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Capitolo 06 - Langobardorum gens

Tot igitur semirutarum urbium cadavera (tanti cadaveri di città semidirute): così si esprime Sant’Ambrogio in una lettera del 387, riferendosi alla valle padana, e in questa breve, seppur colorita espressione, si può cogliere il senso della rovina dell’impero romano.

Non molto diversa era la situazione in Irpinia. Dopo il sacco di Roma del 410, i Visigoti discesero in Lucania e i Vandali, nel 455, dall’Africa sbarcarono in Campania, devastandone le città e depredandone i villaggi.

Nel 476 Odoacre, figlio dello sciro Edicone, generale di Attila, deposto l’imperatore Romolo Augustolo, si fece proclamare re d’Italia. I suoi presidi militari nel Sannio però ben poca resistenza potettero opporre agli Ostrogoti di Teodorico i quali, dopo la caduta di Ravenna nel 494, invasero l’Italia meridionale.

Nonostante seguisse un periodo di relativo benessere, ancor vivo restava il ricordo e il rimpianto dell’Impero, sicché il favore della popolazione, e non solo dell’aristocrazia, fra il 535 ed il 540, facilitò la riconquista dell’Italia da parte dell’esercito bizantino al comando di Belisario. Ben lungi però dal prodigarsi per l’attesa ripresa economica, i nuovi dominatori misero in atto un oneroso sistema fiscale col quale avviarono una scrupolosa azione di spoliazione, sicché in molte parti le popolazioni erano ridotte a cibarsi di frutta e di ghiande, e corse esagerata voce che, per sfamarsi, ricorressero taluni a cibarsi di carne umana1.

Di questa disastrata situazione si avvantaggiò Totila che, con i suoi Goti, marciò verso il Sud e, nel 545, espugnò e distrusse Benevento per invadere quindi l’Irpinia, ove pose l’assedio a Conza che comunque rimase saldamente in mano ai Greci.

A Totila, morto nel 552, successe il re Teia ed i Goti, inferociti per le numerose sconfitte inferte loro dal bizantino Narsete, si abbandonarono a stragi e saccheggi prima di trincerarsi, incalzati dai Greci, in Cuma, Taranto ed Acerenza. In seguito, in virtù di laboriose trattative, ottennero da Narsete di poter abbandonare indisturbati l’Italia, ma non tutti oltrepassarono le Alpi. Alcuni ripararono presso i Franchi e, con l’aiuto di questi, ripresero le loro scorrerie nei territori assoggettati al dominio bizantino. Leutari fu a capo delle bande indisciplinate e feroci di Goti che imperversarono nel Sannio e in Irpinia fino a quando, decimate dalla peste e dai combattimenti, ricongiuntesi alle schiere residue provenienti dalla Campania, dalla Lucania, dalla Calabria e dalla Puglia, non si asserragliarono, sotto la guida di Ragnari, nella espugnata cittadina di Conza dove resistettero circa un anno prima di arrendersi definitivamente a Narsete nel 555.

Il meridione d’Italia, tornato sotto il totale controllo dell’Impero di Oriente, appariva ora devastato, sprofondato in una spaventosa crisi economica e sociale. Le città non erano che cumuli di macerie e le campagne si presentavano spopolate ed incolte. I pochi sopravvissuti alla ferocia dei barbari, alle carestie, alle pestilenze, avevano cercato scampo nelle zone montuose. Il Beloch stima che la popolazione superstite, in tutta la penisola, superasse di poco il milione2.

In questo contesto Bisanzio tese a ristabilire il vecchio ordine imperiale con la ricostituzione dei latifondi, con l’assoggettamento degli schiavi agli antichi padroni, con una gravosa imposizione fiscale.

Come reazione alla perdita di valori, alla dilagante miseria morale, un sempre maggior numero di giovani aristocratici lasciava le città sconvolte da meschine lotte di potere, da sopraffazioni e da vendette, per ritirarsi in luoghi isolati in preghiera ed in meditazione. Nel 529 Benedetto da Norcia aveva fondato il monastero di Montecassino e, sulla di lui regola basata sul principio della preghiera e del lavoro (ora et labora), ovunque prendevano forma spontanee comunità monastiche impegnate a riorganizzare gli sparuti gruppi di sopravvissuti ed a recuperare i poderi abbandonati. L’ascetismo era tuttora diffuso. All’estremo lembo del territorio di Paternopoli, ai confini con l’agro di Montemarano, dei ruderi conosciuti come Cappella dell’Eremita testimoniano in quel luogo l’antica presenza di un asceta.

