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Capitolo 14 - La Prammatica Filangeria

Alla logorante disputa fra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia si pose finalmente termine, nell’anno 1372, con la pace di Catania. Giovanna I d’Angiò rinunciò definitivamente all’isola e, pur continuando ad intitolarsi regina di Sicilia, il suo regno prese ad essere più realisticamente detto di Napoli.

Giovanna I, rimasta vedova per la seconda volta nell’anno 1362, aveva sposato Giacomo IV, ex re di Maiorca, e, morto questi nell’anno 1375, sposò, nel 1376, Ottone di Brunswick-Grubenhagen. Comunque, nonostante i quattro mariti e gli innumerevoli amanti, era rimasta senza prole, per cui designò suo successore al trono di Napoli Carlo di Durazzo, suo cognato in quanto marito di sua sorella Margherita.

Nell’anno 1378, col nome di Urbano VI, salì al soglio pontificio Bartolomeo Prignano, arcivescovo di Bari. Costui, segretamente, si accordò con Carlo di Durazzo perché si appropriasse con la forza del regno di Napoli.

Giovanna I, saputo di quanto si tramava in suo danno, revocò l’atto di successione a favore del cognato e, convocati alcuni cardinali nella città di Fondi, il 20 settembre del 1378 fece eleggere papa, col nome di Clemente VII, il cardinale di Ginevra. Successivamente, nell’anno 1380, adottò Luigi d’Angiò, fratello del re di Francia Carlo V, e lo designò erede al trono di Napoli.

A questi però Urbano VI contrappose, incoronandolo a Roma il 1° giugno del 1380, Carlo di Durazzo, terzo di tal nome, il quale si portò in armi presso Napoli dove la difesa della città fu affidata ad Ottone, marito di Giovanna I.

La maggior parte dei baroni del regno, nel timore che Luigi d’Angiò avrebbe condotto da oltralpe nobili a lui fedeli fra i quali avrebbe distribuito le più prestigiose cariche del regno, si schierò dalla parte di Carlo III ed accorse ad ingrossarne le file. Fra questi risulta il nome di Giacomo della Candida, che altri non è che Giacomo Antonio Cobelli Filangieri, signore di Paterno1.

Nell’anno 1381, l’antipapa Clemente VII, a sua volta, incoronò re di Napoli Luigi I d’Angiò che non esitò a muovere contro Carlo III di Durazzo.

Ispirati da sentimenti di ribellione nei confronti del proprio comune signore Giacomo Antonio Filangieri, piuttosto che da devozione per la regina o da lealtà verso il potere costituito, i feudi di Frigento, Candida, Paterno, Chiusano, Solofra, Castelvetere e San Mango insorsero in favore di Giovanna I. Tutto fu inutile però. Napoli fu presa da Carlo III e Luigi I, non disponendo di forze sufficienti, non fu in grado di contrastargli il possesso della città. La regina si asserragliò in Castelnuovo2, ma dopo una breve resistenza fu costretta ad arrendersi e venne relegata nel castello di Muro Lucano.

Assunti i pieni poteri, il nuovo re, allo scopo di premiare i suoi fedeli sostenitori, ridistribuì le cariche del regno. Da un documento datato 30 gennaio 1382 si rileva che Giacomo Antonio Cobello Filangieri fu elevato alla carica di Giustiziere della provincia di Basilicata3. Oltre a ciò Carlo III volle dimostrargli la propria gratitudine assegnandogli, nel febbraio del 1382, senza tuttavia investirlo del titolo di conte, la contea di Avellino, sottratta ad Elisabetta del Balzo rimasta fedele alla regina Giovanna I4. In più il Cobello, per porre al riparo da vendette i vassalli dei propri feudi, invocò per essi il perdono, ed ancora una volta nei suoi confronti si manifestò la benevolenza del sovrano che, nell’Anno domini Millesimo CCC.LXXXII° die decimo mensis martii ... ad instantiam ... Civitatis frequenti Civitatis Avellini Castri Candide et Casalium eius Castri Solofre Castri Clusani Castri Veteris Castri paterni et Castri sancti magni ...5

Anno del Signore 1382, nel giorno 10 del mese di marzo ... a richiesta ... della città di Frigento, della città di Avellino, del castello di Candida e dei suoi casali, del castello di Solofra, del castello di Chiusano, di Castelvetere, del castello di Paterno e del castello di San Mango ...

concesse l’indulto e diffidò chiunque dal perseguitarne gli uomini o dall’insidiarne i beni.

Ancora, il Cobello acquistò da Guglielmo della Leonessa il feudo di Montemarano e ne ebbe l’assenso regio il 17 aprile 1382.

