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Capitolo 15 - La rivolta dei baroni

Alla morte di Caterina Filangieri, suo figlio Troiano Caracciolo assunse il titolo di 5° conte di Avellino. Ereditava costui i feudi materni di Basilicata e, nella provincia di Principato Ultra, le terre di Avellino, Candida, Chiusano, Prata, San Mango, Luogosano, Taurasi, Castelvetere, Paterno, Gesualdo, Fontanarosa e Frigento. Di quanto suo padre Sergianni si era fatto assegnare da una regina succube e compromessa non gli restava che il solo castello di Venosa sottratto a Gabriele del Balzo Orsino, avendo dovuto egli alfine rinunciare a quello di Melfi.

La guerra contro i nemici della corona, mai interrotta, si era localizzata in Puglia. Luigi III d’Angiò, designato da Giovanna II a succederle al trono, nell’anno 1434 perse la vita in battaglia combattendo contro il principe di Taranto. La successione fu devoluta a favore di suo fratello Renato che, morta le regina nell’anno 1435, fu incoronato re di Napoli.

Alfonso V d’Aragona però non si era rassegnato alla sconfitta subita. Ritenendo che potesse essergli propizio il difficile momento del passaggio di potere, e fidando sull’irriducibile opposizione interna, allestì una flotta e con essa prese il mare alla volta di Napoli. Era l’agosto del 1435 quando fu intercettato presso l’isola di Ponza dalle navi genovesi subito accorse in aiuto di Renato d’Angiò. Nella battaglia che ne seguì l’Aragonese subì una dura sconfitta e, catturato, fu consegnato al duca di Milano Filippo Maria Visconti.

La sua prigionia fu di breve durata. Segretamente accordatosi col duca, non solo Alfonso d’Aragona fu liberato, ma ottenne anche consistenti aiuti per la conquista del regno di Napoli. La spedizione militare approdò in Puglia e la penetrazione in Campania seguì la strada che passava per Avellino. Questa città però si oppose al passaggio degli invasori per cui, quando si sentì sufficientemente sicuro delle proprie forze, l’Aragonese volle vendicarsene. Ciò avvenne nel giugno del 1440: Avellino fu espugnata e rasa al suolo fin dalle fondamenta, sicché i pochi superstiti si ridussero ad abitare nella contrada detta La Terra1.

Il 12 giugno 1442 Alfonso V d’Aragona entrò in Napoli e l’anno successivo vi fu solennemente incoronato col nome di Alfonso I. Sebbene facesse della capitale un centro artistico e culturale e si rivelasse amico e protettore di artisti e letterati, tanto da meritare l’appellativo di Magnanimo, il suo fiscalismo fu altrettanto duro quanto lo era stato quello dei suoi predecessori. Con lui la tassa focatica assunse carattere ordinario ed inoltre ogni focolare fu gravato dell’ulteriore imposizione di cinque carlini annui, maggiorata di due grana per diritto di pesatura, quale costo di un tomolo di sale da distribuirsi a ciascuna famiglia2.

Per calcolo o per risentimento nei confronti della defunta regina Giovanna II, molti baroni del regno non avevano esitato, durante il conflitto, a fornire appoggio logistico e materiale ad Alfonso d’Ara-gona, e lo stesso Troiano Caracciolo, dopo la feroce punizione inflitta alla città di Avellino, aveva ritenuto opportuno schierarsi dalla parte del conquistatore. Secondo la logica corrente ognuno di costoro si attendeva dei vantaggi dalla scelta di campo effettuata. Gabriele del Balzo Orsino inoltrò richiesta intesa a reintegrarlo nel possesso del ducato di Venosa, usurpato da Sergianni Caracciolo ed attualmente detenuto da suo figlio Troiano. Dal canto suo Troiano, pur dichiarandosi disposto alla restituzione del feudo, lamentava di essere stato ingiustamente privato del ducato di Melfi.

