia del regno.

Offrì la debolezza del regime l’occasione per una nuova rivolta dei feudatari, che è ricordata come la Congiura dei Baroni. Se ne fecero promotori Antonello Petrucci, segretario del re, ed il conte di Sarno Francesco Coppola. Vi aderì il principe di Salerno Antonello Sanseverino. Costoro, assicuratosi l’appoggio di papa Innocenzo VIII che vantava presunti diritti sulle terre di confine, istigarono alla ribellione i grandi feudatari del regno. L’Aquila insorse e le truppe pontificie, al comando di Roberto Sanseverino, intervennero a sostenerne la rivolta, ma in aiuto di Ferdinando I accorsero le schiere inviate dal duca di Milano Ludovico il Moro, dal re d’Aragona Ferdinando il Cattolico e da Mattia Corvino, re d’Ungheria. Assunse il comando delle operazioni militari Alfonso di Calabria, figlio di re Ferdinando ed erede designato al trono di Napoli, che si distinse per determinazione e ferocia.

La rivolta fu definitivamente domata nell’anno 1487. Ferdinando I ne fece arrestare i capi che furono processati e giustiziati. Quasi tutti i baroni ribelli furono incarcerati e fra essi Giovanni Caracciolo, duca di Melfi, che fu rinchiuso in Castelnuovo.

Il ruolo di Luigi Gesualdo, 3° conte di Conza, signore di Paterno, dovette essere abbastanza marginale in quanto il suo nome non risulta fra coloro che subirono ritorsioni. Sfuggì invece alla vendetta del re Antonello Sanseverino che si rifugiò in Francia, dove prese ad istigare re Carlo VIII perché, in nome del suo diritto di successione, armasse una spedizione contro il regno di Napoli.

Questi eventi non ebbero particolari ripercussioni su Paterno, la cui popolazione continuò ad incrementarsi e prosperare. A conferma di ciò può tornare utile il raffronto fra alcune delle terre d’Irpinia censite nell’anno 1494 al fine dell’applicazione della tassa focatica: Levamentum introytuum Comitatus Avellinj: Avellino fochi 111; Sancto Mangho fochi 40 - Levamentum Introytuum Comitatus Concie: ... Gesualdo fochi 130; Frigento fochi 50; Fontanarosa fochi 53; Lucussano fochi 30; Paternj fochi 85; ...1

Rilevamento per le entrate fiscali della contea di Avellino: Avellino fuochi 111; San Mango fuochi 40 - Rilevamento per le entrate fiscali della contea di Conza: ... Gesualdo fuochi 130; Frigento fuochi 50; Fontanarosa fuochi 53; Luogosano fuochi 30; Paterno fuochi 85; ...

Giova comunque ricordare che il clero era tuttora esente dalla tassa focatica, al pari di numerose altre categorie disagiate o comunque considerate sprovviste di reddito, o impossibilitate a produrne.

Aveva, intanto, Luigi Gesualdo III sposato Giovanna Sanseverino, sorella del principe di Salerno Antonello, e dal matrimonio erano nati Fabrizio, Camillo, Giovanni e Costanza.

Ferdinando I d’Aragona morì nell’anno 1494. Gli succedette sul trono di Napoli il figlio Alfonso che, per la feroce repressione di cui era stato artefice al tempo della Congiura dei Baroni, non riscuoteva i consensi della nobiltà, ma neppure quelli del popolo.

Sollecitato da Antonello Sanseverino, e convinto che le circostanze fossero a lui propizie, il re di Francia Carlo VIII pensò che fosse giunto il momento, quale erede dei d’Angiò, di far valere i propri diritti sul regno. In quello stesso anno 1494 scese in Italia con 3.600 soldati, 10.000 arcieri e 1.000 artiglieri con 140 grossi cannoni1. Della spedizione faceva parte anche il futuro re di Francia Luigi XII. A Roma si aggregò alla spedizione Giovanni de Candida che, al pari degli altri fuorusciti napoletani, salutava in Carlo VIII il liberatore della patria dall’oppressione aragonese.