E sempre in Paternopoli giovani aristocratici, esuli dalle città, esaltati dalla rinuncia e dal sacrificio, dissodavano la terra in San Pietro, in San Quirico e nei pressi della Pescarella dove, sul filo della tradizione bizantina, era stato introdotto il culto della Madonna nera in seguito venerata col nome di Santa Maria, e vi edificavano le prime chiesette utilizzando il copioso materiale costituito dalle macerie di quella che era stata l’opulenta Bovianum, definitivamente travolta dalla furia devastatrice dei Goti.

All’antica strada romana che ascendeva il vallone delle Nocellete si era ormai sostituito un nuovo tracciato che dal ponte sul Calore risaliva i Serroni e, attraverso Chiarino, Acquara, Taverne, Fornaci, San Quirico e Pesco Cupo proseguiva per Torella e Lioni. Era questa la nuova arteria che, ricalcando nel tratto iniziale la via Napoletana e snodandosi lungo le valli del Calore e dell’Ofanto, collegava la pianura Campana alle Puglie e alla Lucania.

Sembrava che finalmente si fossero determinate le condizioni atte a favorire un rapido recupero di normalità, ma sia i tentativi dei Greci di ricostituire il vecchio ordine sociale, sia i primi timidi accenni di ripresa economica dovuti soprattutto agli sforzi compiuti dalle embrionali comunità monastiche, erano destinati a subire una brusca battuta d’arresto. Bisanzio dovette richiamare parte delle sue guarnigioni militari da opporre alle popolazioni barbare che da est e da nord ne insidiavano i confini e, nel 566, una nuova pestilenza prese a mietere vittime.

Dalle regioni germaniche, spinti dalla fame e dalle pressioni di orde asiatiche che ne saccheggiavano i territori, attratti dal miraggio delle fertili terre italiane, nel 568 oltrepassarono le Alpi i Langobardi1, o Longobardi, come furono poi detti dai Latini.

Fu questa un’invasione di popolo in quanto gli uomini in armi non raggiungevano le centomila unità e, addirittura, autorevoli studiosi sostengono che non fossero in tutto più di ventimila. Con le rispettive famiglie e le masserizie caricate sui carri, tra il 568 ed il 570 si sparsero e si insediarono nell’Italia settentrionale ed in parte di quella centrale. Da qui, in schiere disordinate, mossero verso il Sud evitando i presidi militari bizantini. Faroaldo prese Spoleto e la elesse sede del proprio ducato, mentre le schiere guidate da Zottone si spinsero fin nel Sannio dove si impossessarono della città di Benevento, forse nell’anno 570. Da essa Zottone, con azioni di guerriglia, iniziò l’espansione del proprio ducato in danno di Bisanzio che solo nel 576 inviò contro i Longobardi una spedizione militare al comando di Baduario, genero del-l’imperatore Giustino II. Questi fu però intercettato ed ucciso presso Napoli, il che indusse i Greci a desistere da ulteriori azioni offensive.

Attraverso la strada che diramava dalla via Napoletana per raggiungere l’alto Ofanto e la Puglia, i Longobardi approdarono in territorio di Paternopoli. La popolazione locale doveva essere ridotta ad un centinaio di persone o poco più, in parte raccolta presso le nascenti comunità monastiche, in parte suddivisa in gruppi familiari sparsi in zone impervie e sicure. Le abitazioni non erano ormai che precari rifugi, in prevalenza di paglia. I terreni, un tempo coltivati e fertili, si presentavano abbandonati e del tutto inselvatichiti.

Qui, l’occupazione delle terre da parte dei nuovi conquistatori dovette essere incruenta in quanto, dato lo stato di miseria e di prostrazione in cui versava la gente, è logico supporre che non fu opposta loro alcuna resistenza, né alcun atto ostile dovette essere consumato in danno dei monaci, non più figure ascetiche ma votate al dinamismo, che intorno ad una rudimentale chiesetta o ad un altare spoglio erano impegnati a riorganizzare socialmente quanto restava della disgregazione del pago e dei vici. Gli atti contro chiese e conventi, contro sacerdoti e religiosi, non avvennero né ovunque, né sistematicamente, né in grande quantità: e derivarono dall’esaltazione bellica, dalla rozzezza dei Langobardi, dalla ebbrezza della conquista o dalla rabbia della disdetta, non già dal fanatismo religioso. Essi erano bensì ariani o infetti di idolatria, ma non erano intolleranti2.