Ad entrambi re Alfonso I volle provare la propria gratitudine: Gabriele del Balzo riebbe Venosa1 e, nell’anno 1447, fu notificata a Troiano Caraczulo de Neapoli comiti Avellini duci Melfie, transumptum privilegii confirmationis civitatis Melfiae cum titulo ducatus cum territ. ... Avellini, Candidae, Chiusani, Pratae, s. Magni, Locosani, Taurasii, Castriveteris, Paterni, Gesualdi, Fontanaerosae, Frequenti et Candidae quae et quas possidet ex successione paterna quond. mag. Ioh. Caraczuli regni Sicil. Magni Senescalli patris suis et ex aliis titulis; quae confirmatio fuit transumpta Neapoli per not. Filippum de Composta de pred. civit. ...2 Troiano Caracciolo di Napoli, conte di Avellino, duca di Melfi, trascrizione del privilegio di conferma della città di Melfi col titolo ducale e con le terre ... di Avellino, Candida, Chiusano, Prata, San Mango, Luogosano, Taurasi, Castelvetere, Paterno, Gesualdo, Fontanarosa, Frigento e Candida (feudo ripetuto o errata trascrizione, probabilmente di Candela) che e le quali possiede per successione paterna del fu nobiluomo suo padre Gianni Caracciolo, Gran Siniscalco del regno di Sicilia, nonché insignito di altri meritati titoli; la quale conferma fu trascritta a Napoli dal notaio Filippo de Composta della stessa città ...

Si procedeva intanto allo snellimento della burocrazia ed al riordino della finanza pubblica. Il 20 settembre 1449 fu emanata una disposizione per effetto della quale furono unificate la tassa focatica e quella sul sale in un unico tributo che prese il nome di functiones fiscales. Con lo stesso provvedimento si stabilì che la distribuzione del sale dovesse aver luogo una volta all’anno, in ragione di un tomolo per ciascun fuoco, e l’importo della tassa unificata fu fissato in 2 tarì e 12 grana per famiglia, da corrispondersi in due rate di cui la prima nel mese di febbraio e l’altra in luglio3.

Nonostante l’immutata esosità del fisco, il periodo di relativa pace di cui si venne a godere avrebbe potuto favorire una seppur lenta ripresa economica se la faziosità e la prepotenza dei baroni, preoccupati di mantenere integri i propri privilegi, non avessero ostacolato ogni opportunità di sviluppo ed osteggiato qualsiasi tentativo di crescita sociale. Invero, malgrado ciò, si avvertiva qualche timido segnale precursore di un processo di rinnovamento che però fu interrotto sul nascere da una nuova calamità. Nella notte fra il 4 ed il 5 dicembre dell’anno 1456 un disastroso terremoto, avvertito dalla Toscana a Messina, devastò l’Irpinia. Avellino ne ebbe notevoli danni ed un incerto numero di morti; Ariano ne fu quasi totalmente distrutta e pianse oltre duemila vittime; Mirabella contò 184 cadaveri4. I danni che ebbe a patire Paterno furono di gran lunga inferiori: crollò qualcuna delle abitazioni più fatiscenti, senza tuttavia causare perdite umane. Più gravi furono le ferite inferte ai centri limitrofi, sicché qualche storico stima che furono all’incirca 60.000 le vittime del sisma.

Nell’anno 1458, a Napoli, in Castel dell’Ovo, morì re Alfonso d’Aragona. Gli succedette al trono il figlio Ferdinando I, detto anche Ferrante, che già nel 1442 aveva combattuto al fianco del padre per la conquista di Napoli.

Al nuovo re si rivolse Luigi Gesualdo II, figlio di Sansone I, signore di Conza, diretto discendente di Guglielmo, affinché gli venissero riconosciuti gli antichi diritti sulle terre di Gesualdo e di Fontanarosa; ma Ferdinando I disattese le sue aspettative. Tuttavia, il 6 agosto 1458, il re gli concesse l’investitura dei feudi paterni, nonché l’assenso su quanto si era convenuto fra lo stesso Luigi II ed il di lui primogenito Sansone II, e cioè che quest’ultimo possedesse la città di Conza col titolo di conte che gli era stato conferito il 1° agosto del 1452 da re Alfonso I1.