All’approssimarsi dell’esercito francese, nel gennaio del 1495, Alfonso abdicò a favore del figlio Ferdinando II, detto Ferrandino. Ma a nulla valse l’espediente: le inconsistenti difese napoletane si dissolsero, sottraendosi a qualsiasi contatto col nemico, e Ferrandino dovette riparare ad Ischia.

Il 22 febbraio 1495 Carlo VIII fece il suo trionfale ingresso in Napoli. Subito le sue schiere dilagarono a sud ad occuparne i punti strategici. Non sfuggì ai Francesi l’importanza di Paterno quale terra di transito e, godendo del favore della popolazione, insediarono una propria guarnigione alle falde dell’altura su cui sorgeva il borgo, ai margini di quella distesa d’orti che definirono Jardin (Giardino), assicurandosi il controllo della strada per la Puglia. In previsione di una lunga permanenza incanalarono le acque di una sorgente e realizzarono una fonte provvista di abbeveratoio per le cavalcature, da cui la zona deriverà il nome di Acqua dei Franci.

All’approssimarsi delle truppe francesi, il signore di Paterno, Luigi Gesualdo III, ritenuto un potenziale nemico per aver sposato la sorella di Antonello Sanseverino, principe di Salerno, era stato messo in condizioni di non nuocere alla causa aragonese. Il 21 febbraio 1495 un soldato francese aveva scritto ad un amico in patria: Le roy Ferrande a retenu des prisonniers le fils du prince de Salerne et le fils du prince de Roussane et le conte de Cousse2. Il re Ferrandino ha trattenuto quali prigionieri i figli del principe di Salerno, i figli del principe di Rossano ed il conte di Conza.

Il re di Francia, il 25 febbraio 1495, volle manifestare la propria solidarietà a Luigi Gesualdo, ordinando che nessuna colpa dovesse essergli fatta per l’atteggiamento filoaragonese dei suoi antenati3.

Finalmente, sottoposto al fuoco incessante delle artiglierie, il 7 marzo 1495 capitolò Castelnuovo ed il conte di Conza, Luigi Gesualdo III, riebbe la libertà.

A maggio la conquista dell’intero regno era stata portata a termine ed il grosso dell’esercito francese si apprestava a far ritorno in patria. Carlo VIII distribuì fra i propri fidati gli incarichi di potere e le terre confiscate, suscitando il risentimento di quei baroni che pur ne avevano visto con favore l’avvento. Pure le truppe di occupazione dislocate sul territorio, rozze e brutali, non tardarono a rendersi invise alla popolazione. A Napoli intanto si andava diffondendo, ed era motivo di non poca preoccupazione, un’epidemia che gli Italiani ritenevano importata dagli invasori e che i Francesi invece imputavano a contatti con donne napoletane1. Comunque maggiore apprensione destava la coalizione antifrancese che si andava costituendo fra Spagna, Venezia e Milano, mentre giungevano notizie che il duca di Milano, accogliendo i pressanti inviti di Ferrandino, stava armando un esercito allo scopo di intercettare le truppe di Carlo VIII sulla via del ritorno in Francia.

Né facilitavano le cose i baroni, attenti, come sempre, esclusivamente ai propri interessi. Sollecitavano essi interventi riparatori, lamentando ingiustizie patite ad opera degli Aragonesi.