Ai nuovi barbari di provenienza nordica il territorio di Paternopoli si presentò privo di unicità di denominazione. In Bovianum si identificavano le terre ad ovest del crinale lungo la direttrice Serra-San Quirico-Pesco Cupo, in Taurum quelle ad est dello stesso, Caesinula1 definiva il versante boschivo a ridosso dell’intero basso corso del Fredane, mentre Paternum indicava la sola località sede dell’antico eremo.

Ad una famiglia di arimanni, cioè guerrieri, fu concesso dal duca il privilegio di insediarsi con una propria fara sull’altura di Paternum, con l’onere del controllo e della difesa dell’intero territorio, nonché con l’obbligo di fornitura, in caso di necessità, di uomini e carri al servizio militare. Per diritto connesso alla concessione ducale, questa famiglia si appropriò delle fertili terre del Piano e dell’Acquara, ricche di acque sorgive, e dei boschi digradanti verso il Fredane, ed assoggettò la gente che vi dimorava impiegandola nel lavoro coatto. Alle comunità sparse sulle rimanenti terre impose il tributo di un terzo dei prodotti del suolo.

Inizialmente la fara non fu che un semplice accampamento, sommariamente fortificato con una palizzata di legno. Non è dato conoscere il gastaldato sotto la cui giurisdizione essa fu posta. Solo più tardi si avranno notizie certe di un gastaldo2 insediato a Montella, dove numericamente più consistente era la popolazione scampata agli eccidi delle guerre per la montana collocazione del pago, e quindi di uno a Quintodecimo, o Eclano, che continuava ad essere il più importante nodo stradale d’Irpinia.

Alla morte di Zottone, avvenuta nel 591, re Agilulfo nominò duca di Benevento Arechis, nobile longobardo di Cividale del Friuli. Questi, quasi ininterrottamente, condusse azioni di guerra contro le città bizantine della costa nell’intento di aprirsi uno sbocco sul mare, fino ad impossessarsi di Salerno, forse nel 635.

Alla sua morte, che si vuole intorno al 641, gli successe il figlio Aione che però fu ucciso l’anno successivo mentre tentava di fermare una invasione di Slavi sul fiume Ofanto.

Dopo la morte di Aione, il correggente Radoaldo ebbe ragione degli Slavi ed ottenne la nomina a duca per un quinquennio. A lui, nel 647, successe Grimoaldo I che però, lasciata la reggenza al figlio Romoaldo, si portò a Pavia con un esercito dove, ucciso re Godeperto, ne assunse il titolo.

Nell’anno 663 l’imperatore d’Oriente Costante II, chiamato dal papa, sbarcò a Taranto e risalì verso il Sannio, distruggendo Quintodecimo e ponendo l’assedio a Benevento che dovette capitolare. Grimoaldo I lasciò Pavia ed accorse in difesa del suo ducato. Costante II, giudicandone preponderanti le forze, non lo attese, ma vana fu la sua ritirata in quanto fu intercettato e sconfitto sul fiume Calore da Trasamondo, gastaldo di Capua.

Grimoaldo I morì nel 671 e Romoaldo gli successe nel ducato, impegnandosi in ulteriori azioni di guerra contro i Bizantini.

Assume rilevanza la figura di Romoaldo per il fatto che la pia moglie Teodorada e San Barbato lo indussero alla conversione al cattolicesimo. Ebbe così inizio una nuova era. La Chiesa, non più vista come alleata di Bisanzio e quindi su posizioni di ostilità, con le sue comunità monastiche disseminate ovunque, sorretta da privilegi, rinvigorita da sempre più cospicue elargizioni, favorita da sgravi fiscali, venne a porsi come forza promotrice per una rapida ripresa economica.

