Menu
A+ A A-

Capitolo 10 - Elia di Gesualdo

Alla sua morte, Guglielmo lasciava tre figli: Elia, il primogenito, che re Ruggero confermò nei feudi paterni; Aristolfo, che intraprese la carriera militare; Guglielmo, di cui si perde traccia, non figurando in alcun documento.

Elia aveva sposato Diomeda prima del maggio 1142, facendosi di lei menzione, quale nuora di Guglielmo, nell’atto di donazione della chiesa di San Quirico all’abbazia di Montevergine, e da costei aveva avuto tre figli: Guglielmo, Ruggero e Goffredo.

Le condizioni dei feudi in Irpinia apparivano floride e destinate ad una sempre maggiore prosperità. Ad opera dei monaci vi venivano introdotte nuove tecniche di coltura e qualificate maestranze. Sebbene le antiche strade romane fossero cadute in totale abbandono, sì da risultare impraticabili per un lungo periodo dell’anno, sarebbe errato ritenere che Paterno fosse venuto a trovarsi in uno stato di isolamento. I traffici fra la pianura Campana e la Puglia ne interessavano con sempre maggiore intensità il territorio, mentre predicatori, commercianti, questuanti, vagabondi d’ogni genere in transito vi diffondevano le nuove idee di cui l’Europa si andava permeando, svolgendo talvolta opera deleteria col riferire dell’opulenza delle città, il che accendeva la fantasia dei più giovani tanto da indurne molti a disertare la sicurezza dei campi per rincorrere il miraggio di facili arricchimenti.

Nonostante ciò, l’incremento della popolazione era costante, e diffuso un seppur relativo benessere. Centri propulsori delle attività economiche restavano le comunità monastiche, pur se spesso ostacolate nel processo di sviluppo dal dispotismo del signore locale. Ne è un esempio il sopruso patito dalla chiesa di Santa Maria poi detta a Canna che si era vista sottrarre il proprio impianto di macina fatto costruire presso il fiume Calore, per il quale a nulla erano valse le reiterate richieste di restituzione. Solo le pressioni in seguito esercitate dalle superiori autorità ecclesiastiche avevano convinto il feudatario dell’opportunità di desistere dalla propria arbitraria intransigenza.

Fu così che nell’anno 1150, nella città di Aquaputida, l’odierna Mirabella1, per mano del notaio Giovanni, presenti il cognato di Elia, Ruggero figlio di Ruggero, e, in qualità di testimoni, Guglielmo Rosato, Giovanni di Sant’Egidio e Marino, camerario2 di Elia, fu redatto l’atto di restituzione:

In nomine Dei eterni et salvatoris nostri Iesu Christi. Ego dominus Elias, Dei et domini ac sanctissimi nostri Rogerii gratia Gisualdi dominus, notum facio me quendam molendinum ecclesie Sancte Marie Paterni cepisse et in mei manibus illum tenere; nunc autem Dei ac beatissime eius genitricis Marie amore coacto, congruum nobis est illum huic predicte ecclesie reddere quatinus abbas Iohannes qui est rector et gubernator eiusdem ecclesie et sui successores pro iamdicta ecclesia habeant illum a nostra quietum, sicut ipsa predicta ecclesia hactenus eum habuit antequam nos illum acciperemus. quapropter ego predictus dominus Elias, ideo sicut congruum nobis esse videtur bona etenim nostra voluntate quam et pro firma stabilitate coram nostrorum militum presenciam, silicet Rogerii nostri cognati ac Guilielmi Rosati necnon Iohannis Sancti Egilii aliorumque bonorum nostrorum hominum subscriptorum testium, per hoc videlicit scriptum reddidimus tibi predicto abbati Iohanni totum et integrum predictum molendinum pro iamdicta ecclesia ut semper tu predictus abbas Iohannes et tui successores pro parte predicte ecclesie quietum a nostra parte habeatis, sicut iam superius legitur. Unde obligo me et mei heredes ut ullo adveniente tempore bobis nec huic predicte ecclesie inde non contendamus nec aliquam controversiam faciamus, sed quietum a nostra parte deinceps omni tempore habeatis eum sine contradictione nostra nostrorumque heredum ac nostrorum baiulorum et, ut omni tempore istud firmum a nostra parte corroboratum et verum appareat, de nostro sigillo sigillari precepimus et signum crucis propriis nostris manibus faciendo subscripsimus et Iohanni nostro notario Aqueputide taliter scribere iussimus. In anno dominice incarnationis domini nostri Iesu Christi millesimo centesimoquinquagesimo, mense marcio, tertiadecima indictione. Ego Iohannes notarius hoc scripsi iussu predicti domini nostri Elie. Actu predicte civitatis Aqueputide3. In nome dell’eterno Dio e di Gesù Cristo nostro salvatore. Io signore Elia, signore di Gesualdo per grazia di Dio e del nostro devotissimo signore Ruggero, riconosco di aver preso un mulino della chiesa di Santa Maria di Paterno e di tenere esso in mio possesso; ma ora, preso dall’amore per Dio e per la di Lui beatissima madre Maria, reputiamo giusto qui restituirlo alla predetta chiesa affinché l’abate Giovanni, che è rettore ed amministratore della stessa, ed i suoi successori possano tenerlo senza molestia alcuna da parte nostra, in quanto la stessa chiesa lo possedeva prima che noi glielo togliessimo. Per questo io predetto signore Elia, in quanto lo riteniamo giusto, con buona volontà e con convinta fermezza, alla presenza dei nostri militi, e ugualmente di Ruggero nostro cognato, e di Guglielmo Rosato, nonché di Giovanni di Sant’Egidio e di altri nostri buoni uomini sottoscrittori in qualità di testi, con questo presente atto restituiamo a te, predetto abate Giovanni, intero ed integro il predetto mulino per la suddetta chiesa, affinché sempre tu, abate Giovanni, ed i tuoi successori nella predetta chiesa, non abbiate alcuna molestia da parte nostra, così come già precedentemente si legge. Faccio dunque obbligo, a me ed ai miei eredi, che in qualsiasi tempo futuro, o luogo, alla predetta chiesa non sia mossa contestazione né controversia alcuna, ma indisturbata da parte nostra abbia il mulino per tutto il tempo senza nostra pretesa, né dei nostri eredi, né dei nostri baiuoli4 e, perché in ogni tempo ciò appaia chiaro ed inoppugnabile, garantiamo l’atto col nostro sigillo e lo sottoscriviamo col segno di croce di nostro pugno, e a Giovanni nostro notaio di Mirabella ordiniamo di trascrivere tutto ciò. Nell’anno dell’incarnazione di nostro signore Gesù Cristo millecentocinquanta, nel mese di marzo, tredicesima indizione. Io notaio Giovanni ciò scrissi per ordine del predetto nostro signore Elia. Atto redatto nella predetta città di Mirabella.

