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Capitolo 12 - Il fiscalismo angioino nella seconda metà del XIII secolo

Nel periodo, seppur breve, in cui Paterno aveva goduto del privilegio di regio demanio, l’università aveva raggiunto un livello di benessere mai conosciuto prima. Non più soffocate dall’ottusa rapacità baronale, avevano ripreso vigore le attività artigianali e, addirittura, si era formata una classe piccolo borghese che, anche se spesso dimentica delle proprie modestissime origini, fungeva da stimolo e contribuiva ad infondere speranza nell’anonima massa dei vassalli.

Altro riflesso positivo della temporanea vacanza del feudo era stato l’accrescimento della popolazione determinato dalla consistente immigrazione di gente in cerca di condizioni di vita più umane, libera dal giogo vessatorio di un signore feudatario. Non soltanto avventurieri e diseredati, pur utili come forza lavoro, si erano riversati sul territorio di Paterno, ma avevano eletto a propria dimora il borgo anche persone capaci di inserirsi attivamente nel tessuto sociale di esso, quali Giovanni de Airola, Giacomo de Palermo, Riccardo de Napoletano, i cui nomi rivelano luoghi d’origine spesso remoti.

Un contributo notevole alla formazione di un substrato di coscienza civile collettiva era pure venuto dalla comunità dei frati francescani che conducevano vita fra il popolo, parlando d’amore, praticando la carità e dedicandosi all’assistenza dei malati.

Solo la vita nelle campagne si era mantenuta immutata, improntata alla secolare monotonia che vedeva i contadini dediti al lavoro dei campi dal sorgere al tramontare del sole ed i monasteri tuttora chiusi al mondo esterno, al quale si manifestavano coi soli suoni intervallati delle campanelle su cui i frati regolavano i ritmi delle loro interminabili giornate.

Eppure ora, col ritorno alla soggezione feudale, anche qui si avvertiva un cambiamento, se non nelle quotidiane abitudini almeno in un palpabile senso di oppressione e di angoscia, mentre si erano diradati i traffici sulle strade polverose, poco più che sentieri, percorse nel felice periodo demaniale da file di muli che si rifornivano di sabbia o di pietre alle cave, o si recavano alla macina presso il fiume Calore dove attivi erano i vecchi mulini.

Il disorientamento, lo scoramento di cui fu investito ogni settore produttivo altro non erano se non il risultato dei balzelli che avevano ripreso a soffocare l’economia. Era stata ripristinata la bagliva, che era il diritto del signore, esercitato per mezzo di un suo amministratore detto balivo o baiuolo, di riscuotere tasse per dazi, per l’attraversamento del territorio, per la pesca effettuata nei fiumi, per lo sfruttamento di cave ed altro; erano state reintrodotte la perangaria che prevedeva da parte dei vassalli prestazioni d’opera gratuite al barone, e l’angaria che obbligava a prestazioni con retribuzione ridotta a favore dello stesso; aveva ritrovato applicazione lo ius paleaticum che imponeva ai vassalli di rifornire di paglia il barone senza averne compenso alcuno; era tornato l’obbligo per i vassalli di servirsi del frantoio baronale, il quale si riservava una parte cospicua del prodotto, e di effettuare regalie al signore nelle festività di Natale e di Pasqua, nonché in occasione di matrimoni e di nascite di membri della di lui famiglia.

Ad aggravare la situazione erano poi sopravvenute le mire espansionistiche, in danno dell’impero bizantino, manifestate da re Carlo I d’Angiò, pur in una situazione di totale dissesto delle finanze dello stato che avrebbe dovuto suggerire una politica di alleanze e di trattati commerciali. Fu così che si rese necessaria l’introduzione di una nuova tassa, la focatica, detta pecunia focolariorum o anche pecunia de focolaribus, che ebbe la sua prima applicazione nell’indizione settembre 1266/agosto 1267, con l’imposizione del pagamento di un augustale, moneta d’oro coniata nel 1231, per ciascun fuoco di tutte le terre del regno1, intendendosi per fuoco ogni singola abitazione, caratterizzata appunto dalla presenza del focolare.