Se ne avvantaggiarono parimenti le chiesette di San Pietro e di San Quirico intorno alle quali, per devozione e per bisogno di protezione, si costituirono embrionali villaggi contadini. La stessa struttura arimanna insediata sull’altura denominata Paternum, la originaria fara, dismise la sua iniziale funzione strettamente militare che ne aveva imposto la mobilità, per assumere carattere di stabilità trasformandosi in sala, cioè residenza padronale con diritto alla gestione diretta di un fondo (pars dominica), assegnato in proprietà al signore. Il termine sala non indica soltanto la casa padronale, ma l’intera proprietà di boschi, pascoli, prati, vigneti del signore1.

La pars dominica del signore longobardo di Paternum consisteva, come detto, nelle terre a nord dell’attuale centro abitato comprese fra il vallone della Pescarella, quello della Pescara ed il Fredane, con estensione quindi maggiore di quella della contrada che ai nostri giorni ne conserva, in Sala, l’antica denominazione, mentre la sua dimora non era ancora il castrum abilitato a fornire riparo e protezione alla popolazione civile in occasione di scorrerie o di aggressioni. Non va dimenticato che in Italia, all’epoca dei longobardi, vi erano guerrieri di rango elevato (appartenenti cioè al gruppo dei conquistatori e dei comandanti) che vivevano in abitazioni di un unico vano, con le pareti di legno e il tetto di paglia. Pochissime le suppellettili, pentole di terracotta o di rame, corna di bue per contenere l’olio, o da usare per bere, pelli buttate per terra per letto2.

Grimoaldo II successe, nel governo di Benevento, al padre Romoaldo nel 687 e, morto senza figli nel 689, il ducato passò al fratello Gisulfo I che non tardò a manifestare mire espansionistiche nella Campania bizantina.

Il figlio Romualdo II gli successe nel 706 e perseguì una politica di sempre maggiore autonomia dal re. Alla sua morte, nel 731, lasciando un figlio minorenne, Gisulfo, il ducato fu scosso da lotte interne per la successione, sì da offrire al re Liutprando il pretesto per intervenire e porre al governo del ducato il proprio nipote Gregorio, a cui dette in sposa sua figlia Cisalberga.

Morto Gregorio nel 738, il Consiglio di nobili beneventani, senza neppure interpellare re Liutprando, nominò duca Gotesalco, acceso fautore dell’indipendenza e dell’autonomia del ducato. Ma il re, assicuratosi l’appoggio di papa Zaccaria, mosse alla volta di Benevento costringendo Gotesalco ad una fuga precipitosa, durante la quale fu sorpreso ed ucciso da suoi oppositori beneventani.

Al governo del ducato fu insediato Gisulfo il quale, alla morte di re Liutprando, riprese la politica dei suoi predecessori che mirava ad una piena indipendenza.

In tal senso si mosse anche il figlio Liutprando, nominato duca nel 751, che in opposizione al re giunse addirittura a porsi sotto la protezione del re franco Pipino. Ma il nuovo re longobardo, Desiderio, piombò su Spoleto dove fece prigioniero il duca Alboino e quindi marciò su Benevento che saccheggiò selvaggiamente, inseguendo inutilmente fino ad Otranto il fuggitivo Liutprando.

Nel 758 re Desiderio nominò duca di Benevento Arichis II, ma non ne ebbe in cambio la riconoscenza dovutagli, tant’è che, quando nel 774 Carlo Magno sferrò l’attacco decisivo contro il regno longobardo, il ducato di Benevento si tenne neutrale, salvandosi così dalla rovina.

In quello stesso anno 774 Arichis II assunse il titolo di principe e si proclamò sovrano indipendente; ma le sue palesi ambizioni non potevano che essere avvertite come una minaccia ai possedimenti della Chiesa ed alla stessa autorità franca, così Carlo Magno, nel 786, marciò su Benevento e i suoi Franchi imperversarono, saccheggiandole, per le contrade del Sannio.

Arichis, per salvare il suo principato, fu costretto a compiere atto di sottomissione al re francese, ma già si preparava a riscattarsene quando, nel 787, morì.

La reggenza di Adelberga, vedova di Arichis, fu segnata da intrighi d’ogni sorta che videro coinvolti il papato, i Franchi, i Bizantini e l’aristo-crazia longobarda politicamente divisa, finché, nel 788, Carlo Magno, in cambio di precisi impegni di sottomissione, non consentì a Grimoaldo III di tornare a Benevento da dove, con l’aiuto dei Franchi, sconfisse forze bizantine inviate contro il suo principato.