L’anno successivo morì Troiano Caracciolo. Aveva avuto tre figli. Il primogenito, Giovanni, ereditò il ducato di Melfi; nessun feudo andò a Caterina che, sposata con il conte di Montesarchio, era madre di un bambino in tenera età; l’ultimo dei figli, Giacomo, assunse il titolo di 6° conte di Avellino ed ebbe il possesso di questa città e delle terre di Gesualdo, Paterno, Castelvetere, Fontanarosa, Taurasi, Luogosano e San Mango.

Al pari del padre, re Ferdinando I diffidava della nobiltà corrotta e litigiosa al punto di preferirle, sino a lasciarsene influenzare nel governo del regno, la classe intellettuale ed il ceto borghese. Per questo stato di cose, da tempo serpeggiava il malcontento fra i baroni. Per tutti, ruppero ogni indugio i principi di Rossano e di Taranto che chiamarono nel regno Giovanni d’Angiò, figlio di Renato, detronizzato re di Napoli.

Agli inizi del 1460 l’Angioino si portò in Puglia dove cominciò a far proseliti prima di muovere alla conquista della capitale.

Ferdinando I invocò l’aiuto di papa Pio II e del duca di Milano Francesco Sforza i quali promisero che non glielo avrebbero fatto mancare. Rincuorato, il re si apprestò a muovere verso la Puglia, facendosi precedere da Diomede Carafa, con l’intesa che si sarebbero ricongiunti in Montefusco. Era il marzo del 1460 e Ferdinando I non poteva contare che su 70 o 80 uomini d’armi, mentre a Diomede Carafa erano stati affidati 150 cavalli ed altrettanti fanti2.

In aprile giunsero notizie che i signori delle terre del Gargano si erano tutti schierati a favore di Giovanni d’Angiò. Né andavano meglio le cose in Campania dove, di giorno in giorno, aumentava il numero dei baroni ribelli.

A metà aprile si mostrarono ben disposti verso i Francesi anche il conte di Sant’Angelo dei Lombardi, il duca di Melfi Giovanni Caracciolo ed il conte di Avellino Giacomo, suo fratello. Quest’ultimo, ancora diciottenne (quale è da età de XVIII anni vel circa), si era dimostrato il più avventato dei tre, avendo apertamente dichiarato la propria ostilità a Ferdinando I.

A rendere più tragica la situazione si seppe che in quei giorni era sopraggiunto a dar manforte a Giovanni d’Angiò il capitano di ventura Piccinino alla guida di truppe mercenarie. Ferdinando I, preoccupato, sollecitò al duca di Milano ed al pontefice l’intervento degli aiuti promessi, così Francesco Sforza ordinò al fratello Alessandro di muovere verso il regno di Napoli, mentre Pio II rese subito disponibili 500 fanti e 500 cavalli.

Una volta al completo, le forze a disposizione di Ferdinando I sarebbero ammontate a 5.800 cavalli ed a 3.300 fanti, del tutto insufficienti, reputava il papa, ad assicurare una completa vittoria su Giovanni d’Angiò. Commentava il pontefice: La parte adversa non harà molto mancho; sicché a voler vincere et non stare sempre in patta, bisogna fare altra provisione, perché menando queste cose a la longa se spenderà più3.

La parte avversa non avrà molto meno; sicché per poter vincere e non rimanere in una situazione di equilibrio è indispensabile inviare altre truppe, poiché permanendo questo stato di cose a lungo, si finirà con l’avere costi maggiori.

Alla metà di maggio Ferdinando I, che aveva posto il campo a Montefusco, apprese che i Francesi erano in difficoltà per non aver riscosso la dogana sulle pecore, in quanto i pastori si rifiutavano di pagarla fino a quando non avessero avuto la possibilità di condurre le greggi in luogo sicuro. Lo duca Iohanne non tene uno pane che mangiare (Il duca Giovanni d’Angiò non ha un sol pane di cui sfamarsi), si diceva, ed il re, ritenendo propizia l’occasione, discese verso Troia per sorprendervi il principe di Taranto. Ma questi, avvertito, prudentemente arretrò, ed a Ferdinando I non rimase che tornare in Terra di Lavoro per attendervi l’arrivo dei rinforzi inviatigli dal pontefice.