Luigi I d’Angiò, dopo la sconfitta subita presso Napoli, si era ritirato in Puglia dove era impegnato a riorganizzare il proprio esercito. Dal canto suo Carlo III di Durazzo ricorse al reclutamento di massicce forze mercenarie, per le cui paghe i vassalli furono obbligati a versare l’adoa6, un contributo in danaro calcolato in percentuale sui redditi prodotti da ciascuna terra. E lo scontento cresceva fra la gente, e con esso il sostegno all’Angioino.

Nel maggio del 1382 la spodestata Giovanna I, detenuta nel castello di Muro Lucano, fu strangolata per ordine del re che sperava in tal modo di piegare i nostalgici del passato regime. Ma non si ottennero i risultati desiderati, anzi l’opposizione ne risultò rinvigorita e, in questa parte d’Irpinia, fermenti di ribellione pervasero nuovamente Castelvetere, San Mango e Chiusano.

Poi gli eventi precipitarono. Il pretendente al trono, Luigi I d’Angiò, morì a Bisceglie, in Puglia, nell’anno 1384, ed ebbe inizio allora una dura repressione ordinata da re Carlo III.

Il 16 maggio 1384 Matteo de Marra, signore di Serino e di Montoro, fu elevato al grado di capitano ad iustitiam et ad guerram terrarum ... Montelle, Balneoli, Cassani, Castri Francorum, Montis Marani, Castri Veteris, Sancti Magni, Crusani ... de provincia principatus ultra1.

per la giustizia e la guerra da portare nelle terre ... di Montella, Bagnoli, Cassano, Castelfranci, Montemarano, Castelvetere, San Mango, Chiusano ... della provincia di Principato Ultra.

In breve, in tutti i feudi ribelli, l’ordine fu ripristinato con la forza.

L’anno successivo Carlo III fu chiamato in Ungheria ad occuparne il trono vacante dal 1382 per la morte di re Luigi I, ma la vedova di quest’ultimo, l’ex regina Elisabetta, nel gennaio del 1386, nella città di Buda, gli fece somministrare un veleno che lo uccise.

A Napoli, la regina Margherita, moglie di Carlo III, fece subito proclamare re suo figlio Ladislao di soli dieci anni, assumendo lei stessa la reggenza in suo nome, coadiuvata dal cardinale Acciaiuoli.

Il partito angioino, capeggiato da Tommaso Sanseverino e sostenuto dall’antipapa Clemente VII, chiamò Luigi II d’Angiò, figlio di re Luigi I, affinché intervenisse per far valere i propri diritti sul trono di Napoli. Di nuovo il regno si divise in due, in una logorante guerra fratricida che insanguinò e ulteriormente impoverì le nostre contrade.

Le sorti della guerra parvero volgere a favore di Luigi II che, nel 1391, riuscì a sbarcare a Napoli, costringendo alla fuga re Ladislao che dovette rifugiarsi a Gaeta.

Giacomo Antonio Cobello Filangieri neppure in questa circostanza volse le spalle al legittimo re il quale, da Gaeta, volle compensarlo della sua lealtà conferendogli, nell’anno 1392, il titolo di conte di Avellino2.

Raggiunta la maggiore età, re Ladislao si fece carico in prima persona della conduzione della guerra e, con l’aiuto dei baroni a lui fedeli e col sostegno di papa Bonifacio IX, ben presto ottenne i primi successi.

In questi anni venne a mancare Giacomo Antonio Cobello Filangieri, 1° conte di Avellino, e gli succedette nei feudi il figlio Giacomo Nicola I, col titolo di 2° conte di Avellino.

Dell’eredità maritale alla vedova Giovanna Minutolo non restava che la modesta rendita annua di 30 once d’oro assegnatale per contratto nuziale. La somma le era stata garantita in un primo momento sul feudo di Lapio ma poi, avendo il Cobello ceduto tale castello al fratello Giovanni, la garanzia era stata trasferita sul feudo di Paterno.

Giacomo Nicola Filangieri I, il nuovo feudatario di Paterno nonché 2° conte di Avellino, aveva sposato Francesca Sanfromondo. A differenza del padre, costui era orientato a sostenere la causa di Luigi II, per cui, nell’anno 1399, re Ladislao, venendo da Isernia e volto alla riconquista di Napoli, pose l’assedio alla città di Avellino intimandone la resa. Il conte assicurò che avrebbe ceduto la città allo scadere di 15 giorni, se nel frattempo Luigi II non avesse mandato truppe in suo aiuto, circostanza che non si attuò per cui Giacomo Nicola Filangieri I tenne fede alla parola data. Re Ladislao potette dunque volgere le proprie armi contro Napoli, mettendo definitivamente in fuga Luigi II che si ritirò in Provenza.