Anche il duca di Melfi, al pari di altri, avanzò richiesta di restituzione dei feudi che erano stati di suo zio Giacomo: pro parte Illustris troyani caraczoli de neapoli ducis melfie fuit Majestati nostre presentata petitio tenoris sequentis: Cristianissimo magno Regi francie Sicilie etc. Reverenter exponitur ... quod cum sui antecessores juste et rationabiliter tenuerint et possiderint Comitatum Avellini cum infrascriptis terris castris et juribus, et dum essent in pacifica possessione dicti Comitatus et aliis etc. Rex Ferdinandus primus de facto et nullo juris ordine servato destituit privavit ... dictos eorum antecessores de dicto Comitatu terris et castris ... infrascripte terre pervenerunt ad manus et potestatem loysij de Jesualdo Comitis Consie, et infrascripte alie terre cum dicto comitatu pervenerunt ad manus et potestatem Stefani Vest Illustris ducis Nole et asculi ... Quare supplicat prefatus ... cogat et compellat prefatos Illustres Stefanum et Comitem Consie ad restituendum et consignandum dictum Comitatum una cum dictis terris et castris et possessionem ipsorum cum fructibus ...: Civitas et terre que tenentur dicti Comitatus per Illustrem Stefanum Vest ducem nole et asculi videlicet. Civitas Avellini Terre Candide Prate Chyusani et Sancti mangi. terre dicti Comitatus que tenentur per Excellentem loysium de gesualdo Comitem Consie Videlicet: Terra gesualdi Terra Castri Veteris Cussani Paterni fontane rose taurasi et frigenti ... Datum in castello Capuane civitatis nostre neapolis, die XVIIIj mensis maij anno a nativitate domini 14952.

da parte dell’illustre Troiano Caracciolo di Napoli, duca di Melfi, fu presentata alla Maestà nostra richiesta del seguente tenore: al cristianissimo gran re di Francia, di Sicilia, ecc., reverenzialmente si espone ... che i suoi antenati, giustamente e con pieno diritto, tennero e possedettero la contea di Avellino con i trascritti terre, castelli e diritti, e mentre erano nel pacifico possesso di detta contea ed altro, re Ferdinando I, nel dispregio di qualsiasi diritto, destituì e privò di detta contea, terre e castelli i suddetti suoi antenati ... Le trascritte terre pervennero in mano e nel possesso di Luigi Gesualdo, conte di Conza, ed altre trascritte terre con detta contea pervennero in mano e nel possesso di Stefano Vest, illustre duca di Nola ed Ascoli ... quindi il predetto supplica ... che si inducano e si costringano i predetti illustri Stefano ed il conte di Conza alla restituzione ed alla consegna di detta contea insieme con le dette terre e castelli ed i possedimenti delle stesse con relative rendite ...: specificatamente le città e le terre di detta contea che sono tenute dall’illustre Stefano Vest, duca di Nola ed Ascoli, e cioè la città di Avellino e le terre di Candida, di Prata, di Chiusano e di San Mango; naturalmente le terre di detta contea che sono tenute dall’eccellente Luigi Gesualdo, conte di Conza, e cioè la terra di Gesualdo, la terra di Castelvetere, di Luogosano, di Paterno, di Fontanarosa, di Taurasi e di Frigento ... Redatto in Castelcapuano della nostra città di Napoli, il giorno 19 del mese di maggio, nell’anno 1495 dalla nascita del Signore.

La restituzione non avvenne. Anzi, il 23 maggio 1495, Carlo VIII concesse a Luigi Gesualdo III la conferma del possesso della città di Conza, col titolo di conte, nonché dei numerosi castelli e terre fra cui Gesualdo, Frigento, Paterno, Fontanarosa, Luogosano, Taurasi, Castelvetere, Villamaina, Bonito, Santa Barbara e Girifalco3.

A Troiano Caracciolo invece, il 2 giugno 1495, fu confermato il possesso del ducato di Melfi e dei soli feudi paterni.

Oltre l’insaziabilità dei feudatari, motivo di preoccupazione per Carlo VIII era pure la conflittualità di antica data, ora espressa con rinnovata asprezza, che contrapponeva il popolo napoletano ai baroni, i quali reclamavano per sé soli il diritto di amministrare la capitale. Il problema fu risolto con la mediazione di Giovanni de Candida che portò al provvedimento legislativo del 7 giugno 1495, in virtù del quale si assicurava la presenza di un rappresentante del popolo nel governo della città. Veniva così, per la prima volta, ad essere introdotto e sancito il principio di eguaglianza sociale1.

Carlo VIII partì da Napoli alla fine di giugno, lasciandovi il viceré Montpensier. Sulla strada del ritorno, il 6 luglio 1495, presso Fornovo, si scontrò con la lega antifrancese costituita da Milano, da Venezia e dalle truppe spagnole inviate da Federico I d’Aragona agli ordini del capitano Consalvo di Cordova. Ne uscì sconfitto, tuttavia riuscì a riparare in Francia.