Ai primi di giugno Giovanni d’Angiò ed il principe di Taranto mossero alla volta di Terra di Lavoro. Inutilmente tentarono di espugnare Ariano, quindi misero il campo a Grottaminarda senza tuttavia poterne prendere il castello. Né miglior sorte ebbero quando tentarono di assaltare Montefusco. Tornarono alfine in Puglia.

Ferdinando I si mosse allora da Terra di Lavoro espugnando via via i castelli dei baroni ribelli fra cui quelli di Cerreto, di San Martino, di Cervinara, di Rotondi ed alfine di Montesarchio, dove catturò la contessa Caterina Caracciolo ed il suo unico figlioletto, inviandoli quindi a Napoli sotto scorta.

Allarmati da questi successi, molti baroni si dichiararono disposti a trattare col re. Il conte di Avellino, nonché feudatario di Paterno, Giacomo Caracciolo, fu fra quelli che avanzarono offerte di pace. I consiglieri del re, dal canto loro, suggerivano invece di espugnare Avellino ed Atripalda in modo da tagliare i rifornimenti a Nola, dove trovavasi il conte Orso Orsini alleato di Giovanni d’Angiò. Ma ormai si era in novembre inoltrato e Ferdinando d’Aragona preferì ritirarsi presso Acerra per trascorrervi il periodo invernale.

Ad eccezione del principe di Taranto che aveva fatto ritorno alle sue terre per svernarvi, i Francesi ed i loro alleati, sebbene ridotti di numero e sprovvisti di mezzi, si spinsero nuovamente in Irpinia per ricongiungersi al principe di Rossano di stanza a Grottaminarda con 400 uomini. Giovanni d’Angiò, con un manipolo di soldati, col tacito consenso di Giacomo Caracciolo pose il suo quartiere generale a Gesualdo. Il 30 dicembre 1460 l’ambasciatore Trezzo scriveva al duca di Milano: Il Duca Zohanne partete da Jesualdo et andò ad Vallata presso la Grotta Manarda, poi è pur retornato ad Jesualdo, terra del Conte d’Avellino ... Qua se ha per certo chel dicto Conte d’Avellino ha messo dicta forteza in mano del prefato Duca. Il duca Giovanni d’Angiò partì da Gesualdo ed andò a Vallata, presso Grottaminarda, quindi è tornato a Gesualdo, terra del conte di Avellino ... Qui si ha la certezza che il detto conte di Avellino ha messo tale fortezza (di Gesualdo) in mano al predetto duca.

Nonostante le esigue forze a loro disposizione, Giovanni d’Angiò ed il principe di Rossano, condiscendente il conte Giacomo Caracciolo, nei primi giorni di febbraio del 1461 raggiunsero Atripalda ed Avellino e da qui mossero le armi contro Montoro, venendone però respinti. Si risolsero dunque a compiere incursioni, più dimostrative che di alcuna efficacia, nelle terre del conte di San Severino, senza tuttavia indurre Ferdinando I a lasciare Acerra, dove restava in attesa degli aiuti promessigli dal papa.

Trascorse così un mese, dopo di che Giovanni d’Angiò ed il principe di Rossano decisero di ripiegare. Tornarono ad Avellino e quindi, passando per Nola, raggiunsero Somma dove Lucrezia d’Alagno, signora di quel castello, si aggregò a loro. Tutti insieme ripresero la strada per la Puglia. Giovanni d’Angiò e Lucrezia si fermarono però a Gesualdo, mentre il principe di Rossano se ne tornò alle sue terre ed il capitano di ventura Piccinino si recò presso il principe di Taranto.

Il 7 aprile pervennero a Ferdinando I le truppe inviategli dal papa agli ordini di Antonio Piccolomini, ma il re preferì non muoversi e restare in attesa delle milizie dello Sforza.

Il 9 maggio 1461 la città di Genova si sollevò contro i Francesi, precludendosi così ogni possibilità di aiuto per Giovanni d’Angiò. Questi si vide costretto a ripiegare verso la Puglia dove re Ferdinando lo seguì, senza tuttavia impegnarsi in uno scontro dagli esiti incerti.