Neppure Grimoaldo III sopportò a lungo la sua condizione di vassallo e, in risposta ad atti ostili, Carlo Magno gli inviò contro una spedizione, nel 792, che si risolse in una seppur discontinua decennale guerriglia priva di apprezzabili risultati.

Grimoaldo III morì probabilmente nell’anno 806 e la sua morte segnò l’inizio della decadenza del principato, imputabile all’indebolimento del potere centrale ed al conseguente consolidarsi in provincia di una classe nobiliare logorata da lotte intestine ed attenta più ai propri interessi che a quelli del principato.

Il titolo di principe sarebbe spettato ad Alachis, fratello del defunto, ma per dissidi, gelosie ed intrighi gli fu preferito Grimoaldo Stolesaitz che dovette sostenere una lunga guerra contro i Franchi, causa di non pochi lutti e devastazioni nel Sannio e nell’Irpinia. Stolesaitz fu ucciso in una congiura ordita da Sicone che, prevalendo sulle aspirazioni di nobili e gastaldi, gli succedette nell’anno 817.

Intanto, lo scadimento della cultura, l’inquinamento linguistico per l’incidenza di termini importati e per l’assimilazione di nuove forme espressive avevano determinato una involuzione del linguaggio e, per quel che concerne il territorio di Paternopoli, la conseguente volgarizzazione dei toponimi in Tauro e Paterno. Nel contempo, aree originariamente omogenee e quindi indicate con unicità di denominazione, per effetto di frantumazione dovuta all’interposizione di insediamenti soprattutto monastici, erano ora espresse nella loro pluralità in termini di Boviane e Cesinule.

A quel tempo, il solo Paterno, che era stata e continuava ad essere null’altro che la sede dell’antico eremo a cui il dominio longobardo aveva associato la pars dominica, faceva parte dei possedimenti della ricca e potente famiglia Marephai. Tuttavia un errore di fondo, quello cioè di voler attribuire al termine Paterno l’attuale integrità territoriale, circostanza che si concretizzerà solo in seguito all’occupazione normanna ed alla strutturazione del territorio in feudo, ha contribuito ad ingenerare non poche dubbi negli studiosi. Così se ne mostra perplesso Jannacchini: Che vi siano state delle molte terre con questo nome apparisce di leggieri da quel che diremo ... e, dopo aver ricordato numerose donazioni di ville e di borgate con tal nome nella provincia napoletana, conclude: ... e Pietro Marepai nel 817 donò allo stesso Montecassino, a San Vincenzo al Volturno e a S. Sofia in Benevento molte corti in Aquino, in Caverino e Paterno1.

Del riferimento all’antica Paternopoli è invece convinto Giuseppe De Jorio: Le notizie storiche più sicure risalgono all’anno 817, quando il potente Pietro Marepai del fu Vasone donava Paterno agli abati di Montecassino e del Volturno “pro redemptione animae suae2 . Certo ne è pure l’anonimo Irpino: Il più antico documento nel quale è nominato questo comune è dell’anno 817; vi si legge che Pietro Marepai, figlio di Vasone, donò Paterno ai monaci di Montecassino, ed a quelli di S. Vincenzo al Volturno, “pro redemptione animae suae”3 .

Ad essi si associa Galasso: Il borgo è citato già in un atto notarile dell’817, anno in cui il potente Pietro Marepai del fu Vasone dona Paterno agli abati di Montecassino e di S. Vincenzo al Volturno4.

Tropeano non ha ragioni per dubitare del riferimento, pur senza cogliere la sostanziale differenza insita nel termine Paterno. Infatti, scrivendo di Paternopoli, così si esprime: ... di esso si fa menzione per la prima volta nell’817, quando Petrus Maripahis, filius quondam Vosonis, nel fare testamento lascia al monastero di San Vincenzo al Volturno l’eredità del defunto fratello Giovanni in Paterno ed altrove, con la clausola che qualora i figli voluerint ipsi emere, dent per sacerdotes pro anima ipsius Iohannis iustum precium, et rem ipsam ipsi habeant5.