Nei territori del regno di Napoli la tracotanza dei Francesi ben presto mutò il malcontento popolare in dichiarata ostilità. Ne approfittò Ferrandino per organizzare un’insurrezione e, con gli aiuti concessi da Venezia e la collaborazione di Consalvo di Cordova, nella primavera del 1496 batté i Francesi ad Atella, ricacciandone le forze residue oltre i confini.

Ripristinata la propria autorità, il 21 settembre del 1496 Ferrandino, concedendo il proprio perdono al conte di Conza Luigi Gesualdo III, gli confermò il possesso di molti dei suoi feudi, fra cui Conza, Frigento e Gesualdo2, ritenendo però alla Regia Corte Paterno e le terre di Fontanarosa, Luogosano e Taurasi, in modo da garantirsi il controllo del passo là dove la via di collegamento fra Napoli e la Puglia si incanalava nell’angusto tratto vallivo in cui confluiscono i fiumi Fredane e Calore.

Ferrandino morì sul finire di quello stesso 1496 e gli succedette sul trono di Napoli lo zio Federico I d’Aragona, fratello di Alfonso II. Suo cugino, Ferdinando il Cattolico, re d’Aragona, gli lasciò, in difesa del regno, il capitano Consalvo di Cordova.

Restavano comunque immutate le aspirazioni di Carlo VIII sul regno di Napoli, e ciò costringeva Federico I a mantenere attivo un costoso apparato difensivo che mal si confaceva con la disastrata situazione economica.

Pretendeva intanto il conte di Conza, Luigi Gesualdo III, la restituzione dei feudi di Paterno, Fontanarosa, Luogosano e Taurasi, acquisiti al fisco. Essendogli però negata, il barone se ne risentì al punto da aderire al movimento filofrancese che si andava ricompattando. Venutone a conoscenza, il re non esitò a punirlo privandolo anche dei restanti suoi feudi.

Il 7 aprile 1498 morì Carlo VIII e fu incoronato re di Francia Luigi XII il quale, al pari del suo predecessore, non nascondeva l’intenzione di impadronirsi del regno di Napoli.

Più che mai si rendeva prezioso il sostegno del re d’Aragona ed indispensabile la presenza del capitano Consalvo di Cordova a cui re Federico volle manifestare la propria gratitudine donandogli, il 10 maggio del 1498, i feudi confiscati ad Antonellum de Sancto Severino, Carolum et Salvatorem de Sangro ac prefatum Loysium de Gesualdo deviantes a fidelitate nostra et contra nos et statum nostrum cum Gallis invasoribus huius regni et publicis hostibus nostris consilia et arma sua jungentes publica et notoria rebellione sepe ...3

Antonello di Sanseverino, Carlo e Salvatore di Sangro ed al predetto Luigi Gesualdo, essendo essi venuti meno alla fedeltà a noi dovuta ed avendo unito spesso, contro di noi ed il nostro Stato, in pubblica ed aperta ribellione, i consensi e le proprie armi a quelle dei Francesi invasori del regno, nonché a quelle dei nostri nemici dichiarati ...

A sua volta, Consalvo di Cordova cedette o vendette i feudi avuti in dono, sicché Gesualdo e Frigento pervennero in mano di Ugo de Giliberto.

Tuttavia la fiducia di re Federico doveva ben presto rivelarsi mal riposta. Il re d’Aragona, Ferdinando il Cattolico, segretamente tramava per impossessarsi del regno di Napoli ma, non sottovalutando l’ostacolo rappresentato dalle analoghe mire francesi, si risolse a trattare con Luigi XII. L’accordo per un’equa spartizione del regno fu concluso nel novembre del 1500 col trattato che va sotto il nome di Granada. Per continuità territoriale con la Sicilia a Ferdinando il Cattolico si destinò la Calabria e la Puglia, di fatto già sotto il controllo delle truppe del capitano Consalvo di Cordova, mentre Luigi XII ottenne il benestare per l’occupazione della parte settentrionale del regno, ivi compresa la capitale.