Alla fine di agosto Alessandro Sforza, percorrendo la strada d’Abruzzo, mosse in aiuto di Ferdinando I con 17 squadre. Il re gli andò incontro ed insieme obbligarono il conte di Cerreto ad allearsi con loro ed indussero a trattative il conte di Campobasso. Poi raggiunsero ed occuparono Flumeri, ottennero l’obbedienza del conte di Sant’Angelo dei Lombardi ed alfine si impadronirono del castello di Gesualdo.

Giacomo Caracciolo, 6° conte di Avellino, visti in pericolo i propri feudi, si affrettò ad avanzare a re Ferdinando proposte di pace. Nel rapporto trasmesso in data 10 ottobre 1461 dall’ambasciatore Trezzo al duca di Milano si esponeva che il Caracciolo chiedeva la conferma del suo titolo e dei suoi privilegi, nonché la concessione delle terre di Atripalda, di Monteforte e di Somma, quest’ultima appartenuta a Lucrezia d’Alagno, ed il re gli concedeva tutto tranne Somma che intendeva conservare per sé sino alla conclusione della guerra; che inoltre il barone sollecitava la liberazione di sua sorella Caterina e del di lei figlio, ed il re prometteva la libertà per la sola donna; che il conte di Avellino pretendeva alfine per sé la città di Melfi, che era stata di suo fratello Giovanni, ma il re gliela rifiutava. Dal canto suo Ferdinando I poneva come condizione che si lasciasse il castello di Gesualdo in mano di Alessandro Sforza sino alla fine delle attività belliche.

In questi termini l’accordo fu concluso il 13 ottobre 1461, ma Giovanni d’Angiò, che con 19 squadre e poca fanteria aveva lasciato la Puglia, andò ad attestarsi a Guardia dei Lombardi, ponendo il campo su di un’altura in modo che fosse ben visibile. Il suo scopo era di ridare fiducia al conte Giacomo Caracciolo ed indurlo ad interrompere le trattative col re. La mossa sortì l’effetto voluto in quanto il barone, fidando nell’imminente intervento del pretendente angioino, dichiarò nullo il patto.

Ferdinando volle punire il conte di Avellino d’avergli rotto la fede pur allor giurata. Si volse perciò contro Paterno, perché prendendola, non solo toglieva al conte di Avellino una terra d’una certa importanza, ma vietava a Nola ogni via di procurarsi vettovaglie1.

Era un umido e freddo mattino di metà novembre dell’anno 1461 quando alcuni drappelli di cavalleria dello Sforza, al comando di messer Roberto, lasciarono Gesualdo alla volta di Paterno. Sebbene senza carriaggi e provvisti di solo armamento leggero, procedevano lenti per le cavalcature appesantite dai drappi imbottiti che le proteggevano, maestosi e solenni nelle armature brunite che si fondevano col grigiore del paesaggio.

In località Torrone, oggi detta Terroni, guadarono il Fredane nella bruma mattutina che diradava ed imboccarono la strada che, costeggiando il vallone della Pescara, ascendeva alla sommità della collina. Prima ancora che raggiungessero il Piano, le campane di Paterno suonarono per allertare le difese. Il borgo si animò di voci concitate, del pianto di bimbi subito zittiti, delle preghiere delle donne biascicate in un incomprensibile latino, di secchi ordini impartiti con voce stentorea. Furono chiuse le porte e gli arcieri presero posizione dietro le feritoie del castello e delle mura.

Di lì a poco si profilarono in fondo alla strada, oggi via Carmine Modestino, le sagome terrificanti dei cavalieri che gli elmi crestati ingigantivano a dismisura. Un silenzio irreale, intriso di attesa e di paura, calò sul borgo.

Le schiere dello Sforza ordinatamente si divisero. Una parte, aggirato il pendio, risalì il sentiero che conduceva alla porta secondaria e vi si posizionò in modo da averne il totale controllo; l’altra ascese per il Pendino e pose il campo in vista della Porta di Napoli. La giornata trascorse così nella distribuzione delle forze, senza che fossero condotte azioni offensive.