La focatica doveva essere, ed in certa misura lo fu, un’imposta straordinaria da corrispondersi in aggiunta alla generale sovvenzione che era la tassa che ogni università, in proporzione al reddito della propria popolazione, era annualmente tenuta a pagare allo stato. A diverso titolo, già in passato, era stata disposta l’esazione di imposte straordinarie gravando le singole università dell’intera quota dovuta e lasciando agli amministratori locali il compito di ripartire fra i cittadini il gravame fiscale in proporzione delle possibilità economiche di ciascuno, ma mai si era proceduto al censimento delle famiglie per determinare l’entità impositiva. La nuova tassa venne così a colpire tutti in egual misura, senza tenere in alcun conto le diversità reddituali.

L’incarico di censire i fuochi fu affidato a funzionari dell’amministrazione, con l’obbligo di agire in coppia ed in località diverse da quelle in cui avevano abituale dimora. E’ da escludere che qualcuna delle abitazioni del borgo di Paterno riuscisse a sottrarsi all’indagine, corrispondendo di regola ad ogni uscio un focolare, tuttavia la popolazione rurale ricorse all’astuzia di svuotare numerose bicocche delle misere suppellettili, in modo da far risultare disabitate, e quindi non soggette a tassazione, almeno 38 case.

L’occultamento di fuochi fu fenomeno che interessò tutte le contrade del regno sì da rendere necessario, nell’anno 1268, un secondo e più accurato controllo, condotto con metodi polizieschi, che si avvalse fra l’altro dell’opera di delatori.

Emersero stavolta i 38 fuochi di Paterno occultati al censimento, per i quali all’università fu imposto di pagare 9 once e mezza2.

Oltre quella fiscale, un’altra calamità si abbatté su Paterno nell’anno 1268. La tarda estate e l’autunno furono caratterizzati da violenti temporali e le piogge copiose provocarono in Irpinia alluvioni e frane, tanto che le colture ne risultarono danneggiate e gran parte del raccolto andò perduto. Ciò comportò, nell’anno 1269, una grave carestia di cui si dovette tener conto nella determinazione del gravame fiscale per il periodo settembre 1269/agosto 1270.

Infatti l’università di Paterno fu assoggettata, per la sovvenzione generale, al pagamento di una sola oncia, 28 tarì e 5 grani; ma i compilatori delle cedole incorsero nell’errore di ripetere Paternum in luogo di Acernum, sicché Paterno si vide tassata per ulteriori 9 once e 10 grani. L’opposizione fu immediata e già in data 20 settembre 1269 si ordinò al giustiziere di correggere l’errore3.

Fu quello un anno veramente difficile per l’università di Paterno, tanto che non potette neppure permettersi di corrispondere quanto dovuto per i 38 fuochi occultati. Si dovette attendere il 1271 perché questa fosse in grado di pagare al giustiziere Guaselmetto di Tarascona un acconto di 7 once, ottenendo una dilazione per la restante somma di 2 once e mezza che furono versate a saldo, l’anno successivo, al giustiziere Gualtiero di Collapietra.

Nelle stesse difficoltà versava il casale di Poppano che, avendo occultato 6 fuochi nell’anno 1267/68, non fu in condizioni di estinguere il debito se non in data 29 maggio 1272, quando il sindaco della piccola università potette consegnare al giustiziere Gualtiero di Collapietra l’oncia e i 15 tarì dovuti1.

Il 25 settembre 1272 fu nominato mastrogiurato di Paterno Giovanni de Airola2. Il mastrogiurato aveva competenza in materia di amministrazione della giustizia. A differenza della carica di sindaco, la nomina per tale funzione era disposta dagli organi preposti al governo del giustizierato, certamente su designazione del signore titolare del feudo, o del suo rappresentante. Il sindaco, invece, era eletto dall’assemblea cittadina su proposta di quello uscente. Ciò in teoria in quanto, nella realtà, il barone locale immancabilmente manovrava le elezioni al fine di insediare persona di propria fiducia.

Nell’anno 1272 re Carlo I d’Angiò si intitolò re d’Albania, avendo sottratto Corfù, Valona e Durazzo all’imperatore Bizantino Michele VIII. L’impresa militare aveva comportato però l’impiego di ingenti capitali, per cui urgeva riscuotere i crediti in sospeso, sollecitando prima di tutto le università inadempienti ad effettuare i versamenti delle tasse arretrate.