Nell’anno 1399 morì Giacomo Nicola Filangieri I. Nel suo testamento nominava erede assoluto dei suoi feudi il figlio primogenito Giacomo Nicola II, anche lui al pari del nonno detto Cobello, che prese il titolo di 3° conte di Avellino. Essendo egli minorenne (in un privilegio emesso da re Ladislao il 5 luglio 1400 lo si definisce pueri Cobelli Filangerii Comitis Avellini), fu posto sotto tutela della madre Francesca Sanfromondo. Gli altri figli, Aldoino, Giannuccio, Urbano e Caterina, minori del Cobello, ottennero i soli beni burgensatici, cioè quelli detenuti in proprietà e non soggetti a vincoli feudali. In più a Caterina fu assegnata, a titolo dotale, una somma in danaro di 800 once1.

Agli inizi del XV secolo il borgo di Paterno si era ulteriormente ingrandito. Appena fuori della porta secondaria, una discontinua teoria di misere bicocche incombeva sul lato destro del viottolo fangoso. Altri abituri, sovrapposti e ammassati ne-gli spazi angusti, erano sorti a ridosso della chiesa e del monastero francescani. Di fronte, a tergo del-le botteghe artigiane che un tempo avevano delimitato il cortile del castello, affumicati tuguri sprofondavano nelle viscere tetre di vicoli malsani.

Anche la chiesetta eretta sotto il titolo di San Luca si era ormai rivelata insufficiente alle esigenze spirituali della accresciuta comunità. Ciò ne aveva reso indispensabile l’ampliamento mediante l’ag-giunzione di un ambiente contiguo, esteso in larghezza pressappoco fino alla balaustra dell’attuale presbiterio in cui è collocato l’altare maggiore. Qui, a ridosso della parete volta a nord, la congregazione della Santissima Annunziata aveva innalzato un altare, per cui il rinnovato luogo di culto aveva assunto, nel gergo popolare, il nome di Nunziatella.

Parimenti era stata ampliata la cripta destinata alle sepolture. Questa ora risultava delimitata da archi deputati a sostenere la sovrastante struttura e da posatoi in muratura a ridosso delle pareti, su cui disporre ordinatamente le ossa. Tuttora vi si accedeva dall’originario ingresso sottoposto al livello stradale, mediante una ripida scalinata in pietra.

Compreso fra la chiesa, l’ammasso disordinato di malsane bicocche sorte fra il sagrato ed il sottostante spiazzo del Seggio ed il caotico proliferare di tuguri che dal monastero francescano si era dilatato fino ad aggredire il castello, si era formato uno spazio chiuso, in parte identificabile con l’area di quella che è oggi piazzetta Scala Santa, su cui convergevano i tanti vicoli e le due strade che facevano capo alle porte del borgo. A questo spazio era stata conferita dignità di piazza con l’assegnargli il ruolo di luogo deputato alle pubbliche riunioni.

Il Casale di San Pietro, ora detto di Paterno, nonché le grangie di San Quirico, di Santa Maria e di San Pietro, si erano sviluppati sino a divenire dei veri e propri villaggi rurali, mentre altri più modesti agglomerati, sorti intorno alle cappelle sparse sul territorio, costituivano i restanti casali che rispondevano ai nomi di San Damiano, Sant’Andrea, Serra, Cerreto, Nocelleta, Gaudo e San Felice.

Ora questo feudo era posseduto dalla contessa di Avellino Francesca Sanfromondo, quale madre e tutrice di Giacomo Nicola Filangieri II, detto Cobello. Giovanna Minutolo però, nonna di quest’ultimo, ne riteneva illegittimo il possesso in quanto sulla terra di Paterno le era stata garantita la dote annua di 30 once, e perciò sottopose la questione a re Ladislao perché le rendesse giustizia.

Il sovrano non disattese le sue aspettative: Magnifici Mulieri Cicchelle de Sancto Raimundo Comitisse Avellini iuniori balie et tutrici Magnifici Iuvenis Cobelli Filangerii Comiti Avellini ... Pro parte Magnifice Mulieris Iohannelle Minutule de neapoli Comitisse Avellini senioris relicte quondam viri magnifici Iacobi de Candida Militis Comitis Avellini ... fuit maiestati nostre ... oblata petitio reverens in serie subsequenti. Sacre Regie Maiestati reverenter exponitur pro parte Magnifice Mulieris domine Iohannelle minutole de neapoli senioris Comitisse Avellini dicentis quod olim tempore contracti matrimonii inter Virum Magnificum Iacobum de Candida Militem Comitem Avellini Maritum suum et ipsam exponentem prefatus Comes contemplatione contracti matrimonii supradicti constituit eidem exponenti dodarium seu tertiariam unciarum annuarum triginta super Casale lapii ... postquam prefatus Comes pro eo quod dictum Casale lapii permutavit cum Iohanne Filangerio fratre suo milite et ipsum casale lapii pervenit ad ipsum Iohannem et ex causa permutationis predicte ipse Comes habuit castrum abriole situm in provincia basilicate. Comes ipse in ultimis constitutus suum ultimum et solenne condidit testamentum in quo legavit voluit et mandavit quod prefata exponens consors sua dictum dodarium seu tertiarium consequeretur et haberet super terram paterni que est de baronia frequenti ... Postquam mortuo dicto Comite Marito exponentis eiusdem dicta terra paterni pervenit ad manus et potestatem presentis Comitisse Iunioris balie et tutricis Cobelli filangerii nunc Comitis Avellini dicta Comitissa Iunior tanquam balia et tutrix dicti Cobelli nunc Comitis Avellini pupilli tenuit et tenet dictam terram paterni et ex ea percepit et percepit iura fructus redditus et proventus provenientes ex ea ... Vestre Maiestati humiliter supplicatur quatenus dignemini commictere et mandare prefate Comitisse iuniori ad certam formidabilem penam ut in certo termino per Maiestatem Vestram statuendo prefata Comitissa iunior que tenet et possidet dictum Castrum paterni dare tradere restituere et assignare debet eidem exponenti dictam terram paterni tenendam et possidendam per eandem exponentem pro dicto dodario seu tertiaria ...1

