Menu
A+ A A-

Capitolo 04 - L'età Imperiale

Nel 29 a.C., con la conquista dell’Egitto da parte di Roma, ebbe inizio un lungo periodo di pace che, sebbene caratterizzato da congiure, intrighi e cruente lotte per il potere, non impedì lo sviluppo economico ed edilizio delle aree italiche, anche se in breve era destinato ad accentuare lo squilibrio fra ceti sociali per l’affermarsi di una piccola borghesia locale che progressivamente avrebbe accresciuto a dismisura le proprie ricchezze in danno delle più deboli popolazioni autoctone. Le guerre, combattute ormai ai lontani confini dell’Impero, ben lungi dal produrre gli effetti nefasti che ogni conflitto comporta, contribuivano a convogliare ricchezze verso la penisola.

Sotto l’imperatore Cesare Augusto, nel 22 a.C., l’Italia, con la sola esclusione delle tre isole maggiori che rimasero province, fu divisa in undici regioni, cioè distretti amministrativi, fiscali e giudiziari. Alla I regione, unitamente al Lazio, fu assegnata la Campania; il Sannio, comprendente l’Irpinia, costituì la IV regione.

Le comunità cittadine di ciascuna regione furono distinte in coloniae, laddove preponderante era la presenza di cittadini romani assegnatari di ager publicus, e municipia, costituiti da preesistenti insediamenti di alleati o sudditi.

Il pago dell’antica Paternopoli, con a capo un magister3, fu verosimilmente posto sotto la giurisdizione di Eclano. La Bovianum romana non era sorta sulle ceneri di quella sannitica, ma si estendeva a comprendere le contrade San Pietro e Sant’Andrea, in posizione pressoché centrale rispetto agli appezzamenti di terra assegnati ai nuovi coloni. Le abitazioni in mattoni, a più piani, affacciavano ordinatamente su strade ampie e lastricate.

Sebbene le terre migliori fossero state distribuite ai veterani di guerra, anche per la popolazione locale, espropriata dei beni, relegata nei vici, sembrarono profilarsi tempi migliori. Con la concessione della cittadinanza romana si era aperta per i giovani la prospettiva dell’arruolamento nelle truppe legionarie, consentito ai nullatenenti con la riforma dell’esercito operata da Caio Mario nel 107 a.C.. Sul finire dell’ultimo secolo prima dell’era cristiana la paga di un militare raggiungeva i 225 denarii1 annui che, per effetto di premi vari, poteva superare di norma i 300 denarii.

In contrada Fornaci le fabbriche di laterizi fecero registrare un notevole incremento, sia produttivo che qualitativo, determinato dalle accresciute esigenze dell’edilizia, il che comportò un maggiore impiego di manodopera specializzata locale. Oltre che di tegole e mattoni, crebbe la produzione di vasellame, di lumi e di grosse anfore panciute destinate alla conservazione di granaglie e di vini, tutti prodotti apprezzati per la loro ottima qualità ed esportati in centri anche lontani.

Di pari passo venne ad intensificarsi lo sfruttamento dei depositi di pozzolana e presso il Fredane, dove oggi si dice Scorzagalline, crebbe il numero delle fornaci per la produzione della calce.

Nei vicini territori di Gesualdo e di Fontanarosa si affermò la lavorazione della pietra, e la tecnica della soffiatura del vetro, introdotta in Siria nel primo secolo a.C. e giunta in età imperiale in Italia attraverso l’Egitto, nel secondo secolo dopo Cristo approdò in Eclano dove se ne sviluppò un’importante fabbrica.

Un operaio di queste primitive industrie veniva retribuito con un denario e due assi al giorno che, seppure per l’incidenza di festività, malattie e periodi di disoccupazione non davano un reddito superiore ai 250 denarii annui, tuttavia consentivano di assicurare ad una famiglia di media entità almeno l’indispensabile per la sopravvivenza. Se si considera poi che tale attività non era mai disgiunta da quella agricola e pastorale che impegnava i membri dell’intera famiglia, si può supporre che le condizioni di vita delle popolazioni di questa parte di Irpinia non fossero del tutto disagiate.

Ma le prospettive di un diffuso crescente benessere non erano che illusorie. Le lotte di potere che dilaniarono Roma col conseguente avvicendamento in poco più di un secolo, da Augusto a Traiano, di quattordici imperatori, e addirittura, dal 180 al 283, di ben ventotto, di cui almeno sedici assassinati, non potevano che riflettersi negativamente sulle classi più deboli. Con Traiano poi, proteso a rinvigorire le casse dello stato col ricorso alla vendita di grandi proprietà imperiali, si favorì lo sviluppo del latifondo ed il conseguente controllo dei prezzi dei prodotti agricoli da parte di un ridotto numero di capitalisti a tutto danno dei ceti più bassi.

A Paternopoli come altrove, l’accrescimento della popolazione, la frantumazione per successioni delle già esigue proprietà, le magre risorse ottenibili per i metodi arcaici impiegati in agricoltura, il progressivo abbandono delle terre da parte dei giovani che sempre più numerosi perseguivano facili arricchimenti nell’arruolamento nell’esercito e, non ultime, le siccità e le carestie costrinsero la popolazione più esposta a far ricorso a prestiti ad esosi tassi di interesse che, non pagati, comportavano la confisca di case e terreni. Si ebbe così il graduale affermarsi di un ceto medio-alto che, incamerando beni altrui, disponendo di manodopera a basso costo e molto spesso di prestazioni gratuite a copertura di interessi dovuti, venne ad accumulare ricchezze e potere.

Fu nel corso del secondo secolo d.C. che l’insediamento romano sul territorio di Paternopoli raggiunse il suo massimo splendore. Il centro urbano si era esteso a dismisura e venne ad arricchirsi di edifici e monumenti, ed insieme a dotarsi di massicce strutture difensive. Sorsero nelle campagne intorno sontuose ville di cui si serbano, soprattutto in contrada Casale, copiose tracce costituite da cumuli di travertino lavorato e da pietre squadrate riutilizzate nella muratura di case coloniche.

Dà testimonianza delle sue antiche vestigia Giuseppe De Rienzo che, nello scrivere del casale di San Pietro, lo definisce il più grande degli altri in estensione: comprova di ciò ne sono le tante fondamenta di edificj per lungo tratto, e successivamente da coloni in que’ luoghi scavate, le grandi rovine di muraglie, e gli strabocchevoli mucchi, e cumuli di pietre1. Della contrada Sant’Andrea, che ospitava parte dell’agglomerato urbano, il De Rienzo riferisce: I grandi vestigj dei suoi edificj danno chiaramente a vedere d’essere stato di non poca estensione ... Vi si sono trovate ancora moltissime pietre di un singolare lavoro con molte iscrizioni, ma rose dal tempo e poco intellegibili ... Verso la fine del passato secolo si scavarono quivi le mura di una torre ottangolata molto ampia, e formata tutta di grosse pietre lavorate a scarpello, e connesse fra loro con grapponi di ferro: il suo pavimento era ben lastricato; ed in essa trovossi ancora la testa, le braccia ed il piedistallo di una statua di marmo schiacciata tra le rovine. In un angolo di essa Torre era un’apertura da dove si dirigeva verso l’accennato Casale (San Pietro) una strada ampia, e selciata, che poi non si terminò di scavare. Non vi si trovò alcuna iscrizione; un sol gran mattone vi fu trovato, su di cui si vidde la lettera “Q” maiuscola formata al rovescio, che somministrò agli oziosi occasione di molte interpretazioni2.

Qui vissero, come ci è dato di conoscere dalle iscrizioni rinvenute, un Cerenzio Claudio e un Cacelio Massimo che dovettero appartenere alla classe più agiata e che, possedendo certamente un reddito superiore ai 25.000 denarii, rientravano nella categoria degli honestiores, i soli che potessero accedere a cariche pubbliche.

Che la ricchezza fosse incentrata esclusivamente in quest’area lo dimostra il gran numero di monete rinvenute, sporadiche o del tutto assenti nel territorio restante su cui erano distribuiti i numerosi vici. Le monete oggi disponibili all’esame, tutte di proprietà di privati cittadini, si rivelano in minima parte riferibili al periodo tardo repubblicano ed in considerevole numero all’età imperiale. Trascurabile è il rinvenimento di coni successivi al IV secolo, a testimoniare che l’opulenza della comunità non sopravvisse al disfacimento dell’Impero. In proposito il De Rienzo scrive: Altre sono state medaglie, o monete imperiali cioè coniate sotto de’ Cesari, delle quali se ne sono trovate in maggior numero, distinte dalle Consolari per le teste, che vi sono o de’ primi imperatori, o de’ posteriori, colle loro iscrizioni rispettive: le quali trasportate altrove hanno fatto l’ornamento de’ più celebri Musei3 .

Poco invece si sa della più numerosa massa plebea, gli humiliores, costituita da artigiani, agricoltori e nullatenenti che, a differenza degli appartenenti alla classe degli honestiores, oltre ad essere esclusi dalla pubblica amministrazione, potevano essere sottoposti a tortura nel corso delle istruttorie, nonché condannati a pene corporali, a lavori forzati e finanche alla pena capitale.

Questi conducevano vita stentata, i più strappando le magre risorse della terra lungo gli scoscendimenti vallivi, tuttora integrando la dieta alimentare con la raccolta di prodotti spontanei quali funghi e verdure, con la ricerca di miele e uova di uccelli, con la cattura di ricci e di volatili e con la pesca.

L’agricoltura si avvaleva di strumenti semplici e rudimentali. La zappa, la falce e l’accetta avevano lame di metallo, mentre i rimanenti attrezzi, erpici, rastrelli e badili, restavano tuttora in legno. Dell’aratro, l’unica parte realizzata in ferro era il vomere.

La più praticata era la coltura dei cereali, anche se una piccola parte del podere era riservata alla coltivazione della lattuga, della bieta, delle zucche e delle cipolle. Diffuso l’olivo, ma soprattutto la vite in quanto il vino era bevanda indispensabile anche alle mense più povere.

La prima colazione veniva consumata nei campi ed il pasto principale, anche per la classe benestante, concludeva la giornata. Il frumento veniva trebbiato mediante battitura delle spighe effettuata con lunghe pertiche. L’uso del bastone snodato, lo uillo, che ha trovato impiego fino agli inizi del nostro secolo, venne ad essere introdotto dalla Gallia proprio in età imperiale, e gradualmente adottato in Irpinia.

Un ruolo essenziale ricopriva la donna nell’economia dei vici. Oltre a prestare la propria opera nei campi, ad essa era affidata la cura dei figli, la cottura dei cibi e la preparazione del pane che costituiva la base alimentare della classe meno abbiente. Suo compito era pure la macina del frumento che, nonostante l’introduzione dei primi mulini ad opera dei coloni romani, era ancora ottenuta mediante la frantumazione dei chicchi su grosse pietre levigate o, nella migliore delle ipotesi, in capaci mortai conici di pietra di cui in Paternopoli è stato rinvenuto un consistente frammento basale. Curava l’orto, attingeva l’acqua da pozzi o cisterne mai vicini e, nei rari momenti di riposo, filava la lana.

Degli antichi vici rimane traccia nelle misere tombe rinvenute ove essi furono ubicati: semplici fosse scavate nel terreno che soltanto il caso ha rivelato, ed ivi sepolte una lucerna, una ciotola di modesta fattura e qualche tegola di argilla impiegata come copertura, priva di iscrizioni.

Ben diversa fu la necropoli del maggiore centro abitato. In questi termini Giuseppe De Rienzo ne testimonia la grandezza: Così in Paterno che negli antichi suoi casali, e per lo più in quello di S. Pietro, si sono scavati, e tuttavia si scavano alla giornata molti monumenti sepolcrali, formati di grosse tegole, e mattoni, chiusi a volta, con al di sopra una grande lapide sepolcrale, intagliata a scarpello, e coll’iscrizione incise “Dis. Manib. ec.”1, le quali per brevità mi asterrò di trascrivere. In tutti questi monumenti (parlo di quelli appunto, che sono stati a mio tempo scoverti) si sono per lo più trovate delle lucerne, e lampade sepolcrali, delle scudelle di rame, ed anche di creta cotta, piene di carboni, o di arena bianca, delle pignatte, de’ vasi da olio, quelle forse, che soleano chiamare urne lacrimali. Vi si sono trovate anche le sciabole a fronda d’oliva, degli spiedi lunghi, ed altri ferri ec., delle monete di rame; come pure degli idoletti di metallo; e nel luogo dove fu l’antico casale detto la Serra un colono in un sepolcro ritrovò accanto al cadavere due idoletti d’oro, che furono ai suoi bisogni di non poco sollievo2.

E’ innegabile l’attendibilità dell’autore dello scritto, anche se il contenuto va parzialmente ricondotto ad una dimensione più realistica, alla luce delle leggi e delle consuetudini romane.

Già nel 451 a.C., con la stesura di dodici tavole di leggi ad opera di una commissione di dieci magistrati con a capo Appio Claudio, erano state dettate le regole da seguire nella tumulazione dei morti. Nella decima tavola si legge: Non seppellire né bruciare un morto dentro la città. / Non pulire la legna del rogo con l’ascia. / Non aggiungere oro (sul cadavere) ma se un morto ha i denti uniti con oro (chi) lo seppellirà o lo brucerà insieme con l’oro, sia senza danno3.

Quindi le sepolture non potevano essere distribuite indiscriminatamente sul territorio, né tantomeno, come sembra suggerire il De Rienzo, all’interno del nucleo urbano. Inizialmente invece, come si intuisce dalla fattura arcaica dei monumenti funerari ivi rinvenuti, la necropoli si sviluppò appena fuori dell’abitato, lungo la strada che conduce all’odierna contrada Casale e che costituiva il tratto terminale della diramazione della via Napoletana. Successivamente le tombe, meglio curate scultoreamente nelle lastre lapidali, vennero ad impegnare il versante opposto, costeggiando la strada che attraverso Cerreto dirigeva a Trinità, o ergendosi come isolati monumenti funebri nelle immediate vicinanze, peraltro disseminate di anonime sepolture.

Si esclude infine il ritrovamento in contrada Serra di una tomba contenente due idoli d’oro, e non soltanto per le imposizioni di legge, ma soprattutto perché la località non fu oggetto di confisca da parte dei Romani e rimase probabilmente sede di un vico abitato da genti indigene; mentre il contenuto delle ciotole rinvenute nei sepolcri, identificato come carbone e arena bianca, era in realtà quanto restava del pane e del grano che avevano costituito le offerte votive.

Tutti i reperti a cui fa riferimento il De Rienzo, ed anche i successivi, sono andati dispersi: in minima parte nelle anonime raccolte di musei, in numero più consistente ad arricchire collezioni di privati. Oggi non è disponibile all’osservazione che parte di una unguentaria in terracotta, vasetto che, erroneamente definito lacrimatoio, era destinato a contenere unguenti o profumi. Di questa non rimane che il busto e la testa di una indecifrabile figurina, munita sul retro di manico ricurvo, la cui immagine è stata riprodotta in una pubblicazione del 19911.

Comunque la dovizia degli arredi funerari è confermata dalla pregevolezza scultorea delle poche lapidi sfuggite all’impiego in edilizia o al mercato clandestino.

Di una di queste ci propone il testo lo storiografo Carlo Aristide Rossi: D.M. / CACELI / MAXIMI / EPIDIA / SUCCESSU / COIUGI. B / M. F. - La parola “EPIDIA” sta tra una patera ed un cestello2. In essa è chiaro l’affidamento del defunto alla pietà degli Dei Mani, da parte della moglie Epidia che fece edificare il monumento per le di lui benemerenze. La donna dovette essere una liberta di origine grecanica, della gens Epidia, certamente progredita nella condizione sociale se fu scelta come sposa dal romano Cacelio Massimo, delle cui floride condizioni economiche testimonia la stessa elaboratezza scultorea dell’epigrafe.

Altre ne ricorda l’abate Guarino: Le seguenti quattro3 iscrizioni poi appartengono al comune di Paterno, probabilmente porzione un tempo dell’agro Eclanese. ........ III. D.M. / FIRMIANO / POTIdia / H.M.F. ........

V. D.M. / QUINTIA / SIBI ET SUIS /H.M.F.4.

Il primo dei due cippi fu fatto erigere in memoria di Firmiano dalla moglie Potidia; dalla seconda iscrizione apprendiamo che Quinzia, per sé e per il suo sposo, Hoc Monumentum Fecit5.

Altra lapide è custodita in Avellino presso il Museo Irpino. Essa fu recuperata negli anni ‘70, mercé l’intervento dei Carabinieri, nella zona compresa fra Cerreto e Trinità dove contadini, che casualmente l’avevano riportata alla luce, l’avevano celata allo scopo di trarne lucro dalla vendita. E’ ricavata da un’unica lastra di pietra dell’altezza di un metro e trenta circa e della larghezza di poco inferiore al metro. La parte superiore è tagliata a frontone, impreziosita da elementi scultorei, ora devastati, al vertice ed agli angoli di base, e da un rosone nella zona centrale. La parte sinistra è danneggiata in profondità e l’iscrizione si evidenzia solo parzialmente e con difficoltà. Di ciò che rimane si può leggere: CIERENTIO CLA.... / DIOSCUR IDIC.... / C...R.... PROTITA .... / ............ / FECITUIT .... / ............ / INFELIX ..... N....A....

Par di capire che l’infelice moglie affidi il suo sposo Cerenzio Claudio ad uno dei Dioscuri perché lo guidi e protegga nel cammino del-l’oltretomba.

Nella stessa località, e grazie ad un analogo intervento, agli inizi degli anni sessanta, un’altra lapide, di cui purtroppo si è persa ogni traccia, fu sottratta al mercato clandestino dei reperti archeologici.

Attualmente restano visibili in Paternopoli, incastonate rispettivamente all’esterno ed all’interno dell’ingresso della torre campanaria della chiesa parrocchiale, due parti di uno stesso pezzo di travertino rettangolare, un tempo integrato nel frontone di una tomba monumentale. Un muratore sensibile le volle così sottrarre alla negligenza ed alla disonestà degli uomini, pur preservandole all’ammirazione di essi. Esse, orizzontalmente divise in due sezioni, rappresentano nella superiore, scolpite in bassorilievo, scene gladiatorie, mentre quella inferiore è riservata a contenere l’epigrafe. Oggi sul primo dei due pezzi si può leggere: ELSUS SIBI E, mentre la scritta del secondo è rovinata al punto da risultare illeggibile. Tuttavia dal De Rienzo, e ancor prima menzionata dal Guarino, sappiamo che ancora agli inizi del secolo scorso la scritta si rivelava con chiarezza in CELSUS SIBI ET SUIS H.M.F. (Celso, per sé e per i membri della propria famiglia, eresse questo monumento).

Si ignora in quale settore della necropoli sia stato rinvenuto il blocco di travertino, ma si può supporre che facesse parte di un complesso monumentale destinato a ricevere le spoglie mortali dei membri di una ricca e potente famiglia.

Comunque non fu questo l’unico monumento funerario istoriato, dal momento che nella stessa muratura presso la torre campanaria ha trovato collocazione, come pietra angolare, un altro blocco, di altezza e di fattura diverse, diviso in pannelli quadrati. Il primo, a partire dalla destra di chi osserva, mostra scolpita una maschera; in quello centrale si evidenzia una figura antropomorfa alata; nell’ultimo, dimezzato dallo scalpello per l’adattamento al reimpiego, compare una muscolosa figura maschile ignuda, con le braccia levate e le mani incrociate dietro la nuca, probabilmente uno schiavo. Analoga figura emerge dalla crosta dell’intonaco, alla destra del blocco.

Più in alto, inserita nella stessa cantonata, una pietra squadrata reca scolpito al centro un vistoso elemento floreale che però, per la fattura e lo stato di conservazione, si presume posteriore ai precedenti.

Altri elementi lapidei, con caratteristiche diverse, vennero largamente utilizzati come cippi funerari. Questi sono costituiti da pesanti blocchi, di forma allungata, lavorati a sezione semiellittica che nella forma vagamente ricordano quella di un baule. Tutti recano scolpita una scritta entro un riquadro frontale che raramente risulta centrato.

Quelli tuttora presenti sul territorio di Paternopoli hanno le iscrizioni irrimediabilmente consunte, ad eccezione di uno, trasportato nel centro urbano nel XVIII secolo o ancor prima.

Questo, per testimonianza de i più vecchi del paese, fu dal De Rienzo erroneamente identificato come il moggio1 un tempo utilizzato per il commercio dei cereali in via della Dogana. Esso si presenta come un blocco monolitico della lunghezza di circa un metro e della larghezza, alla base, di cinquanta centimetri. Attualmente pare vi si legga: LUCULLIO / FESTINO / SPEDIM / FELICISSIM / C.B.M.; ma il Guarino ce ne propone il testo in questi termini: D.M. LUCUDEIO TESTINO / SPEDIA FELICISSIMA C. / B.F. / H.M.

Nella versione del Guarino la scritta è di inequivocabile carattere funerario, traducendosi in: Agli Dei Mani. A Lucudeio Testino / Spedia felicissima consorte / per benemerenze fece / questo monumento.

Due cippi simili, ora recuperati e trasportati in paese presso il museo civico, si trovavano in località Taverna di San Pietro a ridosso della via; altri due rimangono presso un’abitazione rurale fra le contrade San Pietro e Casale, anch’essi in prossimità della strada; un sesto alfine, di recente proposto all’attenzione del pubblico, reca incise le lettere D.M. al disopra della cornice contenente un’epigrafe parimenti illeggibile.

Sono stati tutti preservati dalla dispersione per la loro pesantezza, per lo scarso interesse scultoreo e soprattutto per l’impossibilità di impiego in edilizia, e probabilmente lasciati fino ai nostri giorni nei luoghi di originaria collocazione, ai lati della strada che dal nucleo urbano dirigeva all’attuale località Casale, ove la presenza di consistenti cumuli di pietre lavorate indica sorgessero non poche solide ville.

Appare però improbabile che essi abbiano costituito elementi a sé stanti in quanto le sezioni laterali risultano grezze, mai incise dallo scalpello, il che induce a supporre che dovessero essere inseriti nel contesto di una muratura bassa, forse recintiva, eretta a delimitare il tratto carrabile.

Questo tipo di cippo funerario, presumibilmente assunto a simboleggiare il sarcofago, si sviluppò in età imperiale in sede locale, e non è quindi riscontrabile in altri insediamenti se non in forma eccezionale e probabilmente imitativa. Se ne conosce il rinvenimento di un unico esemplare in territorio di Grottaminarda, e presso il Museo di Avellino, di provenienza incerta, se ne osserva uno simile la cui tavola epigrafica, però, si eleva notevolmente al disopra del dorso, mentre risulta del tutto sconosciuto nelle restanti aree, pur se limitrofe.

Alla fine del terzo secolo, nelle malfidate taverne, nelle maleolente mescetorie, nelle anguste botteghe artigiane impiantate oltre il Fredane a ridosso della via Napoletana percorsa da intensi traffici commerciali e dalla folla dei pellegrini diretti o di ritorno dall’Ansanto, si fanno più consistenti le voci di un nuovo credo di origine orientale che ha già messo radici in Abellinum e in Beneventum. Nuove idee di speranza e di riscatto vengono ad essere introdotte da schiavi portati dalla lontana Palestina: il Cristianesimo si affaccia alle nostre terre, nell’indifferenza delle genti legate profondamente al culto della dea Mefite. Qui l’antica idolatria era destinata ad essere praticata ancora per lungo tempo, ed è appunto dai villaggi rurali, i pagi, che il non cristiano assumerà la denominazione di pagano.

Ed era ancora pagana la Paternopoli che nel 369 fu sconvolta da un terremoto catastrofico che devastò i fiorenti centri d’Irpinia e rase al suolo Benevento, come riferisce il magistrato romano Simmaco.

Il sesto era il Casale della Nocelleta, ... Sono in esso scavate larghe camere con molti strumenti ed utensili di ferro, un crocefisso di metallo, ec. e con molti teschi, ed ossa umane, segno evidente che le case di detto Casale furono da qualche tremuoto violento e repentino rovinate, e sepolte. Vi si trovò ancora una gran porta di pietra formata da grossissimi pezzi, inclinatamente caduta col muro sul suolo, che fu stimata porta di Chiesa: vi erano incise nell’architrave molte lettere majuscole quasi palmari puntate, né poteronsi interpretrare. Il travaglio eccessivo che richiedeva per la sua profondità, non fece proseguire il detto scavo, cominciato nel principio di questo secolo (1800)1.

Qui il De Rienzo si limita a dare una testimonianza dei tentativi di scavo, peraltro interrotti, in località Nocellete. Si ritiene che non abbia colto la differenza fra i resti di età imperiale da qualche tremuoto violento e repentino sepolti, ed i più recenti ruderi della chiesetta di Santa Maria della Sanità, di epoca medievale.

Il terremoto segnò l’inizio del declino del ricco e progredito pago che aveva conservato il nome sannitico di Bovianum. Nuovi insediamenti, barbarici e monastici, sarebbero sorti sulle rovine di esso, assumendo denominazioni diverse, e solo le contrade Boane e Tuoro avrebbero serbato nei nomi memoria dell’antica origine sabina.


3 Data la rilevanza strategico-militare ed economica che ebbe a rivestire, si esclude che l’amministrazione del pago fosse affidata ad un decurione.

1 Il denarius venne coniato per la prima volta, in argento, nel 269 a.C.. Era così detto in quanto corrispondeva a dieci assi e faceva seguito all’emissione del quinarius il cui valore era stato di cinque assi.

L’asse era stata la prima moneta in uso a Roma. Inizialmente realizzata in legno (axis = tavoletta) e recante in effigie l’immagine di una pecora, di un bue o di un maiale, era stata poi coniata in cuoio durante il regno di Numa Pompilio (715 - 673 a.C.) e quindi in bronzo ai tempi del suo successore Tullo Ostilio.

1 Giuseppe De Rienzo: Notizie Storiche sulla Miracolosa Effigie di Maria SS. della Consolazione, precedute da un saggio istorico sulla terra di Paterno - Napoli 1821.

2 Giuseppe De Rienzo: Ibidem.

3 Giuseppe De Rienzo: Notizie Storiche sulla Miracolosa Effigie di Maria SS. della Consolazione, precedute da un saggio istorico sulla terra di Paterno - Napoli 1821.

1 Di regola le iscrizioni su lapidi sepolcrali esordiscono con le lettere “D. M.”, vale a dire “Diis Manibus”, cioè l’affidamento del defunto agli Dei Mani.

2 Giuseppe De Rienzo: Notizie Storiche sulla Miracolosa Effigie di Maria SS. della Consolazione, precedute da un saggio istorico sulla terra di Paterno - Napoli 1821.

3 La nascita della civiltà; da “Ulisse”, Vol. I - Roma 1976.

1 Foto n. 1 della tavola LXVII in: Scuola Media Statale “F. de Jorio”: Paternopoli, Linguaggio e testimonianze di un’antica cultura, edito a cura della Cassa Rurale ed Artigiana di Paternopoli - Marzo 1991.

2 Carlo Aristide Rossi: Provincia di Avellino - Monografia de’ 128 comuni della Provincia - Manoscritto ricopiato nell’anno 1946, custodito presso la Biblioteca Provinciale di Avellino.

3 Se ne riportano le sole due andate disperse, appresso trattando delle altre.

4 Raimondo Guarino: Ricerche sull’antica città di Eclano, parte III. II edizione corretta ed accresciuta dall’autore - Napoli, Stamperia Reale, 1814.

5 Questo Monumento Fece. Non era insolita la costruzione, in vita, della propria tomba. Molte lapidi infatti, ma non è il caso di alcuna di quelle sinora rinvenute in Paternopoli, concludono l’epigrafe con l’espressione SE VIVENTE oppure SE VIVA.

1 Antica misura di capacità romana, corrispondente a litri 8,733.

1 Giuseppe De Rienzo: Notizie Storiche sulla Miracolosa Effigie di Maria SS. della Consolazione, precedute da un saggio istorico sulla terra di Paterno - Napoli 1821.