Nel sentore di imminenti sconvolgimenti politici, all’ordine monacale verginiano premette ridefinire i propri possedimenti e privilegi da far valere presso eventuali nuovi regnanti. Pertanto, il 31 dicembre dell’anno 1500, in Carife, con atto del notaio Pietro Notarnardello ed alla presenza del giudice annuale Riccardo Buczago, Ugo de Giliberto, signore di Frigento e di Gesualdo, confermò a favore dell’abbazia di Montevergine il privilegio dell’imperatore Federico II, emesso da Capua nel mese di febbraio del 1223, col quale si riconosceva quanto donato al monastero dai baroni di Gesualdo e di Pietrelcina, in particolare Pesco di Morra con la chiesa di Sant’Angelo, l’obbedienza di San Quirico in territorio di Paterno e quella di Santa Maria di Pietrelcina1.

Nel gennaio del 1501 i Francesi varcarono i confini del regno e sconfissero le truppe napoletane a Capua. Amareggiato per il tradimento del cugino aragonese, re Federico si dette prigioniero a Luigi XII, cedendogli altresì i propri diritti sul trono di Napoli ed ottenendone in cambio il feudo del Maine, in Francia, ed un vitalizio di 30.000 tornesi l’anno.

Le truppe francesi dilagarono a sud accolte con favore dai baroni ribelli. Luigi Gesualdo III fu reintegrato nei suoi possedimenti che pose a disposizione dell’esercito invasore. Così, a distanza di soli cinque anni, i Francesi tornarono a Paterno.

Come in precedenza, istallarono il campo lungo la strada per la Puglia, presso la fontana che da loro aveva preso il nome. Qui un primo gruppo di case era sorto a fiancheggiare la via che volgeva in direzione est ad incrociare la strada che scendeva dalla porta di Castello; qui la pietà popolare aveva riedificato la cappella dedicata all’Arcangelo Michele, in sostituzione della chiesetta omonima originariamente eretta più a valle, non distante dalla fontana della Pescarella; da qui una strada, detta il Pendino dell’Angelo, si inerpicava in linea retta fino al borgo, ricalcando l’odierna via San Vito, ivi compresa la rampa intermedia nota come Vinticinco rara (Venticinque gradini).

La tendenza all’inurbamento ebbe nuovo impulso. Favorita dal rapido aumento della popolazione oltre che dal progressivo abbandono delle zone rurali, una disordinata proliferazione di tuguri, di baracche, di tane, in unità isolate o sovrapposte, interessò il tratto centrale del Pendino della Fontana, dilatò verso la campagna retrostante in un intrico di passaggi cui i conquistatori attribuirono la denominazione di Rue de les Roses (Via delle Rose). Nei suoi pressi fu eretta una chiesetta in onore di San Sebastiano. La fontana della Pescarella fu ristrutturata e dotata di vasconi, il che le valse il nome di Fontana delli Guatuni.

Altre misere stamberghe si affastellarono lungo la via appena fuori della porta di Napoli, originando una serie di vicoli di cui alcuni sfociavano alle spalle del castello, in quella zona detta Dietro Corte, oggi conosciuta come via Nazario Sauro. Di queste viuzze è a noi pervenuta nella struttura originaria la sola Rua dell’Inchiostro, così chiamata perché annerita dal fumo delle casupole prive di canne fumarie e perché oppressa dalle basse volte degli archi che ne oscuravano il cielo.

Crebbe anche l’insediamento ad est del borgo, alle falde dello sperone su cui era stata edificata la torre, da cui si sarebbe successivamente sviluppata via Croce.

Ebbero nuovo impulso i commerci, e la strada per la Puglia registrò un notevole incremento dei traffici. Migliorò di conseguenza la capacità ricettiva delle locande disposte sul tratto di via che fu detto delle Taverne.