Alla magnifica donna Francesca Sanfromondo, giovane contessa di Avellino, madre e tutrice del magnifico giovane Cobello Filangieri, conte di Avellino ... da parte della magnifica donna Giovanna Minutolo di Napoli, anziana contessa di Avellino, vedova del defunto magnifico uomo Giacomo de Candida, milite e conte di Avellino, ... fu alla nostra maestà ... presentata reverente richiesta del seguente tenore: alla Sacra Regia Maestà reverenzialmente si espone (la presente questione) da parte della magnifica donna signora Giovanna Minutolo di Napoli, anziana contessa di Avellino, che riferisce che un tempo, al momento del contratto matrimoniale fra il magnifico uomo Giacomo de Candida, milite e conte di Avellino, suo sposo, ed essa stessa richiedente, il predetto conte, nella stesura del suddetto contratto matrimoniale, costituì a favore della richiedente una dote, o rendita, di trenta once annue sul casale di Lapio ... Dopo di che il predetto conte permutò per sé quel detto casale di Lapio con Giovanni Filangieri, suo fratello e milite, e lo stesso casale di Lapio pervenne allo stesso Giovanni, e per effetto della permuta suddetta lo stesso conte ebbe il castello di Abriola sito in provincia di Basilicata. Lo stesso conte alfine scrisse il suo definitivo e solenne testamento in cui impegnò, volle e dispose che la suddetta richiedente sua consorte conseguisse ed ottenesse detta dote, o rendita, sulla terra di Paterno che è della baronia di Frigento ... Dopo morto detto conte marito della stessa richiedente, detta terra di Paterno pervenne in mano ed in possesso della attuale giovane contessa, madre e tutrice di Cobello Filangieri, ora conte di Avellino. Detta giovane contessa, quale madre e tutrice di detto Cobello ora conte di Avellino, giovanetto, possedeva e possiede detta terra di Paterno e da essa percepiva e percepisce usufrutti, redditi e proventi provenienti da essa ... Umilmente si supplica la Vostra Maestà al fine di stabilire, e ad essa sottoporre la predetta giovane contessa, una consistente e sicura pena pecuniaria affinché entro un determinato periodo, da stabilirsi da parte della Maestà Vostra, la predetta giovane contessa che detiene e possiede il detto castello di Paterno debba dare, cedere, restituire o assegnare alla stessa richiedente detta terra di Paterno, da tenersi e da possedersi dalla stessa richiedente per la detta dote, o rendita ...

Evidenziate le ragioni di Giovanna Minutolo, re Ladislao stabilì che Francesca Sanfromondo pagasse alla stessa 60 once d’oro, a copertura del dovuto per i trascorsi ultimi due anni, e per il futuro le corrispondesse annualmente le rendite derivanti dal feudo di Paterno fino al concorso delle 30 once spettanti. Inoltre indicò in mille once la penale prevista nel caso in cui la regale decisione fosse stata disattesa. Il documento reca la data del 1° giugno 1404.

Comunque la regale imposizione era destinata a rimanere inascoltata. La confusa situazione interna incoraggiava alla disobbedienza e all’anarchia. La lunga guerra combattuta contro Luigi II d’Angiò aveva prodotto un pauroso indebitamento per il quale, nell’anno 1400, re Ladislao aveva dovuto ordinare l’esazione di 10 grana mensili per ciascun fuoco del regno. Il partito angioino, strumentalizzando lo scontento popolare, fomentava la ribellione. Nel 1403 poi, quando Ladislao si era recato in Ungheria per esserne incoronato re, i Sanseverino non si erano lasciati sfuggire l’occasione per riprendere le armi, costringendo il re ad un precipitoso rientro a Napoli. Questi aveva al suo servizio un abile condottiero, Sergianni Caracciolo, che egli aveva elevato al grado di capitano, e col suo aiuto non gli era stato difficile soffocare la rivolta. Ma il pericolo non poteva dirsi scongiurato.