Da questo suo gesto riparatore Elia dovette trarre vantaggi sul piano politico. Aveva pienamente compreso che per una rapida ascesa ai vertici del potere non era sufficiente manifestare lealtà e devozione alla corte, ma era indispensabile assicurarsi innanzitutto l’appoggio del potente partito clericale. Ed in questo senso dovette orientare le sue azioni successive se nel maggio dell’anno 1152, insieme con la madre Alberada, signora di Lucera, confermò una donazione precedentemente fatta al monastero di San Giacomo di quella città1.

Nell’anno 1154 morì Ruggero II, re di Sicilia, e gli successe al trono il quartogenito Guglielmo I d’Altavilla.

Furono ancora ragioni di opportunismo politico che indussero Elia, nell’anno 1158, a donare al monastero di Santa Maria dell’Incoronata di Puglia la chiesa di Paterno sotto il titolo di San Damiano, di recente ristrutturata, quella di Santa Maria, poi detta a Canna, ed il mulino sul Calore nel cui possesso quest’ultima era stata reintegrata:

In nomine domini eterni et salvatoris nostri Iesu Christi. Nos Elias, filius domini Guilielmi magnifici ducis Rogerii filius, divina favente clemencia Gisualdi dominus et castelli Paterni aliorumque quamplurium castrorum et civitatum, clarefacimus nos habere in finibus et pertinentiis predicti nostri castelli Paterni quasdam ecclesias, videlicet ecclesiam Beate Dei genitricis Marie et sancti Domiani, que sunt prope ipsius prenominati castelli, et molinum unum que est iuxta fluvium Caloris in loco ubi dicitur subtus ecclesia Sancti Petri. Nunc vero, Dei pietate conpulsus, pro redemcione anime nostre et genitoris ac genitricis aliorumque parentum nostrorum vivorum atque defunctorum congruum nobis est ipsas predictas ecclesias cum transitis et exitis eorum, terris et vineis et ortis, simul et macclas mobilibus et immobilibus, videlicet pertinentibus eorum omnium et ipsum predictum molinum, illud silicet forinsecus ex hac parte terratorii nostri predicti Paterni, primum quod invenitur in introitu case ipsorum mulinorum, que sunt de ecclesia Sancti Petri et Sancte Marie montis Virginis, quod et sopranominatum molinum fuit iam ecclesie Sancte Marie, concedo Dei omnipotenti et monasterio Sancte Marie Coronate quod constructum est in territorio Bulfoniano, cui Dei providentia religiosissimus Donatus abbas preest2.

In nome dell’eterno signore e nostro salvatore Gesù Cristo. Noi Elia, figlio del signore Guglielmo figlio del magnifico duca Ruggero, per divina benevola clemenza signore di Gesualdo e del castello di Paterno e di altri numerosi castelli e città, rendiamo noto possedere entro i confini e le pertinenze del nostro predetto castello di Paterno alcune chiese, cioè la chiesa della Beata Maria madre di Dio e quella di San Damiano, che sono vicine allo stesso castello predetto, ed un mulino che è presso il fiume Calore nel luogo dove è detto sotto la chiesa di San Pietro. Ora in vero, mosso da pietà di Dio, e siccome è a noi conveniente per la redenzione dell’anima nostra e del genitore e della genitrice e di tutti gli altri nostri parenti vivi e defunti, concediamo a Dio onnipotente ed al monastero di Santa Maria dell’Incoronata che è edificata in territorio Bulfoniano, a cui per provvidenza divina è preposto il religiosissimo abate Donato, le stesse predette chiese con relativo diritto di sbocco e di transito, con terreni, vigneti ed orti, unitamente ai beni mobili ed immobili, naturalmente con tutte le loro pertinenze, e lo stesso mulino predetto, all’infuori di quella parte di territorio del nostro suddetto Paterno che si trova antistante l’ingresso delle case dello stesso mulino, che sono della chiesa di San Pietro e di Santa Maria di Montevergine, in quanto il suddetto mulino già appartenne a quest’ultimo monastero. L’atto, che fa esplicito riferimento al consenso concesso da Guglielmo figlio di Elia, fu redatto in Gesualdo dal notaio Spenindeo in anno dominice incarnacionis millesimo centesimo quinquagesimo octavo, mense augusto, sexta indictione. ... nell’anno dell’incarnazione del Signore millecentocinquantotto, mese di agosto, sesta indizione.

Esso reca in calce i segni di croce apposti da Elia e da Guglielmo suo figlio, nonché quello del giudice Angerio e dei testimoni , Alistander milite di Chiusano, Ruggero e Riccardo militi di Paterno.

Vittima di una congiura baronale, il 10 novembre del 1160 fu imprigionato re Guglielmo I d’Altavilla che, liberato dal popolo insorto contro i baroni ribelli, iniziò una spietata repressione che gli valse il soprannome di Malo. Alla congiura non aveva preso parte Elia che dovette notevolmente avvantaggiarsi delle confische e della conseguente ridistribuzione dei feudi, come si può desumere dal Catalogus Baronum, compilato nella seconda metà del XII secolo, in cui sono minuziosamente annotati i feudi ed i militi che per ciascuno di essi ciascun signore feudatario era tenuto a fornire al re.

A proposito di Elia il catalogo cita:

Helias de Gisualdo dixit, quod demanium suum de Gisoaldo est feudum III militum, et de Frecento feudum III militum, et de Aquaputida feudum III militum, de Paterno feudum II militum, de Sancto Magno feudum II militum, de Bonito feudum I militis, de Luceria feudum III militum, de Sancto Lupulo feudum I militis. Una feudum demanij sui militis XVIII et augmentum eius milites XXII et inter feudum, et augmentum milites XL et servientes CC. Elia di Gesualdo dichiarò che il suo territorio di Gesualdo è feudo di tre militi, e di Frigento feudo di tre militi, e di Mirabella feudo di tre militi, di Paterno feudo di due militi, di San Mango feudo di due militi, di Bonito feudo di un milite, di Lucera feudo di tre militi, di San Lupolo feudo di un milite. In tutto diciotto militi dei feudi del suo territorio che, per effetto dell’aumento di ventidue militi, vengono elevati ad un totale complessivo di quaranta militi e duecento inservienti fra tutti i feudi.

A questi vanno sommati i militi resi disponibili dai signori che avevano prestato giuramento di fedeltà vassallatica ad Elia, e cioè:

Guido filius Trogisij de Scapito dixit, quod tenet de eodem Trogisio Serpicum, quod est, sicut dixit, feudum II militum et cum augmento obtulit milites IV (Guido, figlio di Trogisio di Scapito, disse che tiene, dello stesso Trogisio, Serpico che è, come disse, feudo di due militi, e con l’aumento concesse militi quattro);

Guillelmus filius Tristayni tenet de eodem Trogisio de Grutta medietatem Tropaldi ... (Guglielmo, figlio di Tristano, tiene dello stesso Trogisio di Grottaminarda la metà di Atripalda ...), feudo di un milite, elevati a due per effetto dell’aumento concesso;

Rogerius filius Lodoysij tenet de eodem Trogisio de Grutta Villam Maynam, et medietatem Tropaldi ... (Ruggero, figlio di Ludovico, tiene, dello stesso Trogisio di Grottaminarda, Villamaina e la metà di Atripalda ...) e, con il feudo di San Barbato, metteva a disposizione sei militi;

Candida est feudum II militum, Lapigia et Arianellum feudum II militum, et cum augmento obtulit milites VIII, et servientes VIII. Hoc tenet Guido de Serpico, et Rogerius frater eius ... (Candida è feudo di due militi, Lapio ed Arianello feudo di due militi, e con l’aumento si concessero militi otto ed otto inservienti. Questi feudi appartengono a Guido di Serpico ed a Ruggero suo fratello ...);

Dionysius tenet Montem Apertum ...(Dionisio tiene Montaperto ...) con due militi;

Rogerius de Castello vetere tenet de eodem Trogisio Torasium, quod, sicut dixit, feudum III militum, et Sanctum Felicem , quod est feudum I militis ...(Ruggero di Castelvetere tiene, dello stesso Trogisio, Taurasi che, come disse, è feudo di tre militi, e Rocca San Felice, che è feudo di un milite ...), elevati ad otto militi e dieci inservienti;

Benedictus de Forgia, sicut significavit Alfanus Camerarius, tenet Cursanum, et Tropaldum feudum II militum, et tenet Melitum, quod est feudum I militis ... (Benedetto di Forgia, come dichiarò Alfano Camerario, tiene Luogosano ed Atripalda, feudo di due militi, e tiene Melito, che è feudo di un milite ...), aumentati a sei militi e sette inservienti;

Uxor Bartholomaei filii Rogerij ... (la moglie di Bartolomeo figlio di Ruggero ...) disponeva di un feudo non specificato per cui aveva l’obbligo di fornire quattro militi ed altrettanti inservienti;

Petrus de Serra ... aveva un feudo per cui si impegnava a concedere sei militi e pari numero di inservienti;

Guarnerius Sarracenus dixit, quod tenet de praedicto Trogisio Torellam, feudum II militum, et Petram, quae est feudum I militis, et cum augmento obtulit milites VI et servientes X (Guarnerio Saraceno disse che tiene, del predetto Trogisio, Torella, feudo di due militi, e Castello la Pietra, che è feudo di un milite, e con l’aumento concesse sei militi e dieci inservienti).

Inoltre: Guaymarius Sarracenus dixit, quod tenet in capite de Helia de Gisualdo Montem Maranum, quod dixit esse feudum IV militum, et Girifalcum, quod est feudum II militum, et Castellum Franci, quod est feudum I militis ... (Guaimario Saraceno disse di tenere in nome di Elia di Gesualdo Montemarano, che disse essere feudo di quattro militi, e Girifalco, che è feudo di due militi, e Castelfranci, che è feudo di un milite ...), elevati, per effetto dell’aumento concesso, a venti militi e cento inservienti;

Helisaeus de Monte Marano, sicut dixit, tenet de eodem Helia Bayranum ... et in Monte Marano feudum ... (Eliseo di Montemarano , come disse, tiene dello stesso Elia Baiano -oggi contrada del comune di Castelfranci- ... ed un feudo in Monte Marano) per complessivi cinque militi ed altrettanti inservienti;

Accardus de Clusano tenet de eodem Helia Clusanum ... et Papanum ... (Accardo di Chiusano tiene, dello stesso Elia, Chiusano ... e Poppano ...) con cinque militi e dieci inservienti;

Jacob de Castello Veteri de eodem Helia tenet Castellum Vetere, et Sanctum Andream, et Turrem Marellam, et XV villanos de Monte Marano ... (Giacomo di Castelvetere, dello stesso Elia, tiene Castelvetere, Sant’Andrea di Conza, Torremarella e quindici contadini di Montemarano ...), con l’obbligo di fornire complessivamente sei militi e sei inservienti;

Robertus de Fontana Rosa tenet de eodem Helia Fontanam Rosam, quae, sicut dixit, est feudum II et cum augmento obtulit milites IV et servientes VI (Roberto di Fontanarosa tiene, dello stesso Elia, Fontanarosa, che, come disse, è feudo di due e, con l’aumento concesse quattro militi e sei inservienti);

Romus de Maccla Pentorisi1 tenet de praedicto Helia Macclam Pentorisi ..., feudo di due militi2.

Elia dunque disponeva di una consistente schiera militare che contava 142 unità dotate di armamento pesante, supportate da ben 414 inservienti, ed esercitava la sua influenza su di un vasto territorio.

Appare altresì evidente, dalla considerevole elevazione del numero dei militi messi a disposizione della corona, che la popolazione irpina era in rapida crescita.

Anche l’agglomerato fortificato di Paterno aveva subito, per effetto dell’incremento demografico, una graduale dilatazione: casupole, catapecchie, tuguri, baracche erano venuti ammassandosi nell’area antistante la porta del castello. In un intricato sistema di vicoli angusti e bui, ingombri di ripide scalette, di arcate, di uscioli, ne risultava impegnata l’intera superficie oggi occupata dalla Chiesa Madre, nonché parte dell’area retrostante ove sorge il palazzo Famiglietti. Ad est del nuovo agglomerato urbano, sotto il titolo di San Luca, fu eretta una chiesetta pervenutaci nella originaria struttura a volta ora adibita a sacrestia della maggiore chiesa. Sotto di essa, con accesso, oggi occluso, dal cortile interno del palazzo Famiglietti, fu realizzata la cripta destinata alla sepoltura dei morti.

Per esigenze difensive Elia fece inglobare nella cinta muraria il nuovo abitato e l’area retrostante. Lungo la scarpata fu edificato, rinforzato con contrafforti disposti ad intervalli regolari, un muro di contenimento in pietra che si elevava per circa un metro, a mo’ di parapetto, oltre il piano di superficie di un terrapieno, oggi suddiviso fra piazzetta Sottochiesa e la parte ad essa adiacente del cortile Famiglietti, successivamente utilizzato come luogo di pubbliche riunioni e tramandatoci col nome conseguente di Seggio.

Nella compattezza della muraglia, là dove attualmente inizia il primo vicolo Sottochiesa, fu ricavata la nuova porta, detta di Napoli in quanto apriva sulla strada allora denominata Pendino della Fontana ed oggi nota come Pendino ed intitolata a Salvatore De Renzi, la quale biforcando per Chiarino e Serroni discendeva fino al ponte romano sul Calore per immettersi alfine sulla via Napoletana in territorio di Luogosano. Alla porta si accedeva tramite un ponte, sorretto da un’unica campata a semiarco, la cui estremità si distendeva lungo la china del colle con un terrapieno digradante, in modo da stemperarne il dislivello. Ancora all’inizio del 1700 veniva venduta una casa terragna con grotta, o lamia dentro, sita dove se dice la Porta di Napoli, loco detto da sotto lo ponte, confinato da uno, e l’altro lato l’ornara, da sotto il supportico di Nicola di Sandolo1.

Una porta secondaria fu aperta a monte, presso la chiesetta di San Luca, da dove una via scendeva ad innestarsi sulla strada per San Quirico che dirigeva verso l’Ofanto e la lontana Puglia.

Ancora una volta le pietre necessarie alla realizzazione delle opere erano state estratte dalle cave di corso Vittorio Emanuele e dell’omonima piazzetta, sicché quel versante del colle appariva mutilato e sventrato da una serie di grotte dall’ampia volta che si addentravano in profondità nelle viscere della terra.

Morto Guglielmo I il Malo nell’anno 1166, sotto la reggenza della madre Margherita di Navarra cinse la corona del regno di Sicilia il figlio tredicenne Guglielmo II, che sarà detto il Buono.

Elia, investito di incarichi politici sempre più prestigiosi, ormai non dimorava che saltuariamente in Gesualdo. Per calcolo o per convinzione egli perseguiva una linea di incondizionato sostegno alla corona, ma le sue scelte non erano pienamente condivise dai figli, tant’è che il primogenito Guglielmo, allorquando intorno ad Enrico di Montescaglioso si coagulò lo scontento di alcuni baroni per la politica centrale, si unì a loro per marciare su Palermo, allo scopo di scacciarne sia il conte di Molise Riccardo de Mandria, che la regina aveva elevato a membro del consiglio di reggenza, sia Stefano Perche, nominato cancelliere ed imposto come arcivescovo della città.

La cura dei feudi in Irpinia era ormai affidata al secondogenito Ruggero, anche se Elia, nei suoi rari e brevi rientri in Gesualdo, non trascurava di riaffermare la propria autorità col sottoscrivere elargizioni a favore dei principali monasteri.

Fu così che, in Gesualdo, in anno dominice incarnacionis millesimo centesimo septuagesimo quinto, terciodecimo die mensis iulii ... Nos Helias divina favente clementia Gisualdi atque Paterni aliorumque castrorum ac civitatem dominus clarefacimus nos habere quoddam tenimentum in pertinencis eiusdem castelli nostri Paterni, quod est terra vacua et asprum insimul coniuntum et sunt in locis ubi Ballare dicitur et Manimurcis vocatur et sunt pertinentes nobis nostreque curie Paterni. Nos vero ..., cum Rogerio filio meo, offerre illud Deo omnipotenti et ecclesie Sancti Quirici, que est sita in tenimento eiusdem castelli nostri Paterni, in elemosinis ad redemcionem animorum nostrarum et pro remissione peccatorum nostrorum et omnium parentum nostrorum tam vivorum quam et defuntorum. Quapropter nos prenominati dominus Helias una cum prenominato Rogerio filio meo ideo, sicut congruum nobis esse videtur, bona etenim nostra voluntate quam et pro firma stabilitate coram Guilielmo et Goffredo filiis meis necnon et Guaymario iudicem et Ubulino nostro stratigoto et Bartholomeo et Rikcardo de Paterno militibus et domino Iohanne Porcaro archipresbitero et domino Felice sacerdotibus aliisque probis et bonis hominibus Paterni nostrisque fidelibus per hanc videlicet cartulam eidem prenominate ecclesie Sancti Quirici, cui prior est religiosus monachus sacerdos Christi famulus dominus Alferius nomine, totum et integrum ipsum iamdictum tenimentum quod est, ut diximus, terra vacua et asprum de iamdictis locis simul coniuntum in elemosinis obtulimus ... et pro hac nostra oblacione confirmanda et constabilisenda manifestamus nos inde in benediccione suxepisse uncias auris tres et pullum unum equinum valentem unciam auri unam ab ipso prenominato domino Alferio sacerdote et venerabili monacho Christi famulo et eiusdem prenominate eclesie priore ...2.

... nell’anno dell’incarnazione del Signore 1175, tredicesimo giorno del mese di luglio ... Noi Elia, per benevola divina clemenza signore di Gesualdo e di Paterno e di altri castelli e città, dichiariamo di tenere un possedimento nelle pertinenze dello stesso nostro castello di Paterno, che è terra spoglia insieme ad un contiguo terreno incolto, che sono nei luoghi dove è detto Ballare ed è chiamato di Manimurci1, e sono di nostra proprietà e nella nostra giurisdizione di Paterno. Noi in verità ..., insieme con mio figlio Ruggero, offriamo ciò a Dio onnipotente ed alla chiesa di San Quirico, che è sita in territorio dello stesso nostro castello di Paterno, come elargizione per la salvezza delle nostre anime e per la remissione dei nostri peccati e di quelli di tutti i nostri parenti sia vivi che morti. Perciò noi suddetti signore Elia unitamente al prenominato mio figlio Ruggero, siccome si ritiene ciò a noi conveniente, sia per nostra buona volontà che per ferma ed unanime decisione dei miei figli Guglielmo e Goffredo, e col giudice Guaimario, e col nostro straticò Ugolino, e con i militi di Paterno Bartolomeo e Riccardo, e coi sacerdoti signor Giovanni arciprete e signor Felice, e con altri probi e buoni uomini di Paterno a noi fedeli, per effetto del presente atto offriamo in elargizione tutto e per intero il suddetto possedimento che è, come detto, terra spoglia insieme a contiguo terreno incolto, alla prenominata chiesa di San Quirico, il cui priore è il religioso monaco sacerdote, signore servo di Cristo, di nome Alferio ... ed a conferma ed a consolidamento di questa nostra donazione facciamo presente di ricevere, come espressione di riconoscenza, tre once d’oro ed un puledro del valore di un’oncia d’oro dallo stesso summenzionato signor Alferio sacerdote, venerabile monaco servo di Cristo, priore della stessa chiesa suddetta ...

L’atto fornisce inoltre indicazioni sull’ubicazione dei terreni ceduti, sicché si può stabilire che le località dette Ballare e Manimurci coincidessero con parte dell’attuale contrada denominata San Quirico, identificandosi con lo scoscendimento pressoché trapezoidale compreso fra le interpoderali per Mattine e per il Fredane, quest’ultima in disuso non coincidendo con la strada che attualmente delimita la località Fornaci, ed il vallone che rispettivamente le interseca a monte e a valle.

Questa è infatti la descrizione che nel documento viene fatta dei confini dei possedimenti donati:

... a prima et superiori parte vadit per finem rei ipsius prefate eclesie et tendit usque in vallonem (... una prima, nonché superiore parte, costeggia il confine della stessa predetta chiesa e si estende fin nel vallone): il confine superiore quindi, alle spalle della chiesa, teneva un andamento pressoché parallelo all’attuale carrabile che conduce alle Mattine, avendo principio dalla interpoderale in disuso per Fredane, che sulla stessa carrabile si innesta a circa quattrocento metri dall’incrocio delle Fornaci, e terminando nel vallone che a monte delimita la località detta Chioccarella;

a secunda parte vadit secus eundem vallonem et dessendit usque in viam puplicam ubi Vadum Pauli dicitur (la seconda parte prosegue lungo il vallone e discende fin sulla via pubblica dove è detto Guado di Paolo): il secondo confine costeggiava cioè il vallone verso il basso, fino ad intersecare l’attuale interpoderale che dall’incrocio delle Fornaci discende al Fredane là dove, in mancanza di un ponticello, era un guado, detto di Paolo, a consentire il superamento del vallone;

a tercia et inferiori parte vadit per finem ipsius puplice vie, sicut terminatum est, et tendit usque in aliam viam puplicam, que dessendit da ipsa eclesia (la terza parte, che è l’inferiore, costeggia la stessa pubblica via, che fa da confine, e risale fino ad altra via pubblica, che discende dalla stessa chiesa): il terzo confine era dunque segnato dal tratto della strada Fornaci-Fredane compreso fra il guado del vallone e l’imbocco a valle dell’interpoderale in disuso;

a quarta vero parte vadit per finem ipsius puplice vie usque in rem ipsius eclesie, ubi priorem finem incipimus et sic coniungitur priori fini (la quarta parte ha per confine la stessa strada pubblica fino alla proprietà della stessa chiesa dove si è fatto iniziare il primo confine al quale si congiunge): risaliva cioè l’interpoderale in disuso che a monte delimitava il terreno già di proprietà della chiesa.

Fu questo uno degli ultimi atti di Elia in relazione all’amministrazione dei propri feudi in quanto, nell’anno 1183, fu elevato alle cariche di giustiziere del regno e di regio commestabile, cioè primo degli ufficiali reali e capo di tutto l’esercito2.

Intanto il re di Sicilia Guglielmo II d’Altavilla detto il Buono non era riuscito ad avere eredi legittimi al trono. La successione nella corona spettava quindi a sua zia, la principessa Costanza, ultima figlia di re Ruggero II, nata dopo la di lui morte, nell’anno 1154, dalla terza moglie Beatrice di Rethel.

Ritenendo di assicurare la prosperità del proprio regno associandone le sorti a quelle della maggiore potenza politica europea, re Guglielmo II pensò di dare in sposa sua zia Costanza ad Enrico VI, figlio di Federico Barbarossa. Questi, perseguendo il sogno degli imperatori germanici di realizzare l’unità territoriale della penisola unificando il regno d’Italia col regno di Sicilia, non si lasciò sfuggire l’occasione propizia. Costanza fu tratta dal convento e, nonostante avesse superato il trentunesimo anno di età mentre Enrico non ne aveva ancora compiuti ventuno, fu portata all’altare, a Milano, il 27 gennaio 1186.

Che Ruggero avesse intanto sostituito il padre Elia nell’amministrazione dei feudi in Irpinia lo indica la cartula donationis del febbraio 1188 con la quale ... Rogerius Dei et regia gratia Gisualdi aliorumque castrorum ac civitatem dominus ... (...Ruggero per grazia divina e regia signore di Gesualdo e di altri castelli e città ... ) faceva dono, per i buoni servigi resigli, a Pietro di San Mango, figlio del fu Giovanni Povero, di una vigna sita in località Cappella di San Mango1.

Ed è ancora Ruggero, seppure con la madre Diomeda e con il padre Elia, a donare al monastero di Cava, nell’ottobre del 1188, un mulino sul fiume Calore in territorio di Taurasi2.

Di ben altra natura erano ormai gli impegni di Elia. Nel 1187 il Saladino aveva conquistato Gerusalemme e in quell’anno 1188 re Guglielmo II inviò in Terrasanta una flotta di duecento navi con la quale partì pure il fratello di Elia, Aristolfo, che si sarebbe distinto per forza e coraggio nella guerra contro gli infedeli, tanto da ottenere in sposa la figlia del re di Cipro. Ebbene, all’impresa Elia contribuì fornendo 200 fanti e 40 uomini d’armi, e posto, al dire del Giovio, che ogni uomo di grave armatura ne menava seco altri tre cioè uno scudiero e due valletti detti guardie laterali, è facile argomentare quanta importanza aveva allora la Contea Gesualdina3.

Sul finire dell’anno 1188, o nei primi mesi del 1189, venne a mancare Diomeda, moglie di Elia, che fu seppellita nella chiesa di Montevergine.

Preso da improvviso scoramento, Elia, nel 1189, fece testamento, disponendo che fosse seppellito egli pure, alla sua morte, nella chiesa di Montevergine alla quale lasciava una rendita di 25 once d’oro all’anno, per la qual cosa impegnava tutti i suoi possedimenti4; ma poi, presumibilmente in quello stesso anno, convolò a seconde nozze con Guerriera da cui avrebbe avuto due figli: Roberto e Maria, che avrebbe in seguito sposato Goffredo Marra, gran giustiziere del regno.

Nell’anno 1189 morì re Guglielmo II d’Altavilla detto il Buono. I baroni meridionali, che con Costanza sapevano estinguersi la dinastia normanna e non vedevano di buon occhio l’avvento della dinastia sveva, le opposero, quale successore al trono di Sicilia, il conte di Lecce Tancredi, nipote del defunto re Ruggero II in quanto figlio illegittimo del di lui primogenito Ruggero, e quindi zio della stessa Costanza.

Tancredi fu incoronato re e come tale riconosciuto da papa Clemente III in quello stesso anno 1189; ma l’anno dopo, il suo successore, papa Celestino III, dichiarò illegittima l’incoronazione.

Il 15 aprile 1191 Enrico VI di Svevia e la moglie Costanza cinsero a Roma la corona imperiale, dopo di che il neoimperatore mosse verso Sud per far valere con le armi i propri diritti sul regno di Sicilia. Incontrando scarsa resistenza, giunse presso Napoli e vi pose l’assedio dopo aver lasciato la moglie Costanza al sicuro a Salerno. Ma qui i partigiani di Tancredi insorsero ed in loro aiuto accorse col proprio esercito Elia di Gesualdo che, senza difficoltà, espugnò la città, fece prigioniera Costanza e personalmente la scortò fino a Palermo dove la consegnò a Tancredi.

Intanto, sotto le mura di Napoli, il gran caldo di quell’estate aveva favorito il diffondersi della peste fra le file tedesche, ed Enrico VI, già demoralizzato per l’accanita resistenza dei Napoletani, addirittura sconvolto per lo smacco subito ad opera di Elia, fece precipitoso ritorno in Germania per soffocarvi una ribellione del partito guelfo capeggiato da Enrico il Leone.

Ciò fu di non poco sollievo per Elia e per lo stesso re Tancredi che, paghi della fine delle ostilità, si affrettarono ad accettare la mediazione del papa in virtù della quale Costanza fu liberata.

Sul finire del 1193 morì Ruggero, figlio ed erede di Tancredi, e lo stesso re cessò di vivere il 20 febbraio del 1194, lasciando sul trono di Sicilia il secondogenito Guglielmo III sotto reggenza della vedova regina Sibilla di Acerra.

Enrico VI ritenne essere giunto il momento propizio per intervenire militarmente nel regno di Sicilia e, aiutato dalle flotte pisana e genovese, nell’agosto del 1194 attaccò con forze di mare e di terra Salerno che costrinse alla capitolazione, lasciandola quindi per vendetta al sacco del proprio esercito.

Con tempestivo senso di opportunismo i figli di Elia di Gesualdo fecero atto di sottomissione all’imperatore, scampando così all’eccidio che questi fece di baroni, e addirittura riuscendo a conservare parte dei propri feudi

Enrico VI, senza incontrare valida resistenza, attraverso la Puglia e la Calabria raggiunse Catania, dove ebbe ragione delle residue difese normanne, e quindi Palermo nel cui duomo, il 25 dicembre 1194, fu solennemente incoronato re di Sicilia, dando inizio alla dinastia sveva.

Alla cerimonia avevano presenziato molti dei baroni ribelli, a cui Enrico VI aveva finto di concedere il proprio perdono, e tutti, nel giorno di Santo Stefano, furono tratti in arresto ed imprigionati, esiliati o giustiziati.

Non era stata presente invece Costanza che, costretta ad interrompere il viaggio dal proprio stato di gravidanza, in quello stesso 26 dicembre 1194, ad Iesi, aveva dato alla luce l’erede al trono di Sicilia Federico Ruggero, il futuro imperatore Federico II.

Di Elia tacciono le cronache. Secondo Jannacchini gli fu fatta grazia della vita per intercessione di Costanza, trattata durante la prigionia con l’ossequio dovuto al suo rango. Probabilmente l’anziano feudatario visse i suoi ultimi anni in volontario isolamento nel castello di Gesualdo.

L’imperatore Enrico VI morì di malaria il 28 settembre 1197 e la moglie Costanza assunse la reggenza del regno di Sicilia. All’aspirante al trono imperiale Filippo di Svevia fu contrapposta la candidatura di Ottone IV che l’anno successivo fu investito del titolo di re di Germania e dei Romani.

L’8 gennaio 1198 morì papa Celestino III e nello stesso giorno venne eletto il suo successore nella persona del cardinale Lotario dei conti di Segni che, il 22 febbraio, assunse il nome di Innocenzo III. Il successivo 17 marzo Costanza fece incoronare re di Sicilia Ruggero Federico, non ancora di quattro anni, e, il 27 novembre, morì lei stessa, lasciando il figlioletto sotto la tutela del papa ed il governo del regno nelle mani del gran cancelliere Gualtiero di Palearia.

Fu, forse, nei primi mesi dell’anno 1206 che Elia, nel suo castello di Gesualdo, esalò l’ultimo respiro.


1 In seguito alla distruzione di Eclano compiuta nell’anno 663 ad opera dell’esercito bizantino di Costante II, la città era stata ricostruita in zona paludosa e malsana, oggi ricordata nella frazione denominata Pianopantano, tanto da meritare il nome di Aquaputida.

2 Ufficiale con funzioni di tesoriere, sovrintendendo alla riscossione, alla custodia ed alla erogazione delle rendite.

3 Placido Mario Tropeano: Codice Diplomatico Verginiano, Vol. III - Montevergine 1979.

4 Rappresentante del signore nel feudo.

1 Enrico Cuozzo: Catalogus Baronum, commentario - Roma 1948.

2 Placido Mario Tropeano: Codice Diplomatico Verginiano, Vol. IV - Montevergine 1979.

1 Feudo non identificato.

2 Falcone Beneventano: Catalogus Baronum, in Giuseppe Del Re: Cronisti e Scrittori sincroni napoletani, Vol. I - Napoli 1845\1868.

1 Archivio di Stato di Avellino - Protocolli notarili, Distretto di Sant’Angelo dei Lombardi: Notai di Paternopoli - Fasc. 1882.

2 Placido Mario Tropeano: Codice Diplomatico Verginiano, Vol. IV - Montevergine 1979.

1 Col nome di Ballare, cioè Vallate, si indicava la vasta area valliva compresa fra Tuoro, Sferracavallo e Li Rocchi. “Le Vallare” si riscontra ancora nei documenti del secolo scorso quale denominazione di una zona ivi ubicata.

Manimurci invece, traducibile in “mani debilitate”, doveva essere una limitata località a monte, legata ad un personaggio o ad un fatto specifico di cui si è persa memoria.

2 Conte Berardo Candida Gonzaga: Memorie delle famiglie nobili delle province meridionali d’Italia, Vol. II - Napoli 1875.

1 Placido Mario Tropeano: Codice Diplomatico Verginiano, Vol. VIII - Montevergine 1979.

2 Enrico Cuozzo: Catalogus Baronum, commentario - Roma 1948.

3 Angelo Michele Jannacchini: Topografia storica dell’Irpinia, Vol. I - Napoli 1889.

4 Enrico Cuozzo: Catalogus Baronum, commentario - Roma 1948.