Ma se dal ripristino della legalità la popolazione civile traeva occasione per prosperare, una conflittualità latente tuttora contrapponeva Francesi e Spagnoli. Ambiguità ed omissioni nel trattato di Granada rendevano precari gli accordi. Gli Spagnoli mal digerivano che le truppe francesi avessero occupato le fertili terre d’Irpinia ed i passi interessati dalla transumanza che, con i diritti di transito delle greggi, rappresentavano la più consistente fonte di guadagno per l’erario. Nella spartizione del regno, poi, non erano state ben definite le rispettive aree di influenza e Ferdinando il Cattolico premeva perché vi si ovviasse individuando confini più equi.

I primi a prendere le armi furono i Francesi nel 1502, e Consalvo di Cordova dovette ritirarsi a Barletta ove rimase assediato per l’intera stagione invernale compresa fra il 1502 ed il 1503. In primavera però gli furono inviati rinforzi ed uscì in campo aperto respingendo i Francesi fino a Gaeta. Nel maggio 1503, alfine, il capitano spagnolo occupò Napoli e ne prese possesso in nome del re d’Aragona Ferdinando II detto il Cattolico.

Furono confiscate le terre dei baroni schierati a favore di Luigi XII. Ancora una volta Luigi Gesualdo III fu privato dei suoi feudi: di questi, Conza fu concessa al duca di Terranova, Frigento e Gesualdo furono ceduti a Giovanni Castriota, Paterno fu dato ad Annibale Pignatello e Fontanarosa a Berardino de Bernaudo.

Nell’inverno del 1503, sulle rive del Garigliano, si ebbe lo scontro decisivo. I Francesi, battuti, dovettero ripiegare a Gaeta dove però, dopo una breve resistenza, il 1° gennaio 1504, chiesero la resa. Il regno di Napoli, nuovamente unificato, fu annesso alla corona d’Aragona e, per i successivi duecentotrenta anni, fino al 1734, sarà governato da viceré.

Nel trattato di pace che seguì, Ferdinando il Cattolico si impegnò a restituire i feudi confiscati ai suoi oppositori. Dal documento concordato con i Francesi nell’anno 1505 si rileva: ... 19. Cità, terre, castelle et pheudi restituiti per la M.tà del s.re Re ut sopra al conte di Concza: Concza per ducati cviiij - Se tenea per lo duca de Terranova con li fochi et sali da Re Federico; ... Fricento per ducati dxj, Jesualdo per ducati ccxxxxj - Per Don Joan Castriota dal Rey; Fontanarosa per ducati cxiiij - Per Berardino de Bernaudo dal duca; Paterno per ducati ccxx - Per Haniballo Pignatello dal duca. 20. Excambi dati per la prefata M.tà a li socto scripti baruni et gentili homini che possedeano le soctoscripti terre et pheudi del stato del antescripto conte de Concza: ... Ad Don Ioan Castrioto, per compensa de Frecento et Jesualdo, videlicet, Veglia per l’entrate spectante al barone per anno ducati ccclvj; Leverano per l’entrate spectanti ad barone per anno ducati cccciij; li terczi et sale restano a la dicta s.ra Regina sobrina. Ad Haniballo Pignatello, per compensa de Paterno, sopra li pagamenti fiscali de Castiglione de la provincia de Calabria citra, che è de suo cognato, per anno ducati cxx. Ad Berardino de Bernaudo, per mercè et excambio de Fontanarosa, sopra li pagamenti fiscali de Monte Acuto et Camarda et sopra li casali de Cusencza per anno ducati ccc.1.