Un primo attacco fu portato il giorno successivo, ma senza determinazione, quasi a saggiare le capacità di reazione degli assediati. I soldati dello Sforza erano armati di balestre, ma disponevano altresì di moderne armi da fuoco che, sebbene imprecise, assicuravano vantaggi psicologici e consentivano di tenersi fuori dalla portata degli arcieri asserragliati nel borgo.

Parimenti i giorni che seguirono furono caratterizzati da incursioni rapide e improvvise, condotte al solo scopo di fiaccare ogni resistenza. Una pesante atmosfera da incubo attanagliava il paese. Si registravano, intanto, i primi risultati positivi dell’azione offensiva in atto. Nel rapporto intitolato Contra Paternum, spedito il 26 novembre 1461 al duca di Milano dall’ambasciatore Trezzo, si affermava che era ancora in corso l’assedio al castello e già Orso Orsini si era visto costretto ad allontanare da Nola circa seicento persone, perché non c’è victualia, ed a chiedere una tregua di due mesi.

Pure nel borgo assediato ormai si assottigliavano le scorte. Un senso di sfiducia e di rassegnazione si insinuava negli animi. Già molti, provati nel corpo e nello spirito e del tutto indifferenti agli esiti di una guerra combattuta per la sola supremazia fra potenti, pensavano alla resa come la migliore delle soluzioni.

Paterno capitolò agli inizi di dicembre. Il 5 dicembre 1461 Alessandro Sforza, scrivendo al duca di Milano, esponeva: Considerata la importantia del loco, che è terra de passo, quanto al dare e al devetare le victuaglie a Nola, ce parse meglio de tuorlo integro che guasto, per averne commoditate de mettergli de la gente, et così gli è remasto messer Roberto che lui stesso l’ha domandato per stantia a lo Re, et la M. S. gli l’ha concesso ... Considerata l’importanza del luogo, che è terra di passaggio, in quanto consente di permettere o di impedire i rifornimenti a Nola, ritenemmo opportuno occuparlo integro piuttosto che distruggerlo, per avere la possibilità di destinarlo alla truppa, e così vi si è installato messer Roberto che lo ha chiesto al Re per l’alloggiamento dei suoi soldati, e Sua Maestà glielo ha concesso ...

Ferdinando I ritenne tuttavia insufficiente la punizione inflitta al conte di Avellino e pertanto, subito dopo la caduta di Paterno, espugnò, saccheggiò ed incendiò il castello di Taurasi. Giacomo Caracciolo allora corse dal re, gli si gettò ai piedi e ne supplicò il perdono che, almeno apparentemente, gli fu concesso.

Non tardarono a manifestarsi gli effetti positivi dell’azione militare condotta contro la terra di Paterno. Il conte Orso Orsini, con la città di Nola ormai ridotta alla fame, dovette scendere a patti con il re di Napoli ed il 7 gennaio 1462 prese le insegne aragonesi e scese in campo contro Giovanni d’Angiò. La Campania tutta ne risultò pacificata. Pure le regioni di Abruzzo e di Calabria erano state in gran parte riconquistate e solo qualche residua sacca di resistenza permaneva in Puglia, dove il pretendente al trono era stato costretto a rifugiarsi.

Per il momento re Ferdinando I si riteneva soddisfatto dei risultati conseguiti e quindi si ritirò a Napoli per trascorrervi l’inverno. Con l’inizio della buona stagione, poi, riprese le armi e mosse verso la Puglia dove, il 18 agosto 1462, riportò una completa vittoria su Giovanni d’Angiò che riparò ad Ischia.

La guerra comunque si concluse solo nel 1464 con la battaglia navale combattuta nelle acque di Ischia in seguito alla quale il pretendente al trono, sconfitto, dovette definitivamente tornarsene in Provenza.

La vendetta di Ferdinando I si consumò con freddezza e determinazione. I baroni ribelli furono tutti catturati e rinchiusi nei tetri sotterranei di Castelnuovo in Napoli. Pochi furono quelli che vi si sottrassero riuscendo a riparare in Francia.