Alla verifica risultò scoperta la somma dovuta da Paterno per i 38 fuochi occultati nell’anno della X indizione (settembre 1266/agosto 1267), e di ciò emise notifica l’ufficio del Gran Camerario, cioè il tesoriere di stato, il 1° febbraio 1275. Ci fu agitazione in Paterno, ma subito il collettore Giacomo de Palermo provvide a tranquillizzare tutti. I versamenti erano stati regolarmente effettuati ed egli ne conservava le ricevute: la prima, per 7 once d’oro, a firma del giustiziere Guaselmetto de Tarascona; la seconda, per le restanti 2 once e mezza, rilasciata dal di lui successore Gualtiero di Collapietra. Era chiaro che si trattava solo di omissione di trascrizione nei registri contabili, oppure di un errore da parte di chi su detti registri aveva eseguito i controlli3.

Ed infatti l’ufficio del Gran Camerario, in data 31 agosto 1275, comunicò al giustiziere incaricato dell’esazione delle imposte di sospendere il procedimento a carico dell’università di Paterno in quanto i collettori Giacomo di Palermo e Roberto de Vincenzo avevano esibito la ricevuta a saldo del pagamento di 9 once e 15 tarì, per i 38 fuochi occultati nell’anno 1267/68, loro rilasciata il giorno di martedì, 31 maggio 1272, dal giustiziere de Collapietra4.

Alcune università, comunque, non risultarono in regola. Ariano non aveva versato l’intero importo relativo ai 119 fuochi occultati, a differenza di Grottaminarda e di Frigento che vi avevano invece provveduto per i propri rispettivi 74 ed 11 fuochi.

Ma il solo riordino dei conti non era sufficiente a sanare l’enorme vuoto determinatosi nelle casse dello stato. Era indispensabile inasprire la pressione fiscale e non si perdeva occasione per agire in tal senso.

Paterno fu chiamato a contribuire per il fodro per la Regia Corte quando questa si recò a Monteforte. Il fodro, detto anche colta di Santa Maria o colletta di Santa Maria, era il diritto del re a ricevere dalle popolazioni del giustizierato in cui era in visita tutto quanto necessitava per il sostentamento del suo seguito, nonché il foraggio e la biada per i cavalli. In quell’occasione l’università di Paterno dovette inviare a Monteforte pure 20 some di orzo che però le furono pagate, in ottemperanza ad una ingiunzione emessa in tal senso in data 9 novembre 12751.

Nel giugno del 1276 fu coniata la nuova moneta che doveva sostituire quella in circolazione. Anche per questa l’università di Paterno dovette contribuire in ragione di un’oncia, 16 tarì e 13 grani 2.

Intanto il giustiziere, come ogni anno, nel mese di maggio del 1276, aveva provveduto a fare l’apprezzamento dei beni di ciascun cittadino, valutazione che doveva trovare conferma nella revisione del successivo mese di agosto. Per effetto dell’indagine svolta, fu stabilito, e di ciò si dette comunicazione in data 22 gennaio 1277, che l’università di Paterno era tenuta a corrispondere, per la generale sovvenzione, 4 once, 8 tarì ed 8 grani3 .

Qualche studioso si è provato ad individuare il numero di abitanti di ciascuna università partendo dall’imposta fiscale a cui era assoggettata. In base al calcolo suggerito, siccome l’oncia corrispondeva a 30 tarì ed ogni nucleo familiare, comprendente in media 5 persone, era gravato di una tassa che si aggirava intorno ai 3 tarì, Paterno, nell’anno 1276, avrebbe dovuto contare all’incirca 205 abitanti, corrispondenti a 41 famiglie.

Ad un esame più attento, però, il procedimento si rivela semplicistico e riduttivo. Si tenga presente che la valutazione dei beni, soggetta a variazioni per effetto di eventi purtroppo non insoliti quali siccità, alluvioni o saccheggi, veniva rinnovata annualmente; che i nullatenenti e gli ultrasessantenni erano esenti da imposte; che godevano di agevolazioni fiscali le vedove con figli minori a carico, e si comprenderà quindi come il quadro risultante dal semplice calcolo matematico non può essere considerato realistico.