... i figli vorranno riscattare la stessa eredità, debbono corrispondere un giusto prezzo ai sacerdoti per l’anima dello stesso Giovanni, e la stessa eredità si tengono gli stessi.

Orbene, il documento in questione è riportato in Chronicon Volturnense1 sotto il titolo di DE APULIA IN CAMERIANO, AQUILUNI, LUCANEA, FISIANO, TRIBILIANO, PATERNO, ET CUPULI, e costituisce il testo integrale del Petri Marpahis Testamentum - Anno DCCCXVI.

L’atto, redatto in Benevento dal notaio Tundipertum, esordisce: In nomine Domini. Undecimo anno Principatus Domni Grimoaldi, mense Martio, X Indictione2, e prosegue in una dettagliata descrizione dei beni di sua proprietà, nonché di quelli dei propri fratelli Johannis e Tassilonis, di cui Petrus Mariphis, filius quondam Vasonis (Pietro Marepahis, figlio del fu Vasone), fa donazione ai monasteri di Montecassino, di Santa Sofia presso Benevento e di San Vincenzo al Volturno. Per i possedimenti produttivi si specificano le colture a cui sono posti i terreni, i servizi annessi ed i servi ad essi legati. Paterno, invece, decaduto in seguito alla morte del suo signore privo di discendenti diretti, non viene più menzionato nell’atto, comprendendosi nelle generiche possessioni del defunto fratello Giovanni (quae fuerunt praefati Johannis), cedute a San Vincenzo al Volturno con l’avvertimento che se i propri figli, cioè di Pietro, avessero voluto riscattarle avrebbero dovuto corrispondere un giusto prezzo ai monaci pro anima ipsius Johannis (per l’anima dello stesso Giovanni).

Dunque non l’intero territorio di Paternopoli, come lascia intendere Jannacchini, né la suddivisione di esso fra i monasteri di Montecassino e del Volturno, come indicano, ad eccezione di Tropeano, gli altri studiosi citati, ebbe a formare oggetto di donazione, bensì la sola pars dominica, cioè la sala, svilita nel suo ruolo di centro militare ed economico in conseguenza del progressivo decadimento della già precaria rete viaria, su cui non si era ancora realizzato il borgo supposto dal Galasso.

Anche se i documenti che hanno ispirato i trattati storici sulla dominazione longobarda non fanno cenno ai Marepahis, questi dovettero costituire una ricca ed influente famiglia del secolo IX dal momento che, dal Chronicon Volturnense, risulta che Griperti Marepahis fece ingenti donazioni a San Vincenzo al Volturno nell’anno 845 e ad altre, cospicue, provvide Pandonis Marepahis nell’anno 854.

Comunque la nobiltà longobarda del tempo fu prodiga di donazioni a monasteri e a chiese, allo scopo dichiarato di voler acquisire meriti per la salvezza della propria anima, ma più spesso col recondito intento di assicurarsi l’appoggio del potente partito clericale.

Era Sicone principe di Benevento, nell’anno 819, quando i monaci di San Vincenzo al Volturno chiesero all’imperatore Ludovico I di confermare, con atto formale, tutte le donazioni fatte al loro monastero. Alla richiesta aderì l’imperatore in Data III. Idus Januarias, anno Christo propitio VI. Imperii Domni Hludovici piissimi Augusti, Indictione duodecima. Actum Aquisgrani Palatio Regio in Dei nomine feliciter. Il documento di conferma, fra l’altro, recita: Vir etiam praepotens nomine Petrus Marepahis obtulit mediam curtem in Lucania, et in Ficiniano, et in Tribiliano, et in Paterno, et in Capuli3 .

 

Il potente uomo di nome Pietro Marepahis donò mezza corte in Lucania, e le corti in Ficiniano, e in Tribiliano, e in Paterno, e in Capuli.

Quindi, nella dodicesima indizione del piissimo Augusto Ludovico, che corrisponde all’anno 819, con atto emesso dal palazzo reale di Aquisgrana, il monastero di San Vincenzo al Volturno fu confermato nel possesso della corte di Paterno.

