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Capitolo 09 - Infeudamento di Paterno

Completata nell’anno 1078 la conquista dei territori che avevano costituito il dissolto principato di Benevento, Roberto d’Altavilla detto il Guiscardo, investito del titolo di I duca di Puglia, ottenne da papa Gregorio VII la conferma dell’accordo di Melfi del 1059, il che gli consentì di porre un freno alle tendenze autonomistiche delle signorie locali. Quindi, al fine di prevenire possibili trame eversive e di contrastare le rivendicazioni della tuttora agguerrita nobiltà longobarda, ricorse all’assegnazione di terre, ripartite in feudi, ad uomini di provata fedeltà, nonché alla nomina di straticò capaci a cui fu demandato il compito di ripristinare l’ordine sociale, di rilanciare le attività economiche e di organizzare la difesa territoriale.

Tuttavia, non pago dell’esteso possedimento realizzato, il Normanno, accampando a pretesto presunti diritti di una sua figlia, nel 1081 si impadronì di Corfù ed avanzò fino a Salonicco da dove però, nel 1082 , fu costretto a far ritorno per reprimere una rivolta scoppiata nel ducato. Ristabilito l’ordine in patria e ripreso il comando della spedizione, nell’anno 1085 lo colse la morte nei pressi di Cefalù, mentre teneva d’assedio la città.

Lasciava due figli maschi: Boemondo, natogli dalla moglie Alberada, a cui andò la città di Taranto, e Ruggero Borsa, nato dal matrimonio con Sigilgaita, che ereditò il ducato di Puglia e Calabria.

Boemondo però, non soddisfatto di quella spartizione che riteneva iniqua, entrò in conflitto col fratello. A favore del nipote Ruggero Borsa si schierò allora Ruggero I d’Altavilla, fratello del defunto Roberto il Guiscardo, che, anche con concessioni di terre, riuscì a comporre la lite ma non a placare l’animo di Boemondo che, amareggiato, nel settembre del 1096 lascerà l’Italia alla volta di Gerusalemme con la prima crociata armata della cristianità unita.

Nell’anno 1091, con la presa di Noto, Ruggero I d’Altavilla realizzò la completa conquista della Sicilia e la sovranità sull’isola gli fu riconosciuta da papa Urbano II, nel 1098, col titolo di conte.

Allo scadere dell’XI secolo dunque l’Italia meridionale si presentava saldamente in mano normanna, con la parte peninsulare tutta sotto il dominio di Ruggero Borsa e la Sicilia governata da suo zio Ruggero d’Altavilla. La stabilità politica che ne derivò non tardò ad esplicare i suoi benefici effetti sulla ripresa economica, mentre il fatalismo ed il disorientamento generati dall’assenza di valori che aveva caratterizzato i secoli bui delle lotte intestine e della barbarie non potevano che risolversi in un’ansia di rinnovamento morale, da realizzarsi soprattutto attraverso la fede e la pratica religiosa.

La prima metà del secolo XII visse in gran parte sull’onda dello sviluppo avutosi nel secolo precedente. L’incremento demografico non accennava a diminuire e, con esso, lo sviluppo urbano ed agricolo. Legato al primo era, ovviamente, il movimento comunale e il proseguire di quella che abbiamo chiamata la “crociata monumentale”, cioè la costruzione collettiva ed entusiasta di chiese1.

Così Paterno, possedimento del ducato di Puglia retto dal normanno Ruggero Borsa, non poteva restare estraneo all’operoso fermento, intriso di religiosità e di ambizione politica, che investiva ogni contrada. In ognuno dei suoi numerosi seppur scarsamente popolati agglomerati urbani, sorti come celle delle prime comunità monastiche o per aggregazione spontanea, per iniziativa del clero o per le esigenze spirituali degli stessi dimoranti cominciarono ad edificarsi le chiese al cui titolo si sarebbero ispirati i nomi delle diverse contrade. Si ebbero allora San Damiano, Sant’Andrea, Sant’Angelo, San Felice e fors’anche altre di cui si è perduta memoria.