Mario Sanfilippo saggiamente si interroga: Cosa significa che in una città ci sono ... fuochi tassabili? Quanti sono i fuochi non tassabili? E chi stabilisce quale sia il coefficiente giusto per ottenere il numero complessivo degli abitanti corrispondenti a questi fuochi?4

Nel caso specifico di Paterno, poi, erano esenti da imposizioni fiscali le chiese di San Quirico e di Santa Maria, in quanto di proprietà di Montevergine alla cui abbazia, con privilegio del 29 aprile 1194 dell’imperatore Enrico VI, era stata concessa immunità di dazii per le robbe, che essi comprano e vendono. E che del pari siano esenti da qualunque gabella, o regale imposizione per i panni che compreranno per i loro abiti. Del pari siano esenti i vassalli di quel monastero da qualunque giurisdizione e da ogni colletta o pagamento fiscale5. Oltretutto, tale privilegio era stato confermato dall’imperatore Federico II nell’anno 1220.

Anche le chiese di San Pietro e di Sant’Andrea, in quanto di proprietà dei monasteri di Cava e dell’Incoronata, godevano di analoghe esenzioni.

Se inoltre si tiene conto che Paterno, nell’indizione 1266/1267, era riuscito ad occultare 38 fuochi, corrispondenti ad altrettante famiglie, e nel contempo si volesse riconoscere validità al calcolo teorizzato che ne assegnerebbe ad esso 41, si verrebbe a legittimare una situazione paradossale, la negazione cioè della stessa esistenza di un feudo pur così esteso da parte dei funzionari preposti al censimento che vi avrebbero accertato la presenza di 3 sole famiglie.

La frode, perché avesse potuto rivestire carattere di credibilità, dovette essere contenuta entro limiti accettabili, comunque con un occultamento di fuochi in misura non superiore ad un terzo della reale entità della popolazione.

In virtù di tali considerazioni si può dunque affermare che l’università di Paterno, nell’anno 1276, contasse non meno di seicento o settecento individui il che, per l’epoca, ne faceva uno dei feudi popolosi di questa parte d’Irpinia.

A questi malcapitati il fisco non concedeva tregua. Il 18 luglio del 1277 fu fatto obbligo all’università di Paterno di contribuire alle spese per la riparazione dei castelli di Puglia con 4 once, 5 tarì e 15 grani e, successivamente, essendo risultate migliorate le sue condizioni economiche, il che emerse in occasione delle verifiche effettuate dal giustiziere nel maggio e nell’agosto di quell’anno, l’8 gennaio 1278 l’importo dovuto per la generale sovvenzione fu elevato a 6 once, un tarì e 6 grani1.

Il fisco falcidiava le già magre risorse e non pochi contadini, pur di sottrarsi ad un incerto destino, concedevano se stessi e le proprie famiglie in volontaria schiavitù, in cambio di vestiario e di nutrimento, costituendo quell’infima eppure, con grottesca definizione, privilegiata classe sociale denominata degli obnoxiati.

Nel 1278 morì Elia Gesualdo II ed il 2 agosto dello stesso anno furono invitati a presentare il proprio rendiconto tutti coloro che avevano ricoperto incarichi in Paterno durante il periodo della di lui signoria, e fra gli altri Riccardo de Napoletano, Guglielmo de Bartolomeo de Bonifacio, Ruggiero e Gagliardo de Abbamonte2, fratelli.

Ad Elia II succedette il figlio Nicola Gesualdo che già aveva esercitato la funzione di reggente del feudo di Paterno. Nel suo diploma di investitura viene ricordato il padre, Elias de Gesualdo miles dudum exul de regno propter fidem Sanctae Romanae Ecclesiae tempore, quo divae memoriae genitor dominus noster cum Manfrido pugnavit ...3

Elia di Gesualdo, milite, esule dal regno per lungo tempo per la propria fedeltà verso la Santa Romana Chiesa, tanto che questo nostro genitore di fulgida memoria combattette contro Manfredi ...

Godeva di non poca considerazione a corte Nicola Gesualdo se, in data 16 maggio 1281, gli fu concessa la facoltà di esigere la sovvenzione generale dai suffeudatari e dai vassalli diretti della terra di Paterno e delle altre della sua baronia4.

Fu quella un’annata piuttosto grama però, con una notevole riduzione del reddito pro-capite al punto che in data 1 agosto 1281 fu disposto che l’università di Paterno, per la generale sovvenzione, non dovesse pagare altro che un’oncia, 16 tarì e 16 grani5.