A Sicone, morto nell’anno 832, successe il figlio Sicardo che adottò metodi repressivi per tenere compatto il principato dilaniato da lotte intestine. Ucciso questi in una congiura nell’anno 839, se ne esiliarono i figli e, fra intrighi e scontenti, si nominò principe Radelchi, parente di Sicardo. Ma i Salernitani, liberato con un colpo di mano il fratello di Sicardo, Siconolfo, lo proclamarono principe. Così, nell’anno 841, il principato longobardo si divise, con Siconolfo in Salerno e Radelchi in Benevento, e con i signori longobardi che, parteggiando per l’uno o per l’altro, finirono col farsi guerra fra loro.

Approfittando di tale caos, a partire dall’841 bande saracene sbarcarono in Puglia e in Campania ovunque devastando e saccheggiando. Ben presto fra queste, sia Siconolfo che Radelchi, assoldarono truppe mercenarie favorendone la nefasta penetrazione nel Sannio e in Irpinia le cui contrade vennero ad essere esposte alle scorrerie di una sanguinaria soldataglia.

Il papa, che vide depredati chiese e monasteri e minacciati gli stessi possedimenti romani, invocò l’intervento dei Franchi; ma Ludovico II, inviato in Italia nell’845, si dichiarò impotente a condurre un’azione proficua se prima non si fossero pacificati Siconolfo e Radelchi. Così, di necessità fatta virtù, a seguito di laboriose trattative conclusesi, pare, nell’anno 849, il principato longobardo fu definitivamente diviso fra i due contendenti.

La linea di divisione fu tracciata, per quanto concerne questa parte dell’Irpinia, lungo la metà della distanza intercorrente fra Benevento e Salerno, nonché di quella fra Benevento e Conza, in entrambi i casi corrispondente a venti miglia, passando quindi nei pressi di Atripalda da un lato e di Frigento dall’altro. Il gastaldato di Montella venne a ricadere sotto la giurisdizione salernitana e Paternopoli, assegnato a Benevento, venne a trovarsi in una posizione di confine.


1 G. Pochettino: I Langobardi nell’Italia meridionale - Caserta 1930.

2 Da Die Bevolkerungsgeschichte Italiens (Storia della popolazione in Italia) dello storico tedesco Karl Julius Beloch, nato in Germania nel 1854 e morto a Roma nel 1929.

1 Lo storico longobardo Paolo Diacono, nato a Cividale nel 720 e morto a Montecassino nel 799, ne fa derivare il nome da “lang-bart”, cioè uomini dalla “lunga barba”.

2 G. Pochettino: I Langobardi nell’Italia meridionale - Caserta 1930.

1 Da cui l’odierna Cesinelle: boschetto, da caesia (selva). La denominazione ebbe larga diffusione e non poche contrade ne detengono il nome in Cesina o Cesinali.

2 Dal longobardo gastald: ufficiale di nomina regia con funzioni sia amministrative che di coordinamento militare.

1 Karl Bosl: L’Europa Meridionale, in Storia universale dei popoli e delle civiltà - Torino 1983.

2 La nascita della civiltà, in Ulisse, Vol. II - Roma 1976.

1 Angelo Michele Jannacchini: Topografia storica dell’Irpinia, Vol. I - Napoli 1889.

2 Giuseppe De Jorio: Cenni statistici, geografici e storici intorno al Comune di Paternopoli - Milano 1869.

3 Un Irpino: Uno scandalo in Irpinia nell’epoca borbonica in Paternopoli (Avellino).

4 Giampiero Galasso: I comuni dell’Irpinia - Atripalda 1989.

5 Placido Mario Tropeano: in nota 1 della Cartula Oblationis 271 del Codice Diplomatico Verginiano, Vol. III - Montevergine 1979.

1 Chronicon Volturnense, a cura di Ludovico Antonio Muratori, in Rerum Italicorum Scriptores, Vol. II - Milano 1715.

2 L’indizione greca, adottata nell’Italia meridionale ed in uso fino al secolo XI, fu un sistema di datazione che faceva iniziare l’anno dal primo settembre. E’ opportuno rilevare che l’anno undicesimo del principato di Grimoaldo corrisponde all’indizione IX che giustificherebbe l’anno 816 riportato nel titolo. Se invece vuol ritenersi esatta la trascrizione di X indizione, l’anno indicato nel titolo risulterebbe errato, dovendo esso essere 817.

3 Chronicon Volturnense, a cura di Ludovico Antonio Muratori, in Rerum Italicorum Scriptores, Vol. II - Milano 1715.

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