... 19. Città, terre, castelli e feudi restituiti per mano della Maestà del signor Re detto sopra al conte di Conza: Conza per ducati 109 - Era posseduta dal duca di Terranova, con le tasse focatica e sul sale riscosse da Re Federico; ... Frigento per ducati 511, Gesualdo per ducati 241 - (Posseduti) da Giovanni Castriota, (con le tasse focatica e sul sale riscosse) dal Re; Fontanarosa per ducati 114 - (Tenuta) da Berardino de Bernaudo, (con le tasse focatica e sul sale riscosse) dallo stesso duca; Paterno per ducati 220 - (Posseduto) da Annibale Pignatello, (con le tasse focatica e sul sale riscosse) dallo stesso duca. 20. Compensi concessi in cambio, dalla predetta Maestà, ai sotto indicati baroni e gentiluomini che possedevano le terre ed i feudi del regno di seguito specificati, di proprietà del suddetto conte di Conza: ... A Don Giovanni Castriota, quale compenso per Frigento e Gesualdo, (vengono concessi) rispettivamente, Veglia per le entrate annuali spettanti al barone pari a ducati 356, e Leverano per le entrate annuali spettanti al barone pari a ducati 403, mentre le tasse focatica e sul sale restano attribuiti alla detta signora Regina sua nipote. Ad Annibale Pignatello, quale risarcimento (per la perdita) di Paterno, (sono da corrispondere) 120 ducati annui da prelevarsi sulle entrate erariali della terra di Castiglione, in provincia di Calabria Citra, che è feudo di suo cognato. A Berardino de Bernaudo, quale compenso e risarcimento (per la perdita) di Fontanarosa, (vengono concessi) 300 ducati annui (da ritenersi) sui pagamenti fiscali di Montaguto, di Camarda e dei casali di Cosenza.

A Luigi Gesualdo III furono restituiti tutti i suoi feudi con privilegio del 7 maggio 15061. Per essere reintegrato nel possesso di Paterno, questi aveva dovuto corrispondere 220 ducati al sovrano spagnolo il quale, per compensare Annibale Pignatello della perdita subita, gli aveva fatto destinare una rendita annua di 120 ducati da prelevarsi sui pagamenti fiscali della terra di Castiglione.

Chiaramente gli indennizzi a favore dei baroni sottoposti a restituzioni coatte non furono ispirati a criteri di assoluta obiettività. Si eccedette palesemente nei confronti di Giovanni Castriota in quanto zio della regina, e col concorso delle entrate fiscali di Montaguto, di Camarda e dei casali di Cosenza si intese premiare la devozione di Berardino de Bernaudo, piuttosto che compensarlo della perdita di Fontanarosa.

A partire dall’anno 1507, al fine di snellire il farraginoso meccanismo tributario, si stabilì che il censimento dei fuochi venisse rinnovato ogni 15 anni. Ciò favorì l’economia di Paterno, la cui popolazione era in costante aumento, e segnò l’inizio di un nuovo assetto urbanistico.


1 Giuseppe De Rienzo: Notizie storiche sulla Miracolosa effigie di Maria SS. della Consolazione, precedute da un saggio istorico sulla terra di Paterno - Napoli 1821.

2 Foto riprodotte alle pagine 439 e 441 della pubblicazione Scuola Media Statale “F. de Jorio”: Paternopoli, linguaggio e testimonianze di un’antica cultura - Edizione a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Paternopoli - Anno 1991.

1 Fonti aragonesi.

1 Antonio Palomba ed Elio Romano: Storia di Grottaminarda, il paese di San Tommaso - Grottaminarda 1989.

2 Nuovi documenti francesi sull’impresa di Carlo VIII, in Archivio storico per le province napoletane - Nuova Serie - 1938.

3 O. Mastrojanni: Sommario degli atti della Cancelleria di Carlo VIII a Napoli, in Archivio Storico per le Province Napoletane, Vol. XX - Anno 1895.

1 Nuovi documenti francesi sull’impresa di Carlo VIII, in Archivio storico per le province napoletane - Nuova Serie - 1938.

2 Regia Camera della Sommaria.

3 O. Mastrojanni: Sommario degli atti della Cancelleria di Carlo VIII a Napoli, in Archivio Storico per le Province Napoletane, Vol. XX - Anno 1895.

1 Napoletani alla corte di Carlo VIII, in Archivio storico per le province napoletane - Nuova Serie - Anno 1938.

2 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. I - Napoli 1865.

3 Regia Camera della Sommaria.

1 Giovanni Mongelli: Abbazia di Montevergine - Regesto delle pergamene, Vol. V - Roma 1956.

1 Nino Cortese: Feudi e feudatari napoletani nella prima metà del cinquecento, in Archivio storico per le province napoletane - Nuova Serie - 1929.

1 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. II - Napoli 1865.

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