Di tasse non se ne poteva più. L’economia del regno era allo stremo e la quasi totalità dei sudditi era ridotta alla fame. Il malcontento covava ovunque, feroce, mal represso, prossimo ad esplodere in una protesta generale. Il pretesto fu offerto in Sicilia, la sera del 31 marzo 1282, da un soldato francese che importunò una donna che si recava al Vespro. Esplose la rivolta che si propagò in tutta l’isola con massacri di Francesi e di loro sostenitori.

Pietro III d’Aragona, marito di Costanza figlia di Manfredi di Svevia, colse allora l’occasione per rivendicare i propri diritti sul regno di Sicilia ed accorse in aiuto dei rivoltosi, ricevendo a Palermo la corona regia il 3 ottobre 1282.

Impegnato personalmente nello sforzo bellico per il recupero dell’isola perduta, re Carlo I d’Angiò nominò vicario del regno il figlio Carlo II detto lo Zoppo, ma a nulla valsero i suoi sforzi contro le ingenti forze fatte affluire dall’Aragonese. Il conflitto, da locale che era, ben presto dilatò su più fronti sino ad assumere il carattere di una guerra destinata a durare a lungo.

La fortuna di Nicola Gesualdo era intanto in continua ascesa. Era salito di tanto nella considerazione del re che, il 21 marzo 1283, gli fu affidato l’incarico di assoggettare, magari con la forza, l’università di Montefusco al nuovo feudatario Americo de Souz, a cui essa opponeva un caparbio rifiuto6.

La guerra per la riconquista della Sicilia aveva preso a trascinarsi senza apprezzabili risultati. Allo scopo di snellire la complessa e farraginosa macchina burocratica e facilitare i prelievi delle tasse di cui aveva urgente bisogno, re Carlo I ordinò la divisione del Principato, che ebbe piena attuazione a datare dal 19 giugno 1284, in due distinti giustizierati: a Serris Montori citra Salernum et a Serris Montori ultra Salernum, che furono comunemente detti Principato Citra quello al di qua di Serra di Montoro rispetto a Salerno, e Principato Ultra quello al di là di Serra di Montoro rispetto a Salerno.

Come sede del giustizierato del Principato Ultra fu scelta Montefusco, terra popolosa per i suoi numerosi casali, elevata ed in posizione sufficientemente centrale.

I giustizierati, entità territoriali identificabili con le odierne province, avevano a capo un proprio funzionario, detto giustiziere, che rappresentava il potere sovrano. Al giustiziere era, altresì, demandata la cura di determinare le imposte dirette dovute dalle singole università alla Regia Camera, ossia Tesoreria dello stato. Tali imposte, come si è avuto modo di vedere, erano dette subventio generalis (sovvenzione generale) e venivano esatte da appositi taxatores e collectores, le cui funzioni erano le stesse svolte dalle odierne esattorie.

Il 1284 segnò pure una tappa significativa nella guerra per il possesso della Sicilia. La flotta aragonese si spinse fin dentro il golfo di Napoli e nella battaglia che seguì fu catturato il reggente Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo.

A complicare le cose, un altro imprevedibile evento si verificò nel gennaio del 1285. Re Carlo I aveva lasciato Napoli diretto a Brindisi per seguire di persona le operazioni di reclutamento dell’esercito, ma giunto a Foggia fu colto da un malore improvviso che gli causò la morte. Ereditava il regno di Sicilia, di cui l’isola, sotto occupazione aragonese, di fatto non faceva più parte, il figlio Carlo II lo Zoppo che tuttavia era nell’impossibilità di essere incoronato in quanto in mani nemiche. Le spese di guerra si erano fatte ingenti e la momentanea vacanza del trono generava incertezze, favoriva gli sprechi, facilitava gli abusi.

In quell’anno morì pure Pietro III d’Aragona e la corona di Sicilia passò al figlio Giacomo II.

Nonostante l’economia di Paterno fosse allo stremo, sia per la scarsità dei raccolti degli ultimi anni che per gli indebitamenti a cui l’università era stata costretta dalle continue insostenibili imposizioni fiscali, la sovvenzione generale fu fissata, per l’anno 1285, in 5 once, un tarì e 15 grani1. Molti cittadini, ridotti ormai alla fame, abbandonarono il territorio, contribuendo ad aggravare la già precaria situazione.