Finì i suoi giorni in carcere anche Giacomo Caracciolo, conte di Avellino e feudatario di Paterno, e le sue terre, occupate nel corso del conflitto, non furono più restituite. Suo fratello Giovanni invece, per l’atteggiamento sostanzialmente neutrale tenuto nella fase acuta del conflitto, potette conservare il ducato di Melfi unitamente agli altri suoi feudi.

Dei possedimenti di Giacomo Caracciolo solo Paterno era uscito indenne dalle vicende belliche, e lo stesso castello di Gesualdo, espugnato dalle truppe dello Sforza, aveva subito danni irreparabili. Comunque la sorte peggiore era toccata ad Avellino. La città, già devastata da Alfonso d’Aragona nell’anno 1440, sconvolta poi dal sisma del 1456, in questa guerra condotta senza alcun riguardo nei confronti della popolazione civile, per le ripetute scorrerie delle avverse schiere, aveva avuto a patire al punto di ridursi a terra sterile e disabitata. Ad essa, mancando sufficienti rendite per il sostentamento dei canonici e del vescovo, nell’anno 1466 il pontefice Paolo II aggregò la diocesi di Frigento1. Il 22 maggio 1468 alfine, re Ferdinando I ne formalizzò la confisca asserendo di essere se ipsum iuste, et rationabiliter tenere et possidere civitatem Avellini devolutam sibi, et sua R. Curia ob rebellionem Iacobi Caracciolo, olim Comitis Avellini ...1

egli stesso in pieno diritto di tenere e possedere la città di Avellino, pervenuta a lui ed alla sua Regia Curia per la ribellione di Giacomo Caracciolo, a quel tempo conte di Avellino ...

La contea di Avellino ed il feudo di san Mango furono successivamente concessi a Stefano de Vest.

Il primo conte di Conza, Sansone Gesualdo II, figlio di Luigi II, venne a mancare agli inizi dell’anno 1471. Nicola, suo primogenito, pagò il diritto di successione in ragione di 145 once, 20 tarì e 14 grana, ottenendo da Ferdinando I, il 30 marzo dello stesso anno, il titolo e l’investitura dei feudi2. Successivamente costui acquistò dal re i feudi di Paterno, Castelvetere, Luogosano, Fontanarosa e Taurasi per la somma di 12.000 ducati, ed il privilegio relativo fu sottoscritto in Castelnuovo il 6 agosto 14783. Così, dopo 180 anni, Paterno tornava sotto la signoria dei Gesualdo.o4.


1 S. Pionati: Ricerche sulla storia di Avellino - Napoli 1828.

2 Manfredi Palumbo: I comuni meridionali prima e dopo le leggi eversive della feudalità - Montecorvino Rovella 1910.

1 Conte Berardo Candida Gonzaga: Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, Vol. III - Napoli 1875.

2 Dall’ex Arca Angioina, nella trascrizione di De Lellis.

3 Manfredi Palumbo: I comuni meridionali prima e dopo le leggi eversive della feudalità - Montecorvino Rovella 1910.

4 Salvatore Pescatori: Terremoti dell’Irpinia - Avellino 1915.

1 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. I - Napoli 1865.

2 Emilio Nunziante: I primi anni di Ferdinando d’Aragona e l’invasione di Giovanni d’Angiò, in Archivio Storico per le Province Napoletane, Vol. XX - Napoli 1895.

3 Emilio Nunziante: I primi anni di Ferdinando d’Aragona e l’invasione di Giovanni d’Angiò, in Archivio Storico per le Province Napoletane, Vol. XX - Napoli 1895.

1 Emilio Nunziante: I primi anni di Ferdinando d’Aragona e l’invasione di Giovanni d’Angiò, in Archivio Storico per le Province Napoletane, Vol. XXI - Napoli 1896.

1 S. Pionati: Ricerche sulla storia di Avellino - Napoli 1828.

1 Repertorio Quinternioni - Principato Ultra e Citra.

2 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. I - Napoli 1865.

3 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. III - Napoli 1865.

4 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. II - Napoli 1865.

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