Il progressivo accrescimento della popolazione favoriva intanto la rapida ripresa delle attività sia agricole che artigianali, a sostegno delle quali si imponeva un razionale sfruttamento delle risorse, soprattutto idriche. Furono perciò aperte nuove cave di pietra e di pozzolana, fu incrementata la produzione di laterizi e, al fine di assicurare una costante erogazione di acqua potabile, furono realizzate quelle opere che si sarebbero mantenute funzionali fino ai nostri giorni.

Per queste ultime la tecnica adottata fu ovunque la stessa. Là dove si manifestava la presenza di acque sorgive furono scavate nel terreno delle profonde grotte il cui ingresso, opportunamente sbarrato, consentiva l’accumulo sotterraneo del prezioso liquido.

In alcuni casi la fonte potette essere realizzata solo addentrandosi in profondità nel terreno, come per il Cupitiello ove l’accesso all’acqua fu reso possibile tramite un angusto cunicolo a volta, detto cupa, da cui la denominazione della fontana.

In altri casi al deposito sotterraneo ne venne affiancato un secondo a cielo aperto, una vasca utilizzata altresì per allevamenti ittici. Di certo dotate di peschiera furono la fontana della Pescara e quella della Pescarella.

L’immediata conseguenza del recupero di terreni agricoli fu l’incremento della produzione di frumento. L’antiquato sistema di macina, costituito da una pesante pietra a forma circolare azionata da asini, risultava ormai inadeguato a soddisfare gli accresciuti bisogni di una popolazione in costante aumento. Delle nuove esigenze si fece interprete la chiesa di San Quirico, a cui non tardarono ad affiancarsi quelle di San Pietro e di Santa Maria poi detta a Canna, con la costruzione di distinti impianti di macina a funzionamento idrico, presso il fiume Calore, lungo il tratto prospiciente lo scalo ferroviario di Paternopoli1. E’ probabile che la comunità monastica di Santa Maria avesse aderito per ultima al progetto, avendo già realizzato un proprio analogo impianto lungo il vallone della Pescarella che però, per la limitata disponibilità di acqua, aveva trovato impiego discontinuo e quindi non rispondente alle mutate esigenze.

La nuova struttura fu opera imponente per l’epoca in quanto, per l’alimentazione delle vasche di deposito in cui raccogliere acqua sufficiente ad azionare le pesanti macine, fu necessario realizzare un complesso sistema di chiuse e costruire lunghi canali, in parte interrati ed in parte aerei, sorretti da arcate, allo scopo di vincere le asperità del terreno.

Nell’anno 1101 morì Ruggero I, conte di Sicilia, a cui, dopo il primogenito Simone, successe, nel 1103, il secondogenito Ruggero II d’Altavilla, sotto tutela della madre Adelaide degli Aleramici di Monferrato.

Suo nipote Ruggero Borsa, duca di Puglia, aveva sposato Ala e, conosciuta una donna salernitana di nome Maria, se ne era innamorato al punto da intrattenere con essa una stabile relazione adulterina. Dal rapporto extraconiugale era nato un figlio a cui, al pari del proprio primogenito, aveva imposto il nome di Guglielmo.

Nell’anno 1105 il bastardo Guglielmo doveva aver già superato l’età della pubertà poiché la duchessa Ala, nel timore che il giovane potesse aspirare all’eredità paterna, ed anche con l’intento forse di porre fine all’annosa tresca amorosa, indusse il duca suo sposo a far dono a Maria ed a suo figlio di alcuni beni nella città di Salerno, al che si ottemperò nell’agosto di quell’anno: Per interventum dominae Alae coniugis nostrae, concedo tibi Marie, que es uxor Iohannis, et Guigelmo, quem ex ipsa Maria genitum habemus, ...2 una casa ed alcuni orti.

Per intercessione della signora Ala nostra consorte, concedo a te Maria, che sei moglie di Giovanni, e a Guglielmo, che dalla stessa Maria abbiamo come figlio, ... una casa ed alcuni orti.