Forse spinto dal timore che qualche barone disonesto, approfittando della generale confusione, potesse appropriarsi di beni dell’abbazia, l’abate di Montevergine fece redigere un inventario di tutti i possedimenti del monastero. Il documento è pervenuto danneggiato e quindi illeggibile in molte delle sue parti. Comunque, fra l’altro, vi si legge: Abbas Montis Virginis tenet et possidet: Ecclesiam Sancti Nicolai de Brisolis cum terris ... in territorio Frequenti ... Item tenet in Aqua Putida: Terras pro censu tar. VII. Item tenet in Gesualdo: ... terras laboratas que reddunt pro censu annuatim tar. IIII ... L’abate di Montevergine detiene e possiede: la chiesa di San Nicola di Brisola con terra ... in territorio di Frigento ... Parimenti possiede in Mirabella: terre per un censo di tarì 7. Ancora possiede in Gesualdo: ... terre lavorate che rendono per censo annuo tarì 4 ...

Più completo è l’elenco relativo ai possedimenti in territorio di Taurasi, menzionandosi la chiesa di San Giacomo, le vigne in località Licorvi, una vigna in località detta Puteo (Pozzo) e terreni lavorati e seminativi in diverse altre zone.

Per quanto concerne Paterno l’elencazione dei beni è andata perduta. Tuttavia nel documento emerge, seppure con difficoltà di interpretazione, che l’Abbadessa del Goleto tiene una terra in Paterno con mulino sul fiume Calore2.

Il riferimento al Goleto conferma l’ormai indiscussa subalternanza di quel monastero all’abbazia di Montevergine.

Una schiarita si andava finalmente profilando nella contesa per il possesso della Sicilia. Nell’anno 1288, fra gli Angioini di Napoli e gli Aragonesi di Sicilia, a Campofranco in provincia di Caltanisetta, si addivenne ad un accordo per effetto del quale Carlo II d’Angiò detto lo Zoppo riacquistò la libertà, previo impegno di rinunciare alla riconquista dell’isola con le armi e lasciando in ostaggio agli Aragonesi tre dei suoi figli, fra i quali il terzogenito Roberto di appena tre anni. L’anno successivo, finalmente, potette essere incoronato re di Sicilia da papa Niccolò IV.

L’armistizio, però, non era ancora la pace da tutti auspicata e quindi era opportuna una prudente vigilanza. Re Carlo II continuava pertanto a tenere la costa siciliana sotto controllo e, a tal fine, il 4 luglio 1289, invitò Nicola Gesualdo, insieme con Roberto di Fontanarosa ed altri baroni irpini, a prestare servizio militare nell’esercito regio in Calabria1.

La condotta del feudatario di Paterno, di stanza sulla costa calabra presso lo stretto di Messina, dovette essere esemplare se nell’anno 1290 re Carlo II lo Zoppo gli affidò la Capitaneria Generale di Napoli, la Reggenza della Vicaria e lo elevò al grado di Giustiziere di Basilicata2.

Ma se Nicola Gesualdo ascendeva alle più alte cariche dello stato, ben diversa sorte toccava ai suoi vassalli in Irpinia. L’economia era al collasso, sicché molte furono le terre esentate dal pagare le tasse in quell’anno, mentre per Paterno, a conclusione dell’annuale verifica, in data 15 maggio 1290, si stabilì che l’università non fosse in condizione di pagare per la sovvenzione generale più di 15 tarì3.

Il 26 luglio 1290 fu conferito l’incarico di mastrogiurato a Ruggiero di Alessandro4. Questi trovava un popolo svilito, prostrato, che tuttavia non costituiva un’eccezione. Non vi era terra che la pressione fiscale e la rapace gestione baronale non avessero precipitato nella più deprimente miseria. La stessa città di Montefusco, pur di riscattarsi dal giogo feudale, aveva deciso di autotassarsi per 400 once d’oro in cambio delle quali, con privilegio del 12 luglio 1292, aveva ottenuto da re Carlo II d’Angiò di essere reintegrata nella condizione di regio demanio. Purtroppo, però, la penuria di danaro era tale che, non potendo sostenere il gravoso impegno, la quasi totalità dei suoi abitanti se ne era fuggita verso Benevento, della qual cosa, in data 20 novembre 1292, il milite Riccardo di Montefusco si vide costretto ad informare la corte5.