Maria Brenna, vedova di Raimondo Orsino principe di Taranto, rifiutandosi di prestare obbedienza a re Ladislao, non esitò ad invocare l’aiuto di Luigi II d’Angiò. Il re, prima che potesse realizzarsi l’intervento francese, pose l’assedio al castello di Taranto che, validamente difeso dai Sanseverino, ben presto si rivelò imprendibile.

Re Ladislao, pur di rimuovere quella sacca di resistenza che costituiva un punto di riferimento per il suo nemico Luigi II, si risolse a prendere in sposa Maria Brenna. Era l’anno 1407 quando le nozze furono celebrate, dopo di che la principessa di Taranto si trasferì a Napoli dove, però, fu fatta rinchiudere in Castelnuovo.

L’episodio è ricordato nelle nostre zone nel-l’espressione l’accatto re Maria Vrenna (l’acquisto di Maria Brenna), a significare la conclusione di un pessimo affare, quale fu appunto quello della principessa Maria Brenna che, per divenire regina, finì col perdere il principato e la libertà.

Luigi II d’Angiò armò un nuovo esercito ed attraversò le Alpi. Re Ladislao gli mosse contro e pose i suoi accampamenti presso Siena, espugnando, fra altre, la città di Cortona che due anni più tardi avrebbe ceduto a Firenze. La flotta francese fu intercettata e sconfitta alla Meloria, un tratto di mare che fronteggia Livorno: era l’anno 1409.

La lite per il possesso di Paterno era tuttora aperta e senza prevedibili possibilità di accordo, tanto che si rese necessario un nuovo ricorso al giudizio del re. Ladislao, pur impegnato nella spedizione bellica, in data 22 aprile 1409, dal suo accampamento presso Siena, dispose che in merito alla petizione relativa alla controversia in atto con Iacobum nicolaum filangerium et magnificam mulierem Cecchellam da Sancto flaimundo eius matrem tutricem et baliam per Magnificam mulierem Iohannellam minutolam Comitissam Avellini relictam quondam Iacobi filengerii Comitis Avellini seu eius procuratorem super solutione certi dotarii seu tertiarie sibi constitute per dictum quondam Comitem ... assignet sibi terram paterni de provincia principatus ultra serras montorii super qua constituta fuit sibi dicta tertiaria triginta videlicet annuarum unciarum seu patiatur quod ipsa exponens super dicta terra paterni iuribus et fructibus ipsius recipiat et consequatur annuatim dictas uncias triginta pro tertiaria seu dotario suo predicto et aliis prout in actis vestre curie asseritur contineri supersedere et ad anteriora non procedere penitus debeatis ex nunc et usque ad felicem reditum nostrum ad civitatem nostram neapolis1.

Giacomo Nicola Filangieri e la magnifica donna Francesca Sanfromondo, madre, tutrice e balia di lui, da parte della magnifica donna Giovanna Minutolo, contessa di Avellino, vedova del fu Giacomo Filangieri conte di Avellino, ossia del suo procuratore, circa la soluzione del problema di una accertata dote, o rendita, a lei destinata dal detto defunto conte ... si assegni a lei la terra di Paterno della provincia di Principato Ultra Serra di Montoro, su cui per lei fu costituita la detta rendita di 30 once annue, oppure si consenta che la stessa richiedente riceva ed ottenga, in diritti e prodotti, sulla detta terra dello stesso Paterno, annualmente le dette 30 once per rendita o dote sua predetta; si impone inoltre che (voi, Giovanna Minutolo da una parte, e Giacomo Nicola Filangieri congiuntamente a Francesca Sanfromondo dall’altra,) dobbiate del tutto astenervi, soprassedere, e non procedere oltre nelle vostre azioni, neppure in altra sede, da ora e fino al nostro felice rientro nella nostra città di Napoli.

Di lì a poco re Ladisalo dovette fare ritorno a Napoli in quanto gli era stato somministrato del veleno nel cibo, e lasciò al comando delle truppe di stanza in Toscana il capitano Sergianni Caracciolo2.

Intorno al 1411 Caterina Filangieri, ultima dei figli di Giacomo Nicola I, compì 18 anni e suo fratello, Giacomo Nicola II detto Cobello, 3° conte di Avellino e signore di Paterno, la dette in sposa al capitano Sergianni Caracciolo3.

Trascorse non più di un anno che, probabilmente avvelenati, morirono prima Alduino Filangieri, poi Giacomo Nicola II detto Cobello, ed alfine, a distanza di otto giorni, Giannuccio ed Urbano non ancora maggiorenni. Né Alduino né Giacomo Nicola II avevano avuto figli sicché, mortuis predictis Cubello Iohannucio et Urbano in pupillari etate Rex Ladiczlaus ... ad manus suas auctoritate propria recipere seu recipi fecit omnia bona feudalia que fuerunt dicti quondam Cubelli ...1.

alla morte dei predetti Cobello, Giannuccio ed Urbano in minore età, re Ladislao ... d’autorità, fece confiscare o confiscò tutti i beni feudali che erano stati del defunto Cobello ...

Nulla fu concesso a Caterina, moglie di Sergianni Caracciolo, unica superstite della famiglia, e parte dei feudi addirittura fu dal re venduta o donata.

Nell’anno 1414, in conseguenza di una malattia, morì in Napoli re Ladislao. Gli succedette al trono sua sorella, Giovanna II d’Angiò-Durazzo che, vedova dal 1406 e senza figli, nominò Gran Siniscalco del regno il suo amante Pandolfello Piscopo, detto Alopo, a cui lasciò piena libertà d’azione nel governo del Paese.

Intanto una furiosa disputa s’era accesa per il possesso dell’eredità del defunto Giacomo Nicola Filangieri II, detto Cobello, 3° conte di Avellino. Oltre sua sorella Caterina, moglie di Sergianni Caracciolo, vi erano coinvolti, reclamando presunti diritti di successione, Filippo Filangieri II, zio di Caterina, ed il di lei cugino Matteo Filangieri, figlio di Riccardo VI che di Filippo II era fratello.

Non è dato sapere se Paterno, confiscato dal defunto re al pari degli altri feudi posseduti dal Cobello, fosse stato ceduto ed a chi. Del tutto indifferente alle dispute baronali, la vita vi si svolgeva secondo i ritmi di sempre, divisa fra il duro lavoro e gli impegni imposti dalla complessità dei rapporti sociali che rendeva l’intera comunità partecipe di ogni singolo evento, fausto o infausto che fosse. In virtù di questi rapporti, un legame indissolubile si stabiliva fra questa terra e i suoi figli. Roberto di Antonio di Leonarda, originario di Paterno ma abitante in Mercogliano quale vassallo del monastero di Montevergine, il 6 settembre del 1414 prese in fitto per 29 anni, dall’abate dello stesso monastero, una casa in Paterno, forse la stessa donata da Tommaso Parisio nell’anno 1348, pagando 20 tarì per la concessione ed impegnandosi a corrispondere un tarì all’anno, da versarsi in agosto nel giorno della festa di Santa Maria2.

Era somma non da poco per un vassallo, privo di qualsiasi risorsa che non fosse il lavoro delle proprie braccia; ma così pressante era il richiamo del luogo natio che dovette apparirgli sopportabile qualunque sacrificio.

A Napoli, sollecitata dalla nobiltà ansiosa di assicurare un erede al trono, nell’anno 1415 la regina Giovanna II sposò Giacomo di Borbone, conte delle Marche. Questi, offeso dalla condotta spregiudicata della moglie, ne fece decapitare l’amante Alopo e relegò lei stessa negli appartamenti reali.

Ma la reazione della nobiltà napoletana fu immediata e, nel settembre dello stesso anno, Giovanna II fu sottratta al marito e protetta in Castelcapuano. Quindi, a seguito di laboriose trattative concluse nel 1416, furono assegnati a Giacomo di Borbone 50 mila ducati d’oro in cambio dell’impegno di tenersi fuori dal governo del regno.

Giovanna II intrecciò una nuova relazione con Urbano Origlia, ma Sergianni Caracciolo, che ambiva introdursi nelle grazie di lei, lo fece inviare ambasciatore al concilio di Costanza. Liberatosi così del rivale, non gli fu difficile divenire l’amante della regina e, come tale, perorare la causa di sua moglie Caterina nella lite che la vedeva contrapposta allo zio Filippo Filangieri II ed al cugino Matteo per la successione nei feudi appartenuti al defunto Giacomo Nicola II, ed alla sua morte dispersi, donati o venduti.

La regina, per poter decidere, costituì una commissione di giuristi a cui affidò il compito di esaminare il caso e di esprimersi in merito. Tale commissione, in data 19 gennaio 1418, emise la prammatica3, detta Filangeria, in cui si stabiliva che una sorella dovesse essere esclusa dalla successione al fratello nel solo caso in cui fosse stata da lui dotata di beni, o anche in quello in cui ne fosse stata dotata dal comune padre1.

L’esclusione quindi non poteva essere operante nei confronti di Caterina, sia perché la prematura morte del fratello Giacomo Nicola Filangieri II, detto Cobello, non aveva consentito la stesura di una disposizione testamentaria, sia perché la stessa, dal comune genitore, non aveva ereditato che parte dei beni burgensatici, oltre ad un’assegna-zione dotale di 800 once.

In base a questo principio, peraltro sancito in ossequio alla regale volontà, la regina Giovanna II riconobbe a Caterina Filangieri il diritto di succedere nei beni del fratello Cobello. Ma poiché questi erano stati in parte ceduti o venduti e, nei relativi strumenti, re Ladislao aveva fatto inserire l’obbligo di non molestare, per qualsiasi ragione, i nuovi possessori, la regina, con privilegio del 22 gennaio 1418, adducendo a giustificazione che all’epoca dei fatti Caterina fosse minorenne, l’autorizzò ad agire contro i detentori di essi al fine di ottenerne la restituzione2.

Tale soluzione fu così commentata più tardi da Gaetano Filangieri nella sua opera dal titolo “Scienza della legislazione”: Un’altra legge converrebbe abolire presso di noi. Questa è quella, che preferisce nella successione de’ feudi la figlia del primogenito a’ suoi fratelli. Questa legge dettata dalla passione e dall’amore di una voluttuosa regina, questa legge che trasporta i beni da una casa in un’altra e che impoverisce un fratello per arricchire un estraneo, questa legge è quella che ha cagionato la rovina della famiglia dell’autore e che ne porta il nome. Questa è la prammatica Filangeria.

Il 10 dicembre del 1418 alfine, la regina Giovanna II, confermando il privilegio del 22 gennaio, ribadì a Caterina Filangieri la propria autorizzazione ad agire contra quoscumque possessores seu detentores prescriptorum bonorum dicti quondam Cubelli Comitis Avellini fratris exponentis ...3

contro qualsiasi possessore o detentore dei sopra trascritti beni del detto defunto Cobello conte di Avellino, fratello della richiedente ...

Fu così che Caterina Filangieri, moglie di Sergianni Caracciolo, assunse il titolo di quarta contessa di Avellino e fu ammessa nel pieno possesso dei feudi paterni costituiti, per quanto concerneva la provincia di Principato Ultra, dalle terre di Avellino, Candida, Chiusano, Prata, San Mango, Luogosano, Taurasi, Castelvetere, Paterno, Gesualdo, Fontanarosa e Frigento4.

Non avendo eredi la regina Giovanna II, papa Martino V prese ad interessarsi della successione favorendo le aspirazioni di Luigi III d’Angiò, figlio di Luigi II. Questi, con l’aiuto di Francesco Sforza, nell’anno 1421 entrò nel regno e cinse d’assedio Napoli.

La regina Giovanna II, appreso che Alfonso V, re di Aragona, di Sicilia e Sardegna, si trovava in Corsica per occupare l’isola, ne invocò l’aiuto in cambio della successione. Alfonso V accorse e sbarcò ad Ischia.

Papa Martino V, temendo le gravi conseguenze di un conflitto fra i due pretendenti al trono, invitò Luigi III ad abbandonare le terre occupate, la qual cosa egli fece senza indugio.

Alfonso V invece entrò in Napoli e, forte della designazione fattagli da Giovanna II, prese a sollecitare appoggi al fine di assumere il pieno potere del regno. Sergianni Caracciolo se ne avvide ed avvertì la regina del pericolo che stava correndo. Questa se ne lamentò con Alfonso V il quale, il 27 maggio del 1422, fece incarcerare il Caracciolo e predispose la cattura della stessa regina.

Giovanna II, avvertita per tempo, invocò l’intervento dello Sforza accampato presso Benevento il quale, prontamente accorso, la portò al sicuro in Aversa.

Alfonso V, consapevole di aver forze insufficienti per tenere Napoli, propose la liberazione di alcuni baroni a lui fedeli detenuti dallo Sforza in cambio di Sergianni Caracciolo. Riottenuta così la libertà, il Caracciolo si attivò per organizzare la riconquista di Napoli.

Alfonso V, richiamato in Catalogna, dovette lasciare la città la cui difesa affidò al capitano di ventura Giacomo Caldora ed al proprio fratello Don Pietro d’Aragona.

Scaduto il contratto di assoldamento però, Giacomo Caldora passò al servizio di Giovanna II, inducendo Don Pietro d’Aragona ad abbandonare il regno1.

Nell’anno 1423 la regina Giovanna II designò quale suo successore Luigi III d’Angiò e lo associò al trono. Il 20 gennaio dell’anno successivo elevò Sergianni Caracciolo al grado di Gran Contestabile del Regno, né cessò dall’elargirgli favori, assegnandogli terre e castelli e persino la città di Capua.

Ma ormai l’arroganza del Caracciolo non aveva limiti. Non pago dello strapotere concessogli e delle immense fortune accumulate, nell’anno 1431 chiese alla regina di donargli il principato di Salerno di cui era stato privato Antonio Colonna. Questa, in cui il gelo degli anni aveva spento il fervore de’ sensi, per la prima volta negava. Sergianni, non uso a siffatte repulse, proruppe in villanie ed ingiurie gravissime, e v’ha qualche istorico che narra di averle benanche dato uno schiaffo2.

Dati i non pochi nemici che Sergianni Caracciolo aveva a corte, l’insano gesto non poteva restare senza conseguenze. Covella Ruffo, duchessa di Sessa e cugina di Giovanna II, si fece presso costei portavoce di quanto da più parti si lamentava circa lo strapotere del barone e di come lo esercitasse nel proprio esclusivo interesse, insinuando finanche il sospetto che potesse giungere a tramare contro la stessa sovrana.

La regina si lasciò alfine convincere della pericolosità dell’ex amante ed acconsentì che fosse catturato ed imprigionato.

Covella Ruffo contattò allora Ottino Caracciolo, suo fratello Francesco, Marino Boffa, Pietro Palagano ed Urbano Cimino, tutti acerrimi nemici di Sergianni3, e comunicò loro il beneplacito della regina ad agire. Costoro però, conoscendo la volubilità della sovrana e temendo che prima o poi si fosse lasciata nuovamente irretire dall’uomo che non avrebbe mancato di vendicarsi, concordarono di non limitarsi a catturarlo, bensì di eliminarlo del tutto.

Il giorno 18 agosto 1432, in Castelcapuano, furono celebrate le nozze fra Troiano, figlio di Sergianni Caracciolo, e Maria, figlia di Giacomo Caldora. I festeggiamenti si erano protratti fino a notte fonda e Sergianni si era appena messo a letto quando giunse un servitore della regina ad annunciargli che la sua padrona era stata colpita da apoplessia. Lasciato l’uscio aperto per la fretta, il nobiluomo si accingeva a rivestirsi quando i congiurati irruppero nella stanza e lo finirono a colpi di pugnale e di accetta. Per impedirne la reazione furono quindi sorpresi nel sonno ed imprigionati Troiano Caracciolo ed altri congiunti della vittima, ed il mattino successivo il cadavere seminudo ed insanguinato di colui che era stato l’uomo più potente del regno fu trascinato in strada ed esposto alla curiosità del popolo.

Sul principio la regina si infuriò perché si era andati oltre le sue intenzioni, ma poi non solo pubblicò un indulto a favore degli assassini, ma addirittura dispose la confisca di tutti i beni del Caracciolo.

Non furono invece tolti a Caterina Filangieri, sua vedova, i feudi ereditati dal fratello Cobello, fra cui Avellino e Paterno.

Il 29 agosto 1432 Giovanna II ordinò che la città di Capua e le altre terre appartenute al Caracciolo fossero consegnate al conte Giorgio de Alemagna, ma Cobello de Stefano e Giacomo de Abate, suffeudatari di Caterina, si rifiutarono di obbedire per i castelli da loro tenuti, sicché si rese necessario, nel successivo mese di settembre, che Troiano Caracciolo e sua madre spedissero a costoro due lettere in cui li si sollecitava ad ottemperare all’ordine sovrano.

Fra i beni sottoposti a confisca figurava pure il castello di Melfi. Non avendolo però Caterina Filangieri consegnato a Giorgio de Alemagna, la regina ordinò che a quest’ultimo fosse dato in ostaggio, a titolo di pegno, il di lei figlio Troiano Caracciolo. Nonostante ciò, permanendo Caterina restia alla cessione del castello, in data 18 ottobre 1432 la regina ordinò che Troiano venisse consegnato a lei.

Di lì a poco, sul finire dell’anno 1432 o agli inizi del 1433, Caterina Filangieri morì in Avellino e fu sepolta nella chiesa di Montevergine.


1 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. II - Napoli 1865.

2 Più noto col nome di Maschio Angioino.

3 Carlo Padiglione: Tavole storico-genealogiche della Casa Candida già Filangieri - Napoli 1877.

4 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. II - Napoli 1865.

5 Registri angioini.

6 Prima ancora che nelle guerre fossero impiegate truppe mercenarie, ai militi tenuti a prestare servizio militare era concessa l’esenzione in cambio di un contributo in danaro detto adoa. Questo istituto era stato conservato, ma i feudatari avevano ottenuto facoltà di rivalsa sui propri vassalli.

1 Registri angioini.

2 Carlo Padiglione: Tavole storico-genealogiche della Casa Candida già Filangieri - Napoli 1877.

1 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. II - Napoli 1865.

1 Registri angioini.

1 Registri angioini.

2 Conte Berardo Candida Gonzaga: Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, Vol. III - Napoli 1875.

3 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. II - Napoli 1865.

1 Registri angioini.

2 Giovanni Mongelli: Abbazia di Montevergine - Regesto delle pergamene, Vol. V - Roma 1956.

3 Regola desunta dalla consuetudine.

1 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. II - Napoli 1865.

2 Erasmo Ricca: Ibidem.

3 Registri angioini.

4 Francesco Scandone: Abellinum feudale, Vol. II - Napoli 1948.

1 Conte Berardo Candida Gonzaga: Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, Vol. III - Napoli 1875.

2 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. II - Napoli 1865.

3 Conte Berardo Candida Gonzaga: Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, Vol. III - Napoli 1875.