Ma il bastardo Guglielmo era ambizioso ed intraprendente. Il sangue del Guiscardo, suo nonno, gli scorreva nelle vene. Ben lungi dal ritenersi appagato dalla misera concessione paterna, avvalendosi della sua illustre origine, sposò Alberada, figlia di Goffredo, conte di Lecce, ricevendone in dote la signoria di Lucera. Dal padre Ruggero Borsa, poi, si fece assegnare la signoria di Gesualdo e di altri castelli dell’Irpinia, certamente Frigento, Mirabella, San Mango e Bonito1.

Morto nel 1111 Ruggero Borsa, il ducato di Puglia passò nelle mani del figlio legittimo Guglielmo. Al nuovo duca, suo fratellastro, il bastardo Guglielmo si affrettò a chiedere la conferma delle concessioni paterne in Irpinia, cosa che ottenne non prima però del 1115 in quanto, nell’aprile di quell’anno, in un documento col quale faceva dono all’abbazia di Cava di alcuni beni siti nelle pertinenze di Lucera, si fregiava del solo titolo di signore di quel castello: Guilielmus divina favente clementia dominus Lucerie, domni Rogerii magnifici ducis filius2.

Guglielmo, signore di Lucera per benevola divina concessione, figlio del magnifico duca Ruggero.

Paterno era tuttora terra ducale quando ebbe a patire gravi danni per le copiose piogge primaverili. Era l’anno 1120 della Incarnazione del Signore, secondo del pontificato di Callisto II, sommo Pontefice e Papa universale, nel mese di marzo, XIII dell’Indizione; in questo anno, del mese di maggio, tre dì innanzi alla festa di S. Eustachio, fu un grande straripamento del fiume Calore, del quale niuno di quanti ci viveano ricordava il simigliante3.

A Paterno ingenti furono i danni che ne riportò il mulino sul fiume Calore. La diga in legno fu spazzata via e divelte furono pure le arcate di sostegno dei canali di immissione e di scarico. E’ improbabile che lo straticò accollasse all’erario le spese di riparazione. Ad un primo sommario intervento provvide forse la chiesa di Santa Maria che in tal guisa garantì una seppure temporanea fruibilità della struttura.

In quegli anni il bastardo Guglielmo fu riconfermato dal fratellastro nel possesso della signoria di Gesualdo e degli altri castelli in Irpinia. Lo rivela un documento del luglio 1126 sul cui verso risulta tracciata la notazione del secolo XVII: Santo Mango, nihil pro monasterio (San Mango, nulla per il monastero). L’atto, custodito presso l’abbazia di Montevergine, riguarda la donazione, in cambio di sei tarì di moneta salernitana, di un suolo edificatorio a Riccardo, figlio di Riso, fatta da Guido, straticò del castello di San Mango, per proficuo domno meo Guidelmo potestatem habere4 (per averne la facoltà nell’interesse del mio signore Guglielmo).

In quello stesso anno 1126 l’abbazia di Montevergine, voluta da San Guglielmo da Vercelli, veniva ultimata.

Il 26 luglio dell’anno 1127 morì il duca di Puglia Guglielmo, e suo cugino Ruggero II d’Altavilla, conte di Sicilia, si appropriò della successione, riunendo sotto il proprio dominio tutti i possedimenti normanni.

Papa Onorio II, che vedeva compromessi gli equilibri politici ai confini meridionali di Roma ed avvertiva nell’unità normanna un pericolo per il potere temporale della Chiesa, gli inviò contro un esercito al comando di Roberto II di Capua; ma Ruggero II uscì vittorioso dallo scontro e costrinse il papa, nell’anno 1128, ad investirlo del ducato di Puglia. L’anno successivo poi, in un’assemblea tenuta a Melfi, ottenne la formale obbedienza dei vassalli e, morto Onorio II nel 1130, avendo appoggiato l’elezione a papa di Anacleto II in opposizione ad Innocenzo II, ne fu riconfermato col titolo di re di Sicilia, cingendo la corona a Palermo nel Natale del 1130.

Il neonato regno però si trovò a dover fronteggiare l’accanita opposizione dei feudatari longobardi del ducato di Puglia, in aiuto dei quali non tardò ad accorrere l’imperatore Lotario II, sostenitore della candidatura a papa di Innocenzo II, occupando, nell’anno 1136, parte della Puglia e della Campania.

Re Ruggero II si rifugiò in Sicilia ed ivi attese che l’imperatore fosse ripartito, quindi sbarcò a Salerno da dove mosse contro i feudatari ribelli.

Nel 1138 morì papa Anacleto II ed al soglio pontificio ascese Innocenzo II. Re Ruggero, pur privato di un potente alleato, riuscì ad avere la meglio sui suoi avversari. In quello stesso anno distrusse ed incendiò il castello di Montemarano sottraendolo al longobardo Atto a lui ostile, che nella signoria di quel feudo era succeduto a Landolfo nel 1136, per affidarlo come suffeudo a Guarnerius Sarracenus, unitamente ai castelli di Girifalco e di Castelfranci1.

L’anno successivo, il 22 luglio, nella battaglia di Galluccio presso il Garigliano, re Ruggero sconfisse e fece prigioniero Innocenzo II, ottenendo da questi, col trattato di Mignano, il riconoscimento del regno di Sicilia.

Nel riassetto territoriale che ne seguì, nell’anno 1139, non solo il bastardo Guglielmo fu confermato nel possesso dei beni ottenuti in Irpinia dal padre Ruggero Borsa, ma addirittura si vide offerta dal re anche la signoria di Paterno, circostanza che, implicitamente ma in maniera inequivocabile, emerge dalla cartula oblationis del 1142, pergamena n. 269, custodita presso l’abbazia di Montevergine.

Guglielmo, legittimato dall’atto reale, si considerò unico ed assoluto proprietario di tutti i beni esistenti sul territorio del nuovo feudo, non escluse le chiese, arrogandosi il diritto di disporne a suo piacimento. Da Alberada aveva avuto un figlio, Elia, che, ora in maggiore età, aveva associato nell’amministrazione dei suoi feudi. Il nome di Elia compare già in un atto del dicembre 1141 in cui, unitamente al padre Guglielmo, fa dono all’abbazia di Cava delle chiese di San Pietro e di Sant’Andrea, in territorio di Paterno, con relativi servizi e pertinenze2.

Nell’anno 1138 intanto, sotto il titolo del Salvatore, ad opera di San Guglielmo da Vercelli, era stata completata l’abbazia del Goleto.

Dalla pacificazione sociale, seppure imposta dal re con le armi, Paterno trasse le ragioni per nuovi impulsi al suo sviluppo. Il signore Guglielmo e suo figlio Elia dimoravano stabilmente nel castello di Gesualdo, esercitando un diretto controllo sui propri feudi e diligentemente operando in modo da comporre ogni residua conflittualità col potente partito clericale.

A questa politica si ispirò la donazione fatta all’abbazia di Montevergine, nell’anno 1142, della chiesa di San Quirico, del mulino sul fiume Calore ad essa pertinente, e della chiesa di Santa Croce in Frigento, ancora in fase di costruzione, per la quale il vescovo di quella diocesi, Giovanni, pretese il canone annuo di una libbra di cera, da corrispondersi nel giorno della festività di Santa Maria, e cioè il 15 agosto.

Nos Guilielmus, recita il documento, beate memore Roggerii magnifici ducis filius, divina favente clementia castellum Gisoaldi et civitas Frequenti aliaque castella et civitates nostro subduntur dominatui, nec non gratia Dei et concessione nostri domini gloriosi et invictissimi regis Roggerii castelli Paterni dominamur, clarefacimus in eodem castro Paterni scilicet in territorio suo quamdam ecclesiam vocabulo Sancti Clerici esse constructam et quoddam molendinum in fruvio Caloris nos obtinere in pertinentia predicti castelli et quamdam petiam terre videlicet nostram propiam starzam in loco ubi Bassanus dicitur et quattuor nostros homines commorantes in prephato castello, quorum nomina hec sunt: Iohannes Gemme et Marcus de Martino et Risandus de Aldorose et Guido Marirose ... Nunc vero pro salute anime nostre et filii nostri Elye et uxoris nostre Alberade atque nurus nostre Diomede et pro redentione anime prephati nostri genitoris nostreque genitricis omniumque parentum nostrorum vivorum atque defuntorum congruum nobis est, una cum predicto filio nostro Elya atque consentiente nobis et annuente Iohanne Frequentine s(edis) presule, offerre ultroaneus Deo omnipotenti et ecclesie beatissime Dei genitricis et virginis Marie montis Virginis, cui religiossimus abbas Albertus preesse videtur, predictam ecclesiam Sancti Clerici cum omnibus pertinentiis suis vineis et terris et aspris ortis et ortalibus et omnibus aliis eidem ecclesie pertinentibus, et predictum molendinum cum parte arcature sue et cum integro sedio suo et cum introytu et exitu suo et cum lignaminibus eidem molino subficientibus ad aptandam arcaturam solumodo pro palata iamdicti molendini que convenerit propie parti (eiusdem molendini) que predicta lignamina debemus predicte ecclesie dare quotienscumque videbitur predicta palata esse fracta; et predictam starzam de loco Bassani, et illos predictos quattuor homines cum omnibus rebus illorum et filios eorum et omnes ex recta descendentes linea ... Quod tibi Troylo notario nostro taliter scribere iussimus, anno dominice incarnationis millesimo centesimo quadragesimo secundo, mense madii, indictione quinta1.

Noi Guglielmo, recita il documento, figlio del magnifico duca Ruggero di beata memoria, per benevola divina clemenza signore del castello di Gesualdo e della città di Frigento e degli altri castelli e città soggetti al nostro dominio, nonché signore del castello di Paterno per grazia di Dio e per concessione del nostro glorioso ed invitto signore re Ruggero, premettiamo che nella fortezza di Paterno, sul suo territorio, è costruita una chiesa intitolata a San Quirico, ed anche un mulino sul fiume Calore da noi ottenuto come pertinenza del predetto castello, nonché un pezzo di terra di nostra proprietà in località detta Bassano2, e quattro nostri uomini abitanti nel predetto castello, i nomi dei quali sono: Giovanni Gemme, Marco di Martino, Risando di Aldorose e Guido Marirose ... Dunque, per la salvezza dell’anima nostra, e di quella di nostro figlio Elia, e di quella di nostra moglie Alberada, nonché di quella di nostra nuora Diomeda, e per la redenzione dell’anima del nostro predetto genitore, e della nostra genitrice, e di ognuno dei nostri parenti sia vivi che defunti, essendo nella nostra facoltà, di intesa col nostro predetto figlio Elia e consenziente con noi Giovanni, vescovo di Frigento, doniamo a Dio onnipotente ed alla beatissima chiesa della vergine Maria, madre di Dio, di Montevergine, di cui è presente il religiosissimo abate Alberto, la predetta chiesa di San Quirico con tutti gli annessi suoi vigneti e terre ed orti ed attrezzi agricoli e tutte le altre pertinenze della chiesa stessa, ed il predetto mulino con le sue arcate parzialmente idonee e l’edificio integro, con i suoi canali di ingresso e di uscita delle acque e con il permesso di tagliare legname sufficiente a riparare le arcate dello stesso mulino, nonché per la palata (diga) dello stesso mulino, che risulta in parte rotta, e per la cui sistemazione ci eravamo impegnati a fornire legname alla stessa chiesa; doniamo infine un pezzo di terreno in località Bassano ed i predetti quattro uomini con tutte le loro cose, i loro figli ed i loro discendenti in linea diretta ... Autorizziamo te, Troilo, quale nostro notaio, a trascrivere ciò fedelmente, nell’anno millecentoquarantadue dell’incarnazione del Signore, nel mese di maggio, indizione quinta.

Seguono il segno di croce tracciato di proprio pugno da Guglielmo, segno di croce e la scritta Ego Iohannes Frecentinus episcopus (Io Giovanni vescovo frigentino), segno di croce e la scritta Ego prephatus Elyas testis sum (Io, predetto Elia, quale testimone), segno di croce e la scritta Ego Iohannes Borrellus iudex interfui (Io, Giovanni Borrello, giudice fra le parti).

Il documento presenta sul verso alcune notazioni ad opera dei monaci incaricati delle periodiche verifiche dei beni di proprietà dell’abbazia di Montevergine. Una di esse, del XII secolo, rileva: Hoc privilegium continet qualiter Guilielmus magnifici ducis Roggerii filius obtulit monasterio Sanctum Clericum in territorio Paterni et molendinum in fluvio Caloris et starciam ubi dicitur Bassano et quattuor homines in eodem castello; Questo atto è relativo a come Guglielmo, figlio del magnifico duca Ruggero, concesse al monastero San Quirico in territorio di Paterno, e un mulino sul fiume Calore, ed un appezzamento di terreno in località detta Bassano, e quattro uomini nello stesso castello; un’altra, del XV secolo, indica: Privilegium oblationis fatte per magnificum dominum Gulielmum matrimum obtulit monasterio Sanctum Clericum de Paterno ...; Atto di donazione ad opera del magnifico signore Guglielmo, in virtù del quale al monastero fu concesso San Quirico di Paterno ...; e alfine, di mano del XVII secolo: Paterno et Frequenti, maij 1142, Guglielmo I figlio del re Rogiero normando dona all’abbate Alberto in Paterno la chiesa di Santo Chirico sottomettendola al vescovo di Benevento, uno molino con tutte le cose necessarie al fiume Calore, una starza dove si dice Bassano et quattro homini de Paterno et heredi et beni loro ... Il documento riveste particolare importanza in quanto chiarisce due circostanze di rilievo, e cioè che Guglielmo ebbe il feudo di Paterno da re Ruggero (nec non gratia Dei et concessione nostri domini gloriosi et invictissimi regis Roggerii castelli Paterni dominamur), e che il mulino sul fiume Calore fosse di proprietà della chiesa di San Quirico (que predicta lignamina debemus predicte ecclesie dare).

Che le chiese fossero delle vere e proprie comunità monastiche, e non soltanto dei semplici luoghi di culto, appare evidente dalla elencazione delle pertinenze ad esse annesse, che ne facevano dei centri autonomi dalle molteplici attività sia agricole che artigianali. San Quirico poi, come pone in evidenza Tropeano nell’indicarne la chiesa ubicata a mezza strada tra Paternopoli e Castelfranci là dove ancora oggi si dice rione San Quirico, era destinata a divenire in breve un piccolo priorato verginiano.

Nonostante quasi tutte le chiese sorgessero per spontanea iniziativa popolare e traessero le indispensabili risorse dalle cospicue elargizioni dei fedeli, oltre che da una oculata amministrazione dei beni detenuti a pieno titolo in proprietà, il signore locale manteneva su di esse lo ius patronatus che gli concedeva la facoltà di disporne a suo piacimento, e addirittura di trasferire le stesse, o anche parte soltanto dei beni di esse, da uno ad altro beneficiario.

La riprova che la gestione delle chiese non incidesse minimamente sulle casse dell’erario ci viene offerta da un documento del 1143. Infatti, nel mese di febbraio di quell’anno, con atto redatto dal notaio Desiderio, presente il giudice Matteo, Raone e Ugo, custodi della chiesa di San Damiano, per riedificare la stessa, vendono a Mercurio, figlio del defunto Giovanni Guarino, un pezzo di terra, sito nelle pertinenze di Montefusco e del casale di Venticano, per il prezzo di 20 denari1.

San Damiano è il nome di una località compresa fra Boane, Piano del Bosco e Sant’Andrea, dove i ruderi dell’antica chiesa sono rimasti visibili sino a tutta la prima metà del nostro secolo.

Tuttavia il diritto di patronato, spesso esercitato dal signore feudatario in maniera disinvolta, per capriccio o per personale interesse, non era il solo ad ingenerare motivi di conflittualità fra le maggiori abbazie, di regola destinatarie dei beni.

Nel maggio del 1149 l’arcivescovo di Salerno, Guglielmo, fu chiamato a comporre la controversia sorta fra l’abbazia di Santa Maria dell’Incoronata di Puglia ed il monastero di San Salvatore del Goleto. Faceva parte della delegazione del monastero del Goleto Iohannes presbiter de Paterno. Era accaduto che ben settanta monaci dell’Incoronata di Puglia, fra cui Robbertus, Simeon, Ioseph, Iohannes et Iohannes, Leo et Iohannes (tutti) de Paterno, avessero disertato il loro convento per trasferirsi presso il monastero del Goleto, in servitio congrecationis ancillarum Christi (a servizio della congregazione delle suore serve di Cristo), portando con loro tam de rebus mobilibus quam de rebus immobilibus ...; de iumentis videlicet pecoribus et porcis et vaccis, frumento, ordeo, oleo, caseo, auro, argento, utensilibus et quibuslibet suppellectilibus.

... tanto oggetti mobili quanto beni immobili ...; chiaramente delle giumente con pecore e maiali e mucche, frumento, stoffe, olio, formaggio, oro, argento, utensili e finanche suppellettili.

L’accordo fu concluso con la pacifica divisione dei beni in questione e con l’impegno da parte del monastero del Goleto di non offrire ospitalità ad altri eventuali monaci fuggitivi. Così His omnibus prenominatis prefatus abbas dedit licentiam serviendi congregationi Sancti Salvatoris per totam vitam suam et absolvit eos a vinculo excommunicationis ut libere et quiete serviant prefate congregationis1.

(Così) a tutti questi elencati monaci il predetto abate (Pietro di Santa Maria dell’Incoronata) concede licenza di servire la congregazione del Santo Salvatore per tutta la vita ed assolve loro dal vincolo di scomunica affinché in libertà e tranquillità servano la predetta congregazione.

Nel luglio del 1145 Guglielmo ed Elia donarono al Monistero della Santissima Trinità di Cava la chiesa di San Pietro Apostolo, costruita nei dintorni del casale di Paterno, con alcuni territori e con la giurisdizione su i vassalli che vi abitavano2. Non compare più invece il nome di Guglielmo in un documento successivo, redatto nel mese di maggio 1152, in cui la sola moglie Alberada ed il figlio Elia confermano alla stessa abbazia la donazione di alcuni possedimenti in terra di Lucera.

In virtù di questi elementi gli storici sono concordi nell’indicare la morte di Guglielmo avvenuta tra il 1145 ed il 1152, ma è opportuno precisare che il nome del primo signore di Paterno già non è presente nella cartula restitutionis del marzo 1150, pervenutaci in copia inserita nella pergamena n° 1871 dell’ottobre 1238, in cui oblatore e firmatario risulta il solo Elia.

E’ lecito quindi supporre che Guglielmo, figlio spurio di Ruggero Borsa, morì sì dopo il 1145, ma in data anteriore al marzo dell’anno 1150.


1 Franco Cardini: Le crociate tra il mito e la storia - Roma 1971.

1 I ruderi della più recente struttura furono rimossi in occasione della costruzione del ponte per il passaggio della strada ferrata.

2 Angelo Michele Jannacchini: Topografia storica dell’Irpinia - Napoli 1889.

1 Enrico Cuozzo: Catalogus Baronum, commentario - Roma 1948.

2 Placido Mario Tropeano: Codice Diplomatico Verginiano, Vol. III - Montevergine 1979.

3 Falcone Beneventano: Cronica, in Giuseppe del Re: Cronisti e scrittori sincroni napoletani, Vol. I - Napoli 1845\1868.

4 Placido Mario Tropeano: Codice Diplomatico Verginiano - Vol. III - Montevergine 1979.

1 Enrico Cuozzo: Catalogus Baronum, commentario - Roma 1948.

2 Enrico Cuozzo: Ibidem.

1 Placido Mario Tropeano: Codice Diplomatico Verginiano, Vol. III - Montevergine 1979.

2 Luogo basso. E’ probabile che inizialmente la denominazione indicasse il solo territorio presso il corso del Fredane, in particolare la zona oggi detta Terroni. Successivamente col nome di Barbassano si indicò l’intero scoscendimento che dal Piano, presso il cimitero, discende fin sulla sponda del Fredane dove è il ponte della statale 164.

1 Giovanni Mongelli: Abbazia di Montevergine - Regesto delle pergamene , Vol. I - Roma 1956.

1 Placido Mario Tropeano: Codice Diplomatico Verginiano, Vol. III - Montevergine 1979.

2 Erasmo Ricca: Istoria de’ feudi delle Due Sicilie, Vol. III - Napoli 1865.