A tanto la disperazione aveva ridotto il popolo irpino, un tempo operoso e fiero. Si preferiva fuggire abbandonando il proprio tugurio e le proprie misere cose pur di evitare la trappola dell’indebitamento che, se non onorato, avrebbe comportato pene corporali ed una carcerazione disumana.

Più fortunato era chi possedeva un appezzamento di terra, o un gregge su cui il creditore avesse potuto far valere i propri diritti. In questo caso ci si limitava a spogliare il malcapitato di ogni suo avere, sempre che ciò fosse stato sufficiente a soddisfare il creditore, che di regola era l’erario o il signore locale.

Nel 1294 uno dei notabili di Paterno era Riccardo de Napolitano, che già aveva ricoperto incarichi pubblici al tempo di Elia II. A costui erano stati affidati in custodia alcuni animali domestici sequestrati a debitori inadempienti verso il fisco ed egli, con molta leggerezza, li aveva venduti senza preoccuparsi di versare il dovuto, o almeno di offrire garanzie in tal senso. Venuto a conoscenza della circostanza, il Grande Ammiraglio del regno, Rinaldo di Avella, in data 13 giugno 1294 ordinò ad Adenolfo Pandone, giustiziere del Principato Ultra, di costringere Riccardo a giustificare il proprio operato1.

Certamente la questione non ebbe seguito, oppure si trovò una soluzione soddisfacente per tutti. La corruzione ed il sopruso erano la regola, sul finire del XIII secolo, e le sole vittime predestinate erano le schiere di miserabili vassalli indotti dallo strapotere di pochi a curvare la schiena al lavoro massacrante ed il capo in aberrante servilismo.

Su questi poveri disgraziati poi, nell’anno 1296, prese ad infierire anche il flagello della peste nera.


1 Manfredi Palumbo: I comuni meridionali prima e dopo le leggi eversive della feudalità - Montecorvino Rovella 1910.

2 Francesco Scandone: I comuni del Principato Ultra, in Samnium - 1958/60.

3 Francesco Scandone: Ibidem.

1 Francesco Scandone: I comuni del Principato Ultra, in Samnium - 1958/60.

2 Francesco Scandone: Ibidem.

3 Francesco Scandone: I comuni del Principato Ultra, in Samnium - 1958/60.

4 Francesco Scandone: Ibidem.

1 Francesco Scandone: I comuni del Principato Ultra, in Samnium - 1958/60.

2 Francesco Scandone: Ibidem.

3 Francesco Scandone: Ibidem.

4 Mario Sanfilippo: Dalla crisi urbana del periodo tardoantico alla città-stato tardomedievale, in Capire l’Italia - Le città - Edizione Touring Club Italiano - Milano 1978.

5 Manfredi Palumbo: I comuni meridionali prima e dopo le leggi eversive della feudalità - Montecorvino Rovella 1910.

1 Francesco Scandone: I comuni del Principato Ultra, in Samnium - 1958/60.

2 Francesco Scandone: Ibidem.

3 Angelo Michele Jannacchini: Topografia storica dell’Irpinia - Napoli 1889.

4 Francesco Scandone: I comuni del Principato Ultra, in Samnium - 1958/60.

5 Francesco Scandone: Ibidem.

6Francesco Scandone: Documenti per la storia dei comuni dell’Irpinia, Vol. II - Avellino 1964.

1 Francesco Scandone: I comuni del Principato Ultra, in Samnium - 1958/60.

2 Giovanni Mongelli: Abbazia di Montevergine - Regesto delle Pergamene, Vol. III - Roma 1956.

1Francesco Scandone: Documenti per la storia dei comuni dell’Irpinia, Vol. II - Avellino 1964.

2 Conte Berardo Candida Gonzaga: Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, Vol. II - Napoli 1875.

3 Francesco Scandone: I comuni del Principato Ultra, in Samnium - 1958/60.

4 Francesco Scandone: I comuni del Principato Ultra, in Samnium - 1958/60.

5 Registri angioini.

1 Francesco Scandone: I comuni del Principato Ultra, in Samnium - 